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Intervista a Megan Nolan

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È un freddo pomeriggio di novembre quando raggiungo al telefono la scrittrice irlandese Megan Nolan. È in Italia per la promozione del suo esordio narrativo per la casa editrice NN, tradotto da Tiziana Lo Porto. La storia senza filtri di un amore tossico tra un critico d’arte e una ventenne che lo idealizza e continua, per anni, ad alimentare il circolo vizioso che è la loro storia fino a un momento di completa saturazione ed esplosione. Una storia di caduta e rinascita che colpisce direttamente allo stomaco il lettore e che noi di Mangialibri abbiamo cercato di comprendere e conoscere più da vicino, intervistando l’autrice.



È un esordio potente, Atti di sottomissione. È stato difficile scrive un romanzo del genere?
È stato un processo molto faticoso. Ho impiegato tre anni per la stesura di Atti di sottomissione, ma devo dire che questo tempo lungo mi ha aiutata molto. Le sessioni di scrittura sono state molto intense ma averle diluite nell’arco di tre anni mi ha permesso di ritagliare spazi anche per la vita che andava oltre la scrittura; è capitato che trascorressero anche mesi tra una parte del libro e un’altra. Questo anche perché sono stata sempre in movimento durante questi anni: ho subaffittato la mia casa, ho trascorso alcuni periodi in città dove non conoscevo nessuno... Mi sono allontanata da tutto ciò che mi era familiare per poter incanalare tutte le energie e la concentrazione nel romanzo.

Nella versione inglese, il titolo del romanzo è Acts of desperation, mentre nella versione italiana la disperazione è sostituita con la sottomissione…
Disperazione in inglese ha una risonanza diversa e allude al bisogno disperato di ottenere un qualche riconoscimento da parte dell’altro. In italiano non avevamo trovato un termine che restituisse la stessa urgenza. Per questo sono stata felice di condividere la scelta dell’editore con il termine sottomissione, poiché rende appieno quella volontà di abbandonarsi completamente all’amore dell’altro, senza remore né ripensamenti. Non sarebbe stato lo stesso se avessimo usato lo stesso termine in inglese; sottomissione infatti in questo caso ha una sfumatura che si concentra più sull’aspetto erotico che non su quello emotivo di una relazione, mentre in italiano riesce a restituire il significato che volevo trasmettere.

Nel romanzo, tutti i personaggi hanno un nome proprio eccetto la protagonista. È stata una scelta voluta?
Inizialmente, la mancanza di nome proprio della protagonista è stata una svista. Ho iniziato a scrivere e solo dopo i primi tre/quattro capitoli mi sono resa conto che questa ragazza non aveva un nome. Così ho cercato di dargliene uno, ma qualunque nome immaginassi mi sembrava non appropriato, come se non rendesse giustizia al personaggio. Ho iniziato a pensare che fosse quasi sbagliato darle un nome e, contemporaneamente, ho iniziato a riflettere sul perché pensassi che nessun nome le si addicesse. Mi sono resa conto che dare un nome alle cose e alle persone le definisce, crea una sorta di barriera poiché definisce i limiti. Per questo alla fine ho deciso che lasciarla senza nome era la scelta più giusta. Non c’è separazione tra lei, le sue emozioni, il suo vissuto e il lettore ma consente una immersione totale nella narrazione. È come se lasciarla anonima conferisse ancora più forza al narrato.

In Atti di sottomissione non vi è traccia di autocommiserazione o di vittimismo. Il dolore è totalizzante e narrato senza alcun filtro. È la stessa protagonista a infliggersi questo dolore e al contempo spezzare questo circolo vizioso. Come ci riesce?
Penso che sia proprio il fallimento spettacolare del tentativo di scappare da ancora una volta da sé stessa, a contribuire alla presa di coscienza di sé stessa e quindi alla sua stessa salvezza. L’essersi completamente affidata a un’altra persona e poi vedere collassare questa struttura è il momento in cui lei inizia a vedersi come persona. È in quel momento che lei decide di assumersi la responsabilità della sua persona, del suo corpo e della sua guarigione.

Qual è stata la reazione delle persone che ti conoscono dopo la pubblicazione del libro?
La mia famiglia ha letto alcuni brani del libro in anteprima e devo dire che è stata una esperienza molto intensa e dolorosa per loro; non tanto per le storie raccontate o il sesso presente, ma perché è un libro doloroso e per i genitori è sempre doloroso vedere i propri figli che soffrono. Per il resto, la mia vita non è cambiata molto dopo la pubblicazione del libro, anche perché è uscito durante il lockdown, quindi tutti eravamo confinati nelle nostre case; questo essere “distante” dagli altri mi ha aiutato parecchio nel concentrare le mie energie sul libro.

C’è un lettore ideale che ti sei immaginata durante la stesura del romanzo o è stato più uno scrivere per te stessa?
All’epoca non mi ero prefissata nessun pubblico specifico. Diciamo che all’inizio è stato un modo per parlare alla me stessa di allora. Ho cercato di mettere insieme tutte le cose riguardanti quel periodo della mia vita per trovare un modo di raccontare quelle esperienze; poi è diventato anche il modo di parlare con gli altri, di condividere un qualcosa anche con quelle persone che stanno affrontando la stessa situazione e che magari non ne parlano perché si sentono imbarazzate o perché non riescono ad aprirsi o confidarsi con qualcuno. Quindi sì, diciamo che è stato un modo di dialogare sia con la me di quegli anni, sia con chi ha vissuto la stessa condizione.

Ci sono altri progetti in cantiere?
Sì, sono al lavoro su un altro libro che probabilmente uscirà nel 2023. Sarà sempre un romanzo contemporaneo ma sarà sicuramente un libro diverso da Atti di sottomissione, perché non sarà scritto in prima persona e non avrà una visione così intimistica e personale. Sarà un romanzo nel senso più tradizionale del termine.

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