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Intervista a Maylis de Kerangal

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Finalista dell’XI edizione del premio Lattes Grinzane 2021, Maylis de Kerangal, nata a Tolone, è considerata una delle più importanti scrittrici francesi contemporanee. Con il suo ultimo lavoro, offre al lettore un romanzo di formazione, presentando giovani alla ricerca di sé, in una metaforica discesa nell’intimità dell’arte nel suo senso profondo, concreto e totalizzante. Grazie all’ufficio stampa della Fondazione Bottari Lattes, Mangialibri è presente alla conferenza stampa organizzata presso il Palazzo Banca d’Alba, durante la quale Maylis de Kerangal si presta volentieri a rispondere anche alle nostre domande.




Nel tuo romanzo Un mondo a portata di mano racconti la fatica di chi, dopo lo studio in ambito artistico, si deve mettere in gioco accettando spesso contratti precari e a tempo determinato. Si tratta di un atto di denuncia nei confronti di questa realtà o vuole essere un incentivo ad andare avanti, nonostante tutto?
Un mondo a portata di mano esplora quella particolare età rappresentata dalla fine dell’adolescenza e che conduce all’ingresso nel mondo del lavoro. Si tratta di un’età di passaggio. Anche nei miei lavori precedenti (Corniche Kennedy e Riparare i viventi) ho esplorato il periodo dell’adolescenza, un’età in cui i protagonisti sono dei ventenni che si affacciano al mondo del lavoro. Sono dei freelance, dei giovani che affrontano contratti precari. Ho trovato interessante l’idea di scrivere di un popolo nomade, di artisti che trascorrono la loro vita passando da un contratto all’altro e si spostano da un luogo all’altro per lavorare. Si tratta quindi di una situazione particolare che mi tocca profondamente: mi interessa molto questo tipo di precarietà, vale a dire un futuro che si percepisce come incerto e instabile. Si passa da un progetto all’altro e gli stessi progetti possono esser annullati da un momento all’altro. Nel libro parlo di un cantiere che viene annullato e la protagonista Paula è costretta a lasciare l’Italia e a tornare in Francia dai genitori. La vita, quindi, appare come un enorme castello di carte che deve essere mantenuto in piedi. Sono profondamente interessata alla molteplicità delle esperienze di questi giovani che conducono una vita nomade, nella quale fanno esperienza andando di cantiere in cantiere; si tratta di una vita coraggiosa, nonostante sia sempre incerta e fragile. Per rispondere alla domanda, nei miei romanzi cerco di non lanciare mai messaggi diretti, ma preferisco che i lettori traggano le loro conclusioni. Mi limito a descrivere fedelmente la situazione: in questo caso gli artisti li vedo come esseri estremamente potenti, ma allo stesso tempo molto fragili.

Perché hai incentrato il romanzo sul mondo dell’arte e di quella fabbrica di illusioni che è il trompe-l'oeil?
Il libro ha un’importante storia relativa alla sua elaborazione. Nel 2015 in Francia si è potuto assistere a una sorta di gara tra due copie delle famose grotte preistoriche di Lascaux e Chauvet. È stato deciso di creare dei cloni di queste grotte. Allora mi sono chiesta perché si siano investiti tanta tecnica e tanto denaro per realizzare dei falsi. Ho poi posto questo interrogativo in relazione all’arte del romanzo, anch’esso creatore di un’illusione che richiede un atto di credulità da parte del lettore, il quale deve percepire e credere alla storia che viene narrata, una storia inventata, che rivela verità potenti. Il pretesto è stato quindi passare dal trompe-l'oeil, dai copisti falsari - come sono stati definiti i pittori che hanno lavorato alle due copie delle grotte cui accennavo poco fa e che ho visitato - al lavoro dello scrittore e alla realizzazione del romanzo. L’obiettivo del romanzo non è quindi solo l’arte per l’arte, ma l’analizzare la fabbrica dell’illusione e vedere cosa porta, in termini di verità, alla vita, anche attraverso la letteratura e i romanzi.

Nel tuo romanzo viene raccontata un’operazione collettiva, che prescinde dal singolo gesto artistico. Quindi è solo la connessione con gli altri che, prendendo a prestito il titolo di un tuo libro, ci ripara come viventi?
Ho sempre cercato di scrivere mettendo in scena gruppi collettivi: una banda di adolescenti in Corniche Kennedy, legati dall’età e dal fatto di stare insieme. In Nascita di un ponte ho messo in scena tutta la manodopera impegnata nella realizzazione di un’imponente opera. Quindi una massa umana che lavora insieme. In Riparare i viventi c’è un’equipe medica, più ristretta, che si passa di mano in mano un cuore, come una staffetta. Con Un mondo a portata di mano quello che pare individuale, la pittura, è in realtà una dimensione collettiva. Paula, quando entra nella scuola, non è mai sola. Fin dal primo momento trova Jonas e Kate. Sono sempre loro tre. C’è una forte dimensione di alleanza, di collettività. Ho amato molto descrivere la notte che trascorrono insieme dipingendo i pannelli che devono presentare in occasione del loro diploma. Trascorrono l’intera notte lavorando e parlando. L’artista, quindi, passa dall’individuale al collettivo, dove c’è aiuto reciproco. Mi è piaciuto molto ribaltare l’immagine dell’artista autocostruito, solo con se stesso, per passare a una fluidità e a una mobilità delle emozioni, proprio come avveniva nelle botteghe rinascimentali.

Hai affermato che i protagonisti di quest’opera non sono artisti, ma copisti. Vuoi spiegare cosa intendi con questa espressione?
Quello che mi interessava maggiormente in questo romanzo era l’idea dell’iniziazione e della formazione. In una parola, quello che si chiama bildungsroman, un romanzo che tocca l’immaginario di una persona e il suo corpo. In questo caso ciò avviene non attraverso un lavoro qualunque, ma attraverso un lavoro particolare, perché il libro verte non sulle “alte sfere” dell’arte o della pittura, ma verte sulla domanda “Che cos’è il dipingere?” ed esplora la pittura attraverso diversi strumenti e utensili, attraverso il riprodurre superfici del mondo, conoscendolo e imparando che cos’è il mondo. Si affronta pertanto una pratica minore della pittura, che è la copia. Ma ciò serve a dare ancora maggiore importanza al gesto, perché per copiare occorre conoscere bene quanto si dipinge. Si tratta perciò di un’epopea, un’odissea della conoscenza, che passa attraverso il corpo. Paula, infatti, impara a conoscere il proprio corpo, quello nel quale è nata. Sta in piedi per lavorare, respira i vapori della pittura. Ha il braccio dolente mentre dipinge, quindi il suo corpo diventa un luogo di transizione dell’arte. Interessante è anche porsi la domanda semplice: “Cosa significa inventare?” proprio da un punto di vista archeologico. Significa rivelare e Paula si inventa. All’inizio del romanzo è informe e indefinita. Poi pian piano si inventa attraverso la forma di pittura della quale si occupa, che la porta a viaggiare tra Cinecittà, Mosca e Torino; incontra gente e acquisisce una maggiore forma di sensibilità. Poi c’è nel romanzo una storia d’amore sotterranea, che scorre come un fiume e Paula impara a inventarsi anche in questo frangente.

Nel tuo libro parli di Lascaux - luogo meraviglioso denominato “La Cappella Sistina dell’umanità” - ma non lo descrivi in maniera approfondita. Da cosa nasce questa tua decisione di lasciare tale luogo in secondo piano?
È vero che anche in questo romanzo parto da luoghi, perché è mia abitudine sondare i luoghi, appunto, come motori della narrazione. Il primo luogo su cui mi soffermo è Bruxelles, dove c’è l’atelier nel quale i giovani dipingono ovunque, anche sui muri, ciò che apprendono della realtà. Poi c’è un secondo laboratorio che fa eco al primo ed è la grotta di Lascaux. Ho cercato di immaginare le persone che hanno dipinto su quei muri la loro realtà e ciò che conoscevano della loro realtà, soprattutto animale. Inizialmente avevo pensato di scrivere un libro sulla preistoria e su Lascaux e mi sono chiesta come rappresentare quel tempo. Quando però ho scoperto della copia, della riproduzione di Lascaux da parte di giovani capaci di dipingere su ogni superficie, la mia narrazione ha deviato e ho deciso di accompagnare la giovane Paula a Lascaux. L’invenzione è il cuore del mio libro, anche in senso archeologico: mi interessava capire come si dà alla luce qualcosa e come viene alla luce la stessa protagonista. Perciò ho deciso di terminare il romanzo proprio con una rivelazione. In francese, quando un archeologo scopre un luogo, si dice che lo inventa. Anche Paula nasce in una maniera difficile, in frangenti diversi, e alla fine viene condotta alla grotta. Ecco perché non è stato più importante per me descriverla, ma è diventato importante descrivere come era avvenuto il processo di pittura, come gli uomini preistorici avevano dipinto con i pigmenti, il manganese, utilizzando i rilievi presenti nella grotta per creare gli animali.

Daniel Pennac, nel suo libro L’amico scrittore, elogia la tua scrittura. Sei rimasta colpita da questa generosità? Trovi che sia comune, per uno scrittore, interessarsi ad altri autori a lui contemporanei?
Non solo ritengo sia normale, ma troverei strano uno scrittore che non si interessasse agli altri. Io stessa sono molto attenta a quanto si pubblica e leggo altri autori. Devo però dire che Daniel Pennac ha fatto molto di più. Mi ha illuminata con il suo gesto generoso, e questo non è così scontato. Ha detto: “Quest’autrice mi tocca. Per me è importante. Vi invito a leggerla.” So che Pennac legge molto e presta parecchia attenzione a quanto si pubblica. Il suo gesto, quindi, è stato splendido - è raro trovare qualcuno che spenda parole così importanti in pubblico - e mi ha molto colpita.

Che cosa ti ha insegnato il tuo romanzo?
Ho riflettuto attraverso Paula sul potere della finzione, dell’immaginazione e mi sono davvero appassionata a questo mondo della pittura decorativa, in cui giovani riproducono superfici, materiali e utilizzano tecniche e non solo. Si servono anche del linguaggio. Così come Paula si inizia a questo mondo e ne fa parte riproducendolo, allo stesso modo ha avuto per me il significato di iniziarmi alla lingua, al francese, utilizzando il linguaggio dei pennelli, delle pietre, della geologia - di cui mi interesso - dei vegetali e dei minerali. Tutto questo mi ha totalmente affascinata, perché mentre Paula si rivelava e si inventava, io mi iniziavo alla lingua.

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