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Intervista a Mauro Macario

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È il tardo pomeriggio di un sabato di metà marzo. La riviera romagnola, dove Mauro Macario ha preso dimora da poco tempo, appare desolata e avvolta in un’atmosfera uggiosa. Fuori dalla vetrata del bar dove ci siamo accomodati per parlare, osserviamo il mare imbronciato e a tratti ne udiamo il respiro nervoso. Mauro, figlio dell’indimenticato attore comico Erminio Macario, è poeta, regista, un intellettuale di grande valore. Ma la sua indole è cordiale e amichevole al punto che vorresti conversare con lui per tutta la sera.



Mauro, quando e come è nata la tua vocazione poetica?
La chiamerei protopoesia, cioè quegli avvenimenti della vita che l’hanno provocata. Il mio modo di rispondere a questi vissuti e di interpretarli è stata la poesia preesistente che chiedeva il compito in classe. Ma la poesia era prima, sussisteva nell’evento esistenziale prima di apparire. Io l’ho solo trascritta.

Quali autori ti hanno maggiormente influenzato?
Pavese, Baudelaire, Rimbaud, Ginsberg, Bukowski, Ferré. Tra i cantautori: Paoli, Tenco, De André, Guccini, Battiato.

Quali sono gli elementi più caratteristici delle tue opere?
Difficile discernere nel magma di un decadente. Romanticismo e maledettismo convivono visceralmente. Una forte pulsione anarchica fa da collante. È una poesia plurale e umorale. Non segue linee e argomenti precostituiti. Ed è atea.

La poesia è più rivendicazione di uno spazio diverso, di uno scarto dalla normalità, uno strumento di impegno civile, oppure una mano tesa?
Scelgo lo scarto, perché la società la considera tale.

Che cosa ha rappresentato per te invece l’attività di regista?
Passione per la tecnica di ripresa quando diventa stile di un sentimento. Ho amato tantissimo la nouvelle vague francese e su tutti Jean Luc Godard. Ma il Fellini di Otto e mezzo mi ha rapito per sempre. Se poi ti riferisci alla regia televisiva, quella è stata solo un ripiego “alimentare”.

Quale legame divide o accomuna le due attività nel corso della tua carriera?
Tutte le forme artistiche si interscambiano in eguale misura. Cambia la scocca, ma ciò che conta è il motore. Ma l’arte che più mi affascina, è l’arte solitaria: la poesia, il compositore. L’arte collettiva, quella industriale, quella di cui hai bisogno di tanti tecnici e produttori, è invivibile.

Che cosa pensi dei lettori di poesia che in Italia sono assai pochi a dispetto dei molti autori?
È una tragedia umanitaria. Ci vorrebbero i caschi blu o Emergency. La poesia sopravvive grazie al suo circuito interno di tipo massonico dove ci si pubblica, ci si legge e ci si premia. Ma a differenza della massoneria, non trovi facilmente fraternità poetica. Tanto meno il pubblico. Le parole in genere annoiano e spaventano. I messaggi oggi sono veloci come un flash. La civiltà tecnocratica ha annientato la cultura umanistica. Noi siamo gli ultimi fuochi. Ma tutto questo imploderà per autocombustione.

Perché la televisione e il cinema hanno più seguaci rispetto alla poesia?
Perché la massa è complice dei propri carnefici. Ma c’è una differenza tra cinema e televisione. Il cinema combatte il potere e contiene poesia, la televisione è il potere e respinge la poesia. E poi il visivo è più veloce, spesso più affascinante delle lettere. La scrittura non è del nostro tempo. È il video il Re luciferino.

Ci lasci un ricordo di tuo papà come uomo?
È stata la mia quercia protettiva. A quarant’anni dalla sua scomparsa ne ho una commossa nostalgia ogni giorno, come un fanciullo disperso nella vita senza di lui. Ci siamo amati profondamente. In scena era una maschera surreale, funambolica, infantile. Quasi un cartoon, un omino da fiaba. Nella vita era un uomo tenace, senza paura, determinato, con un forte senso dell’autorità.

E un giudizio su di lui come artista?
Un discendente della Commedia dell’Arte in sede contemporanea. L’ho vissuto come comico ma anche in ruoli crepuscolari. Era un poeta della comicità. Perché era nobile dentro. I comici italiani si sono sempre appoggiati ai temi della miseria, della fame, della truffa, dell’adulterio. Macario è stato un Pierrot lunaire. D’esprit francese. Stava sulle nuvole e dentro un quadro di Chagall.

Un tuo ricordo di figlio a cui sei più legato?
Quando vivi lungamente con una persona non hai episodi da raccontare, ma solo un unico grande stato d’animo, un sentimento intimo e grandioso. E un senso della perdita altrettanto infinito.

La tua esistenza è stata tragicamente segnata dalla perdita di un figlio. In che modo sei riuscito a sopravvivere a tale dolore?
Non sono sopravvissuto, continuo a vivere in quei sette secondi che l’hanno ucciso in un incendio. Brucio con lui ancora adesso.

Che importanza hanno avuto le donne nella tua vita? La loro presenza è palpabile in ogni tuo libro…
Dovrei parlarne a lungo. Le donne sono state il mio mito e mitizzando perdi in partenza. Le ho amate disperatamente e continuo ad amarle tutte dentro di me, nel bene e nel male.

Che cosa ti manca di più del mondo di ieri e che cosa temi maggiormente di quello di oggi?
L’Italia semplice in bianco e nero, la spontaneità perduta, gli amori adolescenti, il cinema d’allora, le canzoni degli anni Sessanta. E la poca tecnica. Oggi andiamo verso la progressiva costruzione dell’uomo artificiale, svuotato del proprio passato, asservito alle multinazionali. La rarefazione della sensibilità individuale nelle relazioni sociali è già un segnale inquietante. La civiltà tecnocratica ingoierà tutto. Vedi Missione Alphaville, film profetico di Godard del 1965.

Quali libri leggi abitualmente?
Saggi, biografie, poesia.

Il tuo libro preferito?
Il corpo di Alfredo Todisco e tutti i romanzi di Romain Gary.

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