Intervista a Mirt Komel

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Nel corso di BookCity 2019, a Milano, tra violini di ogni tipo, pianoforti, spartiti e libri, ho incontrato Mirt Komel, filosofo, romanziere, sociologo, drammaturgo, saggista e traduttore sloveno che attualmente insegna filosofia e letteratura all’Università di Lubiana, presso il Dipartimento di Studi Culturali della Facoltà di Scienze Sociali. Abbiamo parlato del suo romanzo, del suo rapporto con la musica e del tatto. Molto di più di quello che abbiamo sempre immaginato.




Il protagonista del tuo romanzo Il tocco del pianista è Gabriel Goldman, il musicista del titolo, che ritroviamo in ospedale a causa di un malore non ben definito. A volte sembra lui il narratore, a volte no. Chi è il vero narratore? È super partes? Sa qualcosa di più rispetto a Gabriel?
Se mi permetti vorrei citare Proust, se non altro per togliermi dall’imbarazzo di mettermi come narratore! In Alla ricerca del tempo perduto Proust dice che il sognatore è come lo scrittore. Quando sogniamo, lo facciamo in prima persona, ma nello stesso tempo ci sdoppiamo nelle figure che popolano il nostro sogno, quando succede qualcosa. Per i romanzi vale la stessa cosa: chi scrive il romanzo si sdoppia, da una parte è il suo stesso protagonista, dall’altra è anche il narratore della storia. Un romanzo moderno è un romanzo che parla in prima persona, perciò questo sdoppiamento non c’è, o almeno non così diretto. Dato che Il tocco del pianista voleva essere un romanzo non postmoderno ma moderno, ho usato questa tecnica di narrazione.

Quanto c’è di autobiografico nel racconto e nella storia di Gabriel?
Pezzo per pezzo tantissimo: episodi, persone trasformate per diventare personaggi, situazioni. Per esempio l’esperienza di apprendimento del piano, quella che Gabriel fa da bambino, io l’ho fatta a trent’anni. Non ho mai avuto un’educazione musicale prima di iniziare questo romanzo, per cui mentre lo scrivevo ho ingaggiato per un anno un maestro di pianoforte. Ancora adesso lo suono in modo amatoriale ma non sono certo un pianista. Prendo un brano, lo studio, lo imparo a memoria, lo suono un po’ e poi passo a un altro. Solo per piacere, per il gusto di farlo. Quando stavo scrivendo il romanzo era più una necessità funzionale al romanzo stesso, ma suonare il pianoforte mi è rimasto come piacere.

Il racconto si muove continuamente tra presente e passato, che si alternano e a volte confondono. Il passato sembra ancora “aperto” e irrisolto per alcuni aspetti della vita del protagonista. Questo avviene in maniera quasi osmotica, in un percorso catartico (o almeno io l’ho vissuto così). Quanta catarsi c’è in quel letto d’ospedale?
Anche quella è una parte quasi autobiografica, perché ho affrontato un intervento, non tanto complicato, ma che mi ha stordito per un mese in ospedale. Tutte quelle scene d’ospedale sono autentiche, ma torniamo alla struttura del romanzo… Una delle prime versioni era abbastanza classica: conoscevamo Gabriel da bambino e lo seguivamo nella sua crescita, fino a quando diventa pianista e sviluppa la fobia del tatto. All’inizio quindi il racconto procedeva linearmente, poi a seguito di quell’intervento ho cambiato anche la struttura della narrazione, che inizia proprio da quel punto in cui sviluppa la fobia del tatto. Perché il vero protagonista non è né il pianista né la musica, ma è il tocco del pianista che produce la musica. Per questo motivo ho deciso di dare più attenzione all’unico tema in cui mi sento davvero e veramente ferrato, ovvero il tocco, il senso del tatto. Che poi è quello che studio nell’altra mia vita (filosofica), da Dr. Jekyill. Da Mr. Hide scrivo romanzi.

Hai anticipato la mia prossima curiosità. Di solito la musica viene associata e la associamo all’orecchio, al senso dell’udito, piuttosto che al tatto. Questo sicuramente è legato alla tua vita da Dr. Jekyll e agli approfondimenti filosofici. Deriva solo da quello o ci sono altre ragioni?
No, c’è un’altra ragione, che è biografica ma non autobiografica. È tratta dalla vita del pianista canadese Glenn Gould che ha sviluppato una fobia analoga a quella di Gabriel, cioè la fobia del tatto, a livelli esasperati, quasi feticistici, verso tutto. Ho usato questo tema perché mi incuriosiva, sia personalmente che artisticamente, e ne ho fatto una cosa un po’ diversa. Diciamo che la scommessa artistica che ho voluto portare avanti è quella di una persona che si “immensa”, così come ha fatto Gould, e così come fa Gabriel, cercando di sviluppare una tecnica pianistica perfetta, che non coinvolge tutto il corpo, al contrario di quanto succede quando si impara il piano. Gould ha cercato di emancipare le mani e le dita dal proprio corpo, cosicché potessero “giocare” da sole. Nel romanzo è quel momento in cui, quasi in maniera lynchiana, le mani del pianista prendono il sopravvento sul pianista stesso ed è quello il momento “horror” de Il tocco del pianista. Questo è il motivo per cui ho posto questo accento sul tatto, piuttosto che sull’udito. L’udito è dato dalla natura, il tatto è ciò che si sviluppa tramite la cultura, con la tecnica.

Mi viene in mente l’episodio legato all’insegnante “monco”, che comunque anticipa quello che sarà il problema di Gabriel, la sua fobia. È come se tutto iniziasse lì, con l’immagine del suo insegnante che suona con una mano sola…
Sì, in quel caso i riferimenti sono due. Il primo è legato al fratello di Wittgenstein, che era pianista e che aveva perduto una mano, per cui suonava con una mano sola. Non era il solo, ci sono stati tanti compositori che hanno realizzato pezzi per una mano sola. Era una situazione storica nel dopoguerra europeo, un’affermazione artistica contro la guerra, a dimostrazione del fatto che neanche una tragedia come la guerra può fermare la musica. La musica va avanti, anche con un braccio solo. Il secondo riferimento è un po’ più teoretico. Maurice Ponty nella sua interessantissima Fenomenologia della percezione non inizia parlando del tatto in generale, ma si sofferma subito sul tatto fantomatico. Descrive quelle situazioni in cui qualcuno perde una mano per via della guerra o per via del lavoro, guerra vera la prima, guerra di classe la seconda. Ci sono casi clinici che dimostrano che le persone sviluppano una mano “fantomatica” e continuano a sentire il tatto anche laddove non c’è effettivamente. Ed è quello il punto di partenza di questo saggio di Ponty: il tatto fantomatico non riguarda tanto il carattere biologico del corpo, quanto la sensazione del tatto stesso. Da qui parte anche l’interpretazione di un filosofo che mi sta molto a cuore, uno degli ultimi eroi del post strutturalismo francese, Jean-Luc Nascy, che gioca con le parole per dimostrare questo stesso punto, in modo un po’ più elaborato. Dice che “è là il senso del senso”, cioè il senso del tatto. Qui combaciano sia il senso più filosofico ed esistenziale che il senso più “corporale” e materiale. Nancy gioca con il tedesco usando il termine begriff, che come verbo significa “aggrappare, prendere”, come sostantivo significa “oggetto”. Queste contraddizioni in una sola parola sono quello che il tatto è, cioè non solo materiale e sensibile, ma anche nella testa e nel corpo. Come una contraddizione.

Se dovessi immaginare il tuo lettore ideale o il tuo lettore tipo, chi sarebbe?
Ah, il mio lettore ideale? Per questo romanzo un lettore che apprezza la musica e che, anche se non è un musicista, sia aperto alla musica intesa come arte. Sono contento se i musicologi considerano valido il mio romanzo, ma il pubblico che voglio entusiasmare alla musica e al tatto è quello degli amatori. Quelli come me.

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