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Intervista a Nadia Fusini

Incontro Nadia Fusini al termine della sua relazione “Virginia Woolf e Bloomsbury” tenuta a Pistoia durante la nona edizione dei Dialoghi sull’uomo, festival dell’antropologia del contemporaneo. Studiosa di teatro elisabettiano, ha curato e tradotto lavori di Mary Shelley, Keats, Stevens e Virginia Woolf, scrittrice, critica letteraria e insegnante universitaria, si è occupata dell’identità e della condizione femminile. Nonostante il caldo torrido improvviso e l’impegno prolungato con il pubblico al termine del suo intervento, arriva impeccabile e elegantissima, disponibile a rispondere alle mie domande.



Nella prefazione di Una fratellanza inquieta spieghi che hai ripreso in mano, dopo più di venti anni, il libro in cui ti domandavi chi fossero gli uomini e le donne e quale relazione esistesse tra loro. Cosa è cambiato nel tuo pensiero in questi anni?
Questo è un libro che insiste molto sulla relazione: cioè gli uomini e le donne non possono non riconoscersi e non intrattenere una relazione insieme. Questo non c’entra nulla con i gusti sessuali, di fatto il mondo è fatto di uomini e di donne, noi donne se non incontriamo gli uomini nelle relazioni sessuali, comunque li incontriamo gli uomini nel posto di lavoro, sul tram, per strada… dunque non può esserci una separazione come un certo tipo di femminismo ha anche voluto. Credo che in questo senso la fratellanza sia un termine che io riscopro, siamo fratelli e sorelle. Purtroppo in italiano non c’è una parola che comprenda tutta la realtà umana, “fratellanza” privilegia il lato maschile purtroppo, la cosa che voglio sottolineare è che sarà inquieta, sarà piena di domande e di tensioni, ma la relazione tra uomo e donna deve esistere. L’altra cosa che sottolineo in questa nuova versione del libro è il fatto che tante conquiste sono state raggiunte, siamo andati molto avanti. Questo mondo in cui viviamo oggi è veramente un mondo molto fatto dalle donne, le nostre battaglie per la libertà, per il divorzio, per l’aborto… questo nostro modo di stare al mondo ha cambiato il mondo in cui viviamo. Credo che il valore della vita così come lo hanno riscoperto le donne, imposto al pensiero sia fondamentale. Quindi c’è più uguaglianza, più presenza delle donne nel mondo, certo non c’è la parità è evidente, se lei guarda al Parlamento, nelle Università, chi ha i posti più alti negli uffici eccetera però molto è stato fatto. Soprattutto, secondo me, sono stati rovesciati dei cliché, degli stereotipi. Non possiamo più veramente rappresentarci la vita secondo il maschile come principio della potenza, della forza e il femminile come quello della debolezza. Non è così, anzi secondo me il mondo moderno è sempre di più un mondo dove sono sempre più apprezzati i valori, tra molte virgolette, femminili: l’accoglienza, la disponibilità, la cura. Valori che nel passato si contrapponevano alla violenza, alla forza… io naturalmente, sono sempre stata per quelli femminili eh, eh! Un’altra cosa fondamentale è che non dobbiamo essere noi donne così sciocche da pensare che certi contentini bastino, perché quando ci regalano, non so per esempio la presidente del Senato, beh quella non è una conquista delle donne che sia lì quella donna, perché ci sono donne che sono anche brutte copie degli uomini e che non hanno un pensiero della differenza. Io credo che il mondo sia cambiato proprio perché si è imposto il pensiero della differenza. Devo dire però che questo festival dovrebbe tematizzare di più, Dialoghi sull’Uomo, capisco cosa s’intenda dire, in effetti non c’è una parola che metta insieme uomini e donne, ma non può rimanere quello il termine universale per la condizione umana. Ormai bisogna riconoscere la presenza delle donne nel mondo come molto, molto fondamentale.

Il primo capitolo lo hai intitolato “Ci vuole una donna per fare un uomo”. Lo diceva tua madre e ne sono convinta anche io, cosa suggerisci alle madri con un figlio maschio, ma anche a chi ha una femmina?
Beh, quando mia madre diceva quella frase era ovviamente una battuta scherzosa per rivendicare una potenza che non era riconosciuta, per cui dire ci vuole una donna per fare un uomo era un modo per restituire una centralità alla figura della donna. Voleva però anche dire, nel concreto, che una madre fa molto nell’educare l’uomo che vuole, questo è anche un pensiero di Virginia Woolf. Quando dice, attenzione alla violenza, alla guerra e così via perché le madri vittoriane hanno costruito dei figli in cui si rifletteva la loro concezione di virilità. Allora la madre di un maschio non dovrà stare lì in ginocchio a adorare in lui il feticcio fallico, dovrà voler crescere una persona problematica aperta alla differenza, non dovrà semplicemente insegnargli a comandare a dire che ha più valore lui che una femmina, ma questo non penso che lo faccia più nessuno.

Cosa intendi quando sostieni di voler rimanere consapevole delle differenze sessuali? Perché ritieni “insopportabilmente povera l’esistenza femminile quando la sua misura sia quella maschile”?
Credo che oggi le donne che non riconoscono il valore della donna siano veramente miserabili. O che lo riconoscono solo perché fa loro comodo. Essere una donna vuol dire avere una coscienza della differenza, della disuguaglianza e battersi. Ma ormai alcune donne usano questo per un’affermazione personale che non è accompagnata dalla coscienza critica. In questo incontro che ho fatto poco fa al festival sul gruppo di Bloomsbury ho sottolineato che dobbiamo prenderci cura di tutte le creature, maschi e femmine, perché abbiano una coscienza critica, che non abbiano questo feticcio dell’identità, del successo, dell’arrivare come segni di chissà che cosa. No, essere una donna, avere una coscienza della storia che abbiamo alle spalle e non semplicemente utilizzare il femminismo per avere le quote rosa. Io sono assolutamente contraria alle cosiddette quote rosa, per dire.

Più volte hai affermato che il ruolo dello scrittore è “orientare lo sguardo”, stimolare al “viaggio di pensiero”, spingere l’uomo incontro alla libertà umana più vera: la capacità di pensiero. Tuttavia viviamo in una società che tende a ”protocollare” ogni cosa, in cui si premia l’uniformità di pensiero. Come possiamo difenderci oggi che rispetto alla parola scritta è l’immagine il mezzo comunicativo vincente?
Ci possiamo difendere esercitando il più possibile la nostra intelligenza, difendendo la nostra libertà di scartare i luoghi comuni. Ma soprattutto bisogna capire che non siamo al mondo per acquisire qualcosa, ma siamo al mondo per godere dell’altro. L’altro non è soltanto un nemico, è la meraviglia che ci sia un altro. Saremmo tristissimi a essere tutti uguali, dobbiamo mantenere aperta la disponibilità a conoscere ciò che non conosciamo, perché incontrare l’altro è anche un’avventura di conoscenza che ci allarga gli occhi, ci fa scoprire cose che non aspettavamo. Là dove è possibile bisogna scartare da questo mondo di opinioni già confezionate, vivere completamente la nostra esistenza, in fondo siamo qui non per ottenere chissà che cosa, ma per godere la vita, per amare glia altri, per godere della presenza degli altri. Ho aperto la conferenza di oggi con un verso di William Shakespeare, “Society is the happiness of life”, cioè stare insieme è la felicità della vita, society nel senso di fare società, comunità. Stare insieme con gli altri: questa è la felicità. Non è acquisire, acquisire, acquisire. Poi tu acquisisci denaro, fama… ma questo non dà la felicità, non è che dico una cosa nuova. È il gusto della vita che dobbiamo coltivare e nella vita una delle cose più belle è che ci siano altri diversi da noi con cui noi ci confrontiamo. Ecco la fratellanza inquieta, sì inquieta, perché poi è vero che c’è conflitto, io voglio andare al cinema e io voglio andare a letto, non lo so, però questa animazione non deve diventare guerra, violenza. Naturalmente la nostra libertà di donne ha creato negli uomini anche una grande paura, ci sono tanti uomini che non sono all’altezza della libertà femminile, questo è il punto grave. I femminicidi che cosa sono?

Quello del femminicidio è un tema attuale e delicato, ma è anche una costante nella storia e in tante culture contemporanee: da sempre, purtroppo, ci sono stati uomini che hanno annientato fisicamente e psicologicamente le donne considerate esseri deboli, indifesi, inferiori. L’origine secondo te è la stessa?
Oggi colpisce di più perché le donne non sono delle vittime di solito, sono protagoniste della vita sociale, colpisce di più che una donna venga uccisa perché ha chiesto il divorzio. Quell’uomo non ce la fa a tenere testa alla libertà della donna, fortunatamente sono pochi questi uomini, però questo problema esiste, dobbiamo un po’ educarli questi uomini al fatto che l’altro che è libero prenda un’altra strada.

Quale relazione c’è tra paura e coraggio sia nelle donne che vivono una situazione di oppressione che negli uomini che agiscono con la sopraffazione?
Intanto bisogna aiutare di più le donne e qui c’è una specie di connivenza un po’ mafiosa dei maschi, bisogna fare delle leggi per tutelare le donne che subiscono stalking. Però poi alla fine vince la cultura, vince il fatto che certe cose non si possono fare c’è un tabù sociale su questo, quindi bisogna che le madri, che a scuola, in famiglia e così via si insegni sempre di più che si deve anche sopportare la libertà dell’altro, non si può…

Sopportare o supportare?
Sopportare e anche sostenere, entrambe le cose naturalmente. Io per esempio con mia figlia ho sempre cercato di sostenerla quando lei faceva mosse di libertà, non di reprimerla, certo di proteggerla anche! Ma in fondo a me la libertà piace molto, mi piace tanto anche la libertà dell’altro, non ho una dimensione possessiva dell’amore, il rispetto della libertà dell’altro è un valore a cui bisogna educare.

Virginia Woolf è per lo più presentata come una persona tutto sommato triste, grigia, e invece cosa l’affascina di più in lei e cosa ancora oggi ha da dire alla nostra società?
Moltissimo. Intanto ci sono tutte queste immagini che non dicono tutto di lei, in realtà lei è una creatura molto ironica, a lei piace godere la vita, le feste, viaggiare. Una donna che ha molto il gusto del vivere, vivere è bello, è una gioia. Certo è anche una donna che ha episodi di grave malattia mentale, ma ne esce sempre anche se curata un po’ semplicemente. La grande lezione della Woolf è la libertà di sguardo che ci insegna, lei ha la metafora dell’outside, di quello che sta fuori; le donne della sua generazione erano destinate a stare dentro delle convenzioni e al tempo stesso erano fuori dalla scuola, dal potere eccetera, e lei lo sottolinea – guardate che in realtà questa posizione che è anche negativa può essere anche un atout, cioè l’outside vede di più dell’inside. Quindi questo stare fuori, questa eccentricità usiamola anche per giudicare e per trasformare. Questa secondo me è una lezione fondamentale, si d’accordo noi donne siamo state tenute fuori dal potere, dalle guerre eccetera, però questo ci ha permesso di sviluppare altre facoltà, altre capacità che sono altrettanto necessarie al vivere comune, nella vita civile, non è che è soltanto necessario sparare, no. Allora lei ha insegnato che essere donna può essere un punto di forza, ci dà uno sguardo che ci consente di giudicare la realtà e di illuminare certe cose che sono sottovalutate.

Mentre parlavi della malattia mentale di Virginia Woolf mi è venuta in mente Alda Merini, la poetessa che è entrata e uscita dal manicomio tutta la vita. La condizione della malattia o della disabilità mentale quanto aiuta a guardare la realtà da un altro punto di vista?
Questa è la cosa che dice proprio Virginia Woolf: questi periodi di follia, perché lei soffriva di stati maniaco-depressivi, “questi momenti in cui affondo nel buco nero sono anche quei momenti che mi fanno vedere cose che nessuno vede”. C’è un punto di vista lì che non si può tacere. Infatti se ci pensi è dalla malattia che parte la conoscenza della salute. Quando Freud descrive i meccanismi psichici parte dai malati per arrivare a descrivere il meccanismo psichico della mente oppure non so il grande linguista Jacobson fa degli studi sulla lingua partendo dall’afasia. Proprio studiando il disturbo del linguaggio arriva a cogliere le regole che reggono il linguaggio.

Per assurdo quindi quello che è un limite diventa una risorsa?
Esatto, proprio così.

I LIBRI DI NADIA FUSINI