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Intervista a Maurizio Maggi

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Maurizio Maggi, torinese classe 1956, una laurea in Scienze politiche nel cassetto, ha trascorso anni come ricercatore presso un importante Istituto di ricerca economico-sociale della sua regione; si è occupato di diversità culturale e ha collaborato con musei nel nostro Paese e all’estero, attività di cui troviamo tracce in saggi e articoli su riviste internazionali. Da alcuni mesi si dedica in modo pressoché esclusivo alla scrittura, attività che gli è valsa già diversi riconoscimenti: finalista al premio Italo Calvino 2014, vincitore del Premio Salvatore Cambosu 2019 e del premio GranGiallo del MystFest - Festival Internazionale del Giallo e del Mistero di Cattolica 2012. Lo abbiamo incontrato in occasione della XXXIV edizione del Salone Internazionale del libro di Torino dove di fronte a un caffè abbiamo avuto la possibilità di scambiare due chiacchiere.



Le ambientazioni dei tuoi romanzi sono sempre particolari, e richiederanno di certo un lavoro di ricerca molto approfondito. Il tuo primo romanzo è ambientato in Antartide, l’ultimo in Afghanistan. Ci sono delle motivazioni specifiche alla base di queste scelte “non canoniche”?
Aver viaggiato tanto mi ha certamente predisposto alla curiosità verso posti anche lontani. Mi piace molto condividere attraverso la scrittura quelle sensazioni di sorpresa che spesso provavo quando mi ritrovavo in luoghi molto diversi rispetto a come venivano raffigurati, e da come io stesso li immaginavo.

Da dove nasce l’idea per Il caso Karmàl?
Anni fa, tra il 2011 e il 2012, leggendo le news provenienti dall’Afghanistan, mi ero imbattuto nella storia di Nadia Anjuman, una poetessa picchiata a morte da suo marito per aver letto in pubblico le sue poesie. Nadia era stata un’attivista, e durante il periodo di dominazione dei talebani, dato che per le donne vigeva il divieto di studiare, assieme ad altre aveva organizzato una finta scuola di cucito, un’attività permessa dal regime: messi da parte ago e filo, a rischio della vita, lei e le sue compagne avevano provato in autonomia a continuare ad istruirsi. Dopo la caduta dei talebani, Nadia era riuscita a laurearsi e aveva sposato il responsabile della biblioteca di Herat: un uomo molto condizionato, per non dire manipolato dalla famiglia di origine, di origine pashtun, che da un lato bollava Nadia come troppo libera (e riteneva disdicevole il fatto che una donna si occupasse di poesia), dall’altro accusava lui di esserne succube. Dopo l’ennesimo alterco, Nadia venne letteralmente uccisa di botte. Il marito se la cavò perché il decesso della donna alla fine venne attribuito a un infarto. Il fatto che si potesse morire per una poesia, per qualcosa che dovrebbe essere legato solo ad una idea di libertà, anche interiore, suscitò in me una profonda sensazione di ingiustizia e di rabbia che incanalai nella scrittura di un racconto breve, L’avamposto. L’idea di fondo era la stessa de Il caso Karmàl, semplificata in una narrazione di una quarantina di pagine. Il racconto si aggiudicò il primo premio al MystFest di Cattolica, e da quel momento iniziai a ragionare sulla possibilità di trarne un romanzo. La vittoria del MystFest ebbe un altro importante risvolto: la possibilità di conoscere donne afghane e attiviste italiane impegnate in programmi di aiuto e sostegno nei loro confronti. Dal punto di vista della scrittura della trama, ascoltare dalla viva voce delle donne afghane esperienze dirette - ad esempio come si comporta davvero un poliziotto afghano - è stato fondamentale per costruire personaggi, dettagli, e scenari credibili.

Ne Il caso Karmàl si resta colpiti dalla tua capacità di descrivere di pari passo il disvelamento indiretto della personalità di Nadia, la vittima, e il percorso di acquisizione di consapevolezza - che diviene molla per il riscatto - di Alì Zayd, poliziotto afghano e voce narrante. In che modo ha preso forma questo romanzo?
Ho cercato di raccontare la storia di Nadia, la storia di Alì e la storia dell’Afghanistan, partendo non solo dalla documentazione e dagli incontri con le attiviste a cui ho già fatto cenno, ma anche parlando con esponenti delle comunità afghane di Milano e di Torino, leggendo blog dei militari stranieri impegnati in quel paese, che, fino al 2010, raccontavano tutta la loro quotidianità su internet! Ho trovato di tutto, da come espletavano i loro bisogni corporali a come si procuravano la marijuana. Nel luglio 2010 WikiLeaks, il sito fondato da Julian Assange, pubblicò gli Afghanistan War Logs, documenti riservati relativi alla guerra in Afghanistan che si sono dimostrati una fonte incredibile di informazioni di prima mano. Non tutti sanno che l’Afghanistan di oggi, arretrato, devastato, dominato dai fondamentalisti, è molto diverso dall’Afghanistan di qualche decennio fa: per quasi quarant’anni l’Afghanistan è stato un paese democratico, ove le donne avevano diritto di voto, e potevano essere elette. Il 40% dei medici, il 60% dei docenti erano donne. Avevano una legge sull’aborto. Questa scoperta mi ha fatto venir voglia di costruire un racconto in cui, mentre svelavo al lettore la storia dell’Afghanistan e i percorsi storici che hanno portato quel paese a diventare quel che oggi vediamo, tracciavo un cammino simile per entrambi i protagonisti della mia storia: presentandoli in un modo, e, un pò alla volta, mostrando aspetti molto differenti della loro storia, delle loro personalità, in grado di spiegare perché fossero giunti a presentarsi in un certo modo al lettore. Così è nato il personaggio di Alì, il poliziotto corrotto e senza aspettative. Nel caso di Nadia, volevo riuscire a farla brillare dandole centralità senza appesantire la narrazione attraverso il ricorso a espedienti come i flashback. Allora ho usato i racconti dei personaggi che la ricordavano per tratteggiarne la figura, inserendo elementi a sorpresa che ne mostrassero la profondità.

Per lavoro ti sei occupato di musei, di linguaggio museale e preservazione delle diversità culturali, e questo ti ha portato a scrivere diversi saggi sull’argomento. In che modo questa tua attività di scrittura fortemente connessa al tuo ruolo lavorativo si è intrecciata alla passione per la narrativa?
Mi sono occupato di diversità culturali e soprattutto di musei locali. Ho girato parecchio, in paesi come l’Australia, la Cina, il Brasile, ma ho scoperto anche tanti posti in Italia di cui non sospettavo neppure l’esistenza. Mi sono reso conto che lo sforzo maggiore che queste comunità compiono, quando cercano di aprire un museo, è cercare di lasciare una traccia: narrare da soli, in prima persona, la propria storia. La capacità di realizzare un museo in contesti che funzionano come sistemi chiusi ha quasi dell’incredibile: un museo è un “libro materiale” che racconta una storia. I musei locali raccontano le storie del posto e delle comunità in cui sorgono. Lo straordinario è nella capacità di mettersi d’accordo, e creare una narrazione condivisa, il che rappresenta un salto di qualità nel modo in cui queste comunità stanno insieme. In Italia questa grande stagione, iniziata negli anni ’70 del secolo scorso, è andata completamente sprecata. A mio avviso quel modo di sentirsi cittadini non ha trovato sponda nelle istituzioni, che propugnavano modelli museali tradizionali, secondo un modo che definirei “pietrificato” di vedere la cultura. Nemmeno a sinistra questi modi innovativi di pensare la cultura trovavano accoglienza: spesso il vecchio Partito Comunista vedeva con sospetto tutto ciò che veniva dalle campagne, dai contadini, privilegiando solo quel che nasceva nelle città, nelle fabbriche, dalla classe operaia. Una seconda ondata si è verificata tra la metà degli anni ’90 e i primi anni del nuovo secolo: centinaia di comunità hanno provato a riscrivere la propria storia. Il messaggio di fondo, nitido, forte, che ne ho tratto, e che ho riportato anche in questo romanzo è che non c’è nulla di più degradante del morire senza lasciare un segno; che la nostra storia non venga raccontata da nessuno, o peggio ancora, che venga scritta, deformata, da qualcun altro. Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che è il narratore a lasciare una traccia. E da qui è nato l’impulso a scrivere, a raccontare, mostrando che le cose non sono mai come sembrano, che non bisogna mai fermarsi agli stereotipi, che bisogna avere la pazienza di guardare sotto la superficie.

Hai pensato subito alla possibilità di scrivere romanzi?
Per qualche anno ho scritto solo racconti. Per un certo periodo ne ho scritti di brevissimi, flash stories di 2000 - 2500 caratteri, una cartella: sono stati una palestra utilissima, perché mi sono serviti per addestrarmi ad arrivare all’essenziale. Successivamente sono passato a racconti un po’ più lunghi, tra le 30 e le 40 cartelle, con cui ho iniziato a partecipare a qualche concorso. In seguito ho iniziato a ragionare sulla possibilità di scrivere un romanzo.

Da poco sei in pensione e puoi dedicarti alla scrittura a tempo pieno. Ma prima? Avevi una routine che ti permettesse di conciliare lavoro e scrittura?
Scrivevo in prevalenza quando ero in vacanza e nei fine settimana. In realtà sono piuttosto rapido quando scrivo, per cui non è che oggi scriva tanto di più rispetto a prima, ho solo più tempo libero. La sera invece tendevo a leggere molto, oppure mi mettevo alla ricerca di informazioni, di suggestioni che mi sarebbero forse tornate utili per i libri che avevo in mente. Posso dirti che nel momento in cui ho deciso che avrei scritto romanzi ho avvertito la necessità di leggere molto più di quanto facessi in precedenza.

I tuoi autori di riferimento?
Quelli che mi hanno fatto venire soprattutto voglia di leggere sono stati Beppe Fenoglio, di cui ho amato tantissimo Una questione privata per il modo crudo ma anche incredibilmente espressivo in cui affrontava determinate questioni, e Françoise Sagan, di cui credo di aver letto quasi tutto, e di cui ho ammirato da subito lo stile di scrittura. In tempi più recenti Javier Cercas: mi sono innamorato del suo Soldati di Salamina, che in una recensione ho definito “il libro più antifascista che mi sia mai capitato di leggere”. È una storia basata su un fatto reale: negli ultimi giorni della guerra di Spagna alcuni soldati repubblicani, ormai sconfitti, cercano di passare il confine per riparare in Francia. Hanno alcuni prigionieri, tra i quali Rafael Sánchez Mazas, l’ideologo della Falange, un fascista della prima ora. Durante un attacco aereo, l’uomo fugge e si ripara dietro un cespuglio. Un giovane soldato repubblicano lo scopre, lo tiene sotto tiro ma poi mente ai compagni che rastrellano la zona dicendo di non vedere nessuno e di fatto salvandolo. Sánchez Mazas, poi ministro nel governo del generale Franco, cercherà per tutta la vita quel ragazzo, senza trovarlo. Nel suo romanzo Cercas immagina che un giornalista si metta sulle tracce del giovane soldato, ritrovandolo, ormai anziano. Alla richiesta di spiegazioni del suo gesto, lui risponde come in quel momento si fosse sentito morire, consapevole del crollo del suo mondo, e del prevalere della violenza, e che aveva semplicemente scelto di compiere il gesto più rivoluzionario che gli era venuto in mente: risparmiare una vita, fosse pure quella di un nemico giurato.

Hai già in mente la tua prossima storia?
Per la verità ne ho un paio su cui sto lavorando. Di queste, una, che definirei un crime, è ormai alle battute conclusive, ed è ambientata in Italia. Narra di un vecchio carabiniere in procinto di andare in pensione, che ha commesso molti errori nella sua vita, e che cerca di riscattarsi facendo la cosa giusta. L’altra è una “cli-fi” ossia una fiction ambientata in un contesto di forte cambiamento climatico.

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