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Intervista a Michele Catozzi

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Scrittore, giornalista, informatico, veneziano - non necessariamente in quest’ordine - Michele Catozzi ha scritto il suo primo racconto nel 1994. Da allora di racconti ne ha scritti parecchi, che spaziano dalla fantascienza al giallo, dall’horror al mainstream dallo storico al thriller. E nel 2000, con uno di quei racconti, nasce il personaggio del commissario Nicola Aldani della Questura di Venezia, su cui Catozzi ha finora pubblicato quattro romanzi. Lo abbiamo intervistato via mail.




Michele, in un certo qual senso il tuo Muro di nebbia può essere definito un romanzo sulla follia: cosa ti ha affascinato di questo tema e come si fa a trattarlo in un thriller senza cadere in stucchevoli luoghi comuni?
Hai detto bene, Antonia: i luoghi comuni, i cliché di un genere molto frequentato da autori italiani e stranieri e parimenti molto amato da una consistente fascia di lettori sono un rischio fin troppo concreto. Quando decisi di correrlo, pur conscio delle trappole insite nel filone, non sono stato a rimuginarci su troppo. Avevo una storia e volevo raccontarla, e pazienza se per una volta compariva un omicida seriale. I romanzi di Aldani sono infatti dei polizieschi “tout court” (io li definisco scherzosamente dei “police procedural” in salsa veneziana...) e Muro di nebbia deraglia temporaneamente dal binario ben rodato dei tre romanzi precedenti per sconfinare per l’appunto nel thriller. Dunque, come evitare il rischio? Liberando la fantasia, documentandosi molto (questo vale sempre, in realtà), cercando di non scimmiottare gli altri, mettendoci del proprio ma senza fingere di essere i primi a scrivere un thriller. Insomma, non esiste, tanto per cambiare, una formula, ma conta come sempre l’istinto e l’umiltà. Mi rendo conto di avere glissato sulla tua prima domanda, così ti rispondo con una ulteriore domanda: chi di noi non resta affascinato dal male? Siamo umani, irrimediabilmente attratti dai lati oscuri, non soltanto dai nostri, che in fondo tendiamo a marginalizzare (siamo umani, per l’appunto), ma soprattutto da quelli degli altri, da quelli delle alterità che non ci appartengono (così almeno vogliamo credere). Siamo attratti insomma da quelle “radici del male” che sembrano molto lontane e che invece sono così vicine al punto che chiunque potrebbe trasformarsi in un “mostro”. Mi fermo qui.

Dopo i precedenti romanzi con protagonista il commissario Aldani, in cosa lo trovi uguale e in cosa cambiato rispetto ai primi libri che hai scritto?
Per me è sempre molto difficile giudicare ciò che scrivo. Certo, dopo qualche anno un’idea me la sono fatta, sarebbe sciocco negarlo. Come minimo ho accumulato una discreta esperienza che mi consente di “allontanarmi” dai miei personaggi quel tanto che basta per per averne una visione di prospettiva, ma rimane sempre un esercizio molto ostico. Aggiungo che in fondo è naturale che un personaggio, a meno che non sia di cartone, segua nel tempo, così come succede nella vita reale, un lento ma continuo percorso di maturazione. Almeno questo è ciò che mi auguro. Pertanto, azzarderei: Aldani continua a essere ligio al dovere ma allo stesso tempo insofferente verso le gerarchie, verso gli obblighi, verso tutto ciò che gli fa perdere tempo. D’altra parte il mio commissario è pur sempre un poliziotto della Omicidi, un lavoro che potremmo definire “usurante”, e la caccia al serial killer lo mette a dura prova. Non ha mai brillato per la pazienza, ma in Muro di nebbia forse c’è uno scatto in avanti in questo senso e Aldani diventa particolarmente irritabile. Un recensore del racconto A Farewell to Venice, apparso nell’antologia britannica The Book of Venice (Comma Press 2021) lo ha felicemente definito “the irascible Inspector Aldani”. Fino a quel momento non me n’ero reso conto. Dovrò farci due chiacchiere, con Aldani…

La città di Venezia, oltre ad ambientazione si eleva sempre a protagonista nelle tue storie. Come la descriveresti da non turista e quali sono i suoi punti in luce e quelli in ombra?
Venezia è decisamente una protagonista, e pure ingombrante. Quando una città è così conosciuta, ritratta e de-“scritta” non è facile affrancarsi (di nuovo...) dai cliché. Non mi riferisco soltanto a quelli più scontati di città più romantica, più bella, più affascinante, più originale, più carica di storia del mondo (tanto per citarne alcuni), ma anche a quelli, più subdoli, legati agli innumerevoli problemi di Venezia, dall’overtourism allo spopolamento, dall’acqua alta alla gentrificazione, dalle grandi navi da crociera alla laguna trasformatasi in un braccio di mare. Si tratta di problemi così eclatanti (nonché peggiorati negli ultimi anni) che finiscono spesso sulle prime pagine della stampa internazionale, sempre molto attenta, bisogna ammetterlo, ai problemi di Venezia, a volte anche di più dei politici nostrani. Faccio un esempio: l’acqua alta. A novembre ricorre non soltanto l’anniversario dell’Aqua Granda del 1966, l’alluvione che devastò la città nelle stesse ore di Firenze, ma anche di quella del 2019, la seconda per altezza (187 cm contro i 194 cm del 1966). Venezia e le immagini impressionanti della città ferita che nell’autunno/inverno di due anni fa faticava a riprendere la vita normale rimasero per molte settimane in cima alle notizie più viste, venendo scalzate soltanto da quelle, ancora più impressionanti anche se in modo del tutto diverso, del lockdown. Con questo intendo dire che anche i ricorrenti proclami sui problemi di Venezia, sono diventati ormai un ritornello che purtroppo non fa quasi più notizia. È anche per quello che, da autore, ho scelto di affrontarli in una forma diversa da quella romanzesca, con qualche post sul mio sito e soprattutto con L’Eco dell’Altana (https://www.michelecatozzi.it/eco-altana/), una sorta di esperimento metanarrativo che invio in anteprima agli iscritti alla mia newsletter. L’ultimo - il numero 6 #aquagranda - tratta proprio del rapporto tra i veneziani e l’acqua alta, con immagini e testimonianze dirette, un modo tutto personale di commemorare quelle due terribili date. Tornando alle tue domande (lo so, tendo a divagare): non esiste una Venezia per turisti e una Venezia per residenti: è l’atteggiamento mentale che fa la differenza, e quello del turista mordi e fuggi, cialtrone e, spesso, ignorante, è particolarmente deleterio per la città. Purtroppo su questo fronte la classe politica, da molti anni, sembra del tutto inadeguata nell’affrontare la questione.

In Muro di nebbia c’è una cosa che colpisce moltissimo il lettore ed è la capacità di Aldani di affidarsi anche al giudizio altrui, alle competenze degli altri, all’idea di fare davvero squadra pur di fermare un assassino. Pensi che una cosa del genere possa succedere anche nella realtà? Che l’importanza di una indagine venga prima di ogni personalismo?
Sono contento che tu abbia notato questo aspetto, non ricordo che altri lo abbiano mai sottolineato, né in questo né nei romanzi precedenti. In realtà Aldani è uomo di squadra da sempre, anche se nell’ultima indagine questa sua propensione è messa in particolare risalto dal fatto che egli sia, almeno all’inizio, “costretto” a collaborare con una collega proveniente da Roma. Il fatto che, oltretutto, si tratti di una donna, catapultata in un ambiente ancora molto maschilista, non semplifica le cose. Nella realtà, e non mi riferisco soltanto alla questione di genere, c’è ancora molto lavoro da fare. Sono convinto che oggi non ci sia più molto spazio per i personalismi, l’estrema specializzazione dei ruoli, che investe ogni ambito dell’attività umana, non ha risparmiato, e per fortuna, nemmeno le forze dell’ordine. Da solo ormai non riesce a lavorare quasi più nessuno. Forse nemmeno un autore.

Se dovessi scegliere un leit motiv che lega tutte le tue storie e che non sia Venezia o Aldani quale sceglieresti e perché?
La memoria. La memoria dei piccoli dettagli, come i ricordi d’infanzia di Aldani – il ghiacciolo a 30 lire o le passeggiate con i compagni di Liceo alle Zattere - o dei grandi eventi storici, come la Mala del Brenta, o le centinaia di operai del Petrolchimico di Porto Marghera morti di tumore. Quest’ultimo non è un esempio casuale, il mio terzo romanzo, Marea tossica, vede infatti il commissario Aldani indagare tra i fantasmi del Petrolchimico rievocando una grande ferita della nostra storia recente. Anche in questo caso il romanzo è intriso di ricordi personali… Ma forse sto andando fuori tema.

Quale è la frase di Muro di nebbia che a tuo parere rappresenta meglio l’intera storia?
Me ne servono due. Sarà banale, ma scelgo l’incipit. D’altra parte è un dato di fatto che spesso l’incipit racchiuda in nuce un intero romanzo. “Un manipolo di sagome indistinte si muoveva attorno al cadavere con un bisbiglìo misurato che la fitta nebbia subito riassorbiva. Aveva da poco albeggiato e l’aria immobile rendeva più tangibile il gravare della foschia che ristagnava densa sull’acqua annullando i confini tra riva e canale”.

Tu ce l’hai un posto del cuore dove solitamente ti metti a scrivere o semplicemente a raccogliere le idee?
Ce l’avevo! Lo definivo “il solito bar” nelle consuete pagine di ringraziamento a fine romanzo. Al “solito bar” sono stati scritti i primi tre. Purtroppo è stato spazzato via dal lockdown del 2020. L’albergo che lo ospitava è fallito, ma ha appena trovato un acquirente, chissà. Per ora sto ancora tentando di trovare un nuovo centro di gravità, il quinto romanzo di Aldani incombe!

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