Intervista a Mazen Maarouf

Scrittore, poeta, giornalista e traduttore, Mazen Maarouf è una delle voci narrative più interessanti del panorama mediorientale. Nato a Beirut nel 1978, ha visto con i propri occhi la devastazione della guerra. Oggi si divide tra il Libano e l’Islanda, viaggia per l’Europa per tenere seminari e conferenze e collabora con diverse testate giornalistiche. Noi di Mangialibri lo abbiamo incontrato a Roma, in occasione del festival letterario Più libri più liberi 2019. Ecco cosa ci ha detto.




Da ragazzino hai vissuto la guerra sulla tua pelle. Cosa ricordi più vivamente di questa tremenda esperienza e qual è la cosa più spaventosa nell’affrontare un mostro tanto potente?
La sensazione di panico, ecco cosa. Ero un bimbo che giocava per strada, quando ho perso i miei amici. E il panico di quei giorni non posso dimenticarlo. C’è un episodio in particolare, a riguardo. Sai, in Libano la guerra è stata strana. Quando cominciavano i bombardamenti, una sirena annunciava che avrebbero avuto inizio a breve così da darti il tempo di prepararti e metterti al sicuro. Noi, io, i miei due fratelli e altri due ragazzini, stavamo giocando in strada. Avevamo circa dieci anni. Mia madre tornò dal lavoro e prese a urlare “Che fate lì? Sta per iniziare un bombardamento!”, così io e i miei famigliari corremmo nel nostro appartamento, ma i ragazzini amici nostri rimasero in strada. Dieci minuti dopo caddero le bombe. I loro corpi non vennero neanche mai trovati. Questo perché le bombe al fosforo che venivano usate, un tipo che internazionalmente è vietato, bruciavano tutto, pure i corpi. Era un inferno, e molto era dovuto alle bombe al fosforo. La perdita di questi due bambini per me è stato un trauma enorme, qualcosa che ancora mi perseguita e che temo lo farà per sempre. Penso spesso a cosa sarebbero diventati se solo avessero avuto la possibilità di vivere.

In alcune delle tue storie la guerra è sullo sfondo, non è la vera protagonista della narrazione, e non le dai una collocazione spazio temporale precisa. Come se parlando della guerra di Beirut che hai vissuto volessi parlare della guerra in generale. Credi che ogni conflitto abbia in comune qualcosa con tutti gli altri?
Tra il 2014 e il 2015, quando ho scritto Barzellette per miliziani, nel mondo erano in corso circa 38 conflitti, che io ricordi. E ovviamente ci sono guerre di cui non sappiamo niente, come quella che sta avvenendo in India in questi mesi: circa un milione di combattenti che lottano contro il governo. Un conflitto di cui nessuno sa assolutamente niente. Ecco, ci sono guerre di stampo diverso, alcune di commercio e altre no, alcune di etnia e altre no, alcune politiche e altre no. Ciò che cerco di dire è che non mi ha dato alcun privilegio essere stato una vittima di guerra. Le persone sono uguali nella miseria, nelle situazioni drammatiche. In tal senso sì, i conflitti si somigliano. Io volevo raccontare queste storie così da portare questi traumi fuori da me, volevo scrivere un romanzo che mi facesse attraversare i miei demoni così da esorcizzarli. Non volevo scrivere prettamente della guerra.

I tuoi genitori sono entrambi immigrati, ma tu sei nato in Libano. A quale paese ti senti più vicino? E cosa porti con te delle culture dei diversi paesi con cui hai in qualche modo a che fare?
I miei nonni sono stati forzati a lasciare le loro case in Palestina negli anni Quaranta e sono andati in Libano, dove però nessuno ha mai dato loro la cittadinanza. Pensa, non ce l’hanno tuttora! Nessuno della mia famiglia ha la carta d’identità del Libano. Sono tutti senza cittadinanza, è una cosa tremenda. Hanno solo il permesso di soggiorno, io sono l’unico ad avere un passaporto e solo io posso viaggiare liberamente. Loro non hanno mai lasciato il Paese. E tutte le volte che viaggio, vedo le città d’Europa ad esempio, non posso dire loro quanto sia stato bello e quanto mi sia divertito. Mi sento troppo in colpa. In me comunque porto due tipi di ricordi. Quelli della vita normale, che sono libanesi – perché lì ho vissuto una parte della mia infanzia tranquilla, prima che scoppiasse la guerra, e ricordo ancora la quotidianità –, e quelli politici palestinesi. Però sai, se devo pensare a come sono diviso ci sono delle volte che mi dico di sentirmi più libanese che palestinese, visto che non sono mai stato in Palestina prima del 2016. Come potrei mai essere palestinese se non ci sono stato prima di quella data? Quindi sì, ecco, mi sento più vicino alla cultura libanese che a quella palestinese. Non sto dicendo di non essere palestinese, mi ci definisco, però sai, i ricordi d’infanzia sono in Libano.

Leggendo i tuoi racconti mi è capitato di pensare a Otto Dix, il pittore che spesso dipingeva soggetti devastati dalla guerra. Corpi mutilati, sgraziati dai conflitti. Altre volte però ho pensato pure a Salvador Dalì per la sua immaginazione contorta, per così dire. Quanto scrivi cerchi l’ispirazione solo nei tuoi ricordi o in altro? Magari in letteratura e nell’arte?
Senza dubbio sì. Sono molto interessato all’arte figurativa, soprattutto ai pittori che hanno lavorato sull’infanzia e che tentano di tornare indietro nel tempo a un periodo della giovinezza tanto complesso. Penso spesso, ad esempio, a Jean de Buffet. Lui torna all’infanzia, ma lo fa in un modo molto originale nei suoi pezzi d’arte. Amo moltissimo l’arte figurativa, e l’amo ancor di più quando nel suo aspetto più immediato è estremamente semplice nascondendo dietro qualcosa di complesso. Anche la letteratura ovviamente mi ispira tantissimo. E unendo queste due cose ai ricordi, ecco, da lì con il potere dell’immaginazione scrivo.

A volte la voce narrante delle tue storie è quella di un ragazzo. Con i loro occhi questi giovani sono capaci di raccontare storie che in realtà sono molto cupe e tristi. Come mai?
Il fatto è che sono molto connesso a ciò che mi è successo tramite il ragazzino che le ha vissute all’epoca e che è ancora in me. Ma questo ragazzino non sono solo io, sono io e insieme i miei amici d’infanzia, i miei vicini di casa, i miei compagni di classe e così via. Ho perso traccia di moltissimi di loro, alcuni sono morti, alcuni poi hanno avuto problemi mentali, altri non so proprio che fine abbiano fatto. Ed ecco, a un certo punto ho voluto far rivivere questi ragazzini che ho perso. Mi chiedevo “Che fine avranno fatto?”, e più me lo domandavo più volevo scrivere di loro. Ecco perché ci sono tanti ragazzini nelle mie storie.

I LIBRI DI MAZEN MAAROUF



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