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Intervista a Natasha Solomons

È nella suggestiva cornice del museo Leonardo3 - Il Mondo di Leonardo da Vinci, in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, che Natasha Solomons, classe 1980 e autrice di romanzi ad ambientazione storica, sta promuovendo il suo ultimo libro nel quale dà voce alla donna più famosa della storia dell’arte… Tra fedeli riproduzioni di modelli aerei elicoidali, appunti leonardeschi rigorosamente speculari e versioni digitali e interattive della Gioconda e dell’uomo vitruviano, la scrittrice inglese dagli occhi luminosi, incarnato roseo e modi delicati - che per rimanere in tema sfoggia un paio di deliziosi orecchini a forma di quadro della Monna Lisa - ci concede questa intervista rispondendo alle domande con garbo e affabilità.



Come nasce la tua esperienza di scrittrice?
È cominciato così: stavo lavorando al mio PhD, dovevo scrivere un capitolo per la mia tesi sulla poesia in versi e a un certo punto sono rimasta completamente bloccata. Così mi son detta, ma sì, magari scrivo un capitolo di narrativa, tanto per distrarmi un po’. Sono passati dodici anni e non mi sono ancora rimessa al lavoro su quel capitolo e credo che, tutto sommato, il mondo possa anche aspettare.

È molto interessante questo riferimento alla poesia, perché la tua scrittura è caratterizzata da dialoghi vivaci che si alternano a momenti di descrizione meticolose e allo stesso tempo molto poetiche. Che ruolo ha la poesia nella tua esperienza di lettrice e scrittrice?
Amo moltissimo la poesia, mi piace tanto leggerla. Non ne scrivo da quando avevo vent’anni circa. Credo infatti che un poeta debba avere una mente matematica per il calcolo della metrica, cosa che io non ho assolutamente; non ho un orecchio matematico. Sono una che può inventare delle metafore, posso concepire belle frasi e avere uno sguardo originale sulle cose, ma il poeta deve avere un’altra qualità che è quella di saper contare le battute e questa è proprio una cosa che non so fare.

Come nascono le tue storie? Cosa ispira maggiormente la tua produzione?
Non saprei. Direi che spesso comincio mettendo a fuoco il personaggio principale, poi una volta che ho il protagonista o la protagonista posso iniziare. Ma sono davvero tutti libri diversi e storie diverse, un po’ come accade con i figli. Non solo sono diversi gli uni dagli altri, in qualche modo, non dipendono direttamente da te. Ogni storia ha avuto la sua nascita particolare.

Nei tuoi romanzi ritroviamo ambientazioni storiche minuziosamente evocate. Da dove nasce questa tua passione per la storia, per il passato?
Devo dire che la storia mi è sempre piaciuta moltissimo, l’ho sempre amata molto. In generale, il fatto di scrivere credo che mi affascini per la possibilità che offre di vivere due vite contemporaneamente. E poi, c’è proprio il piacere nella creazione di un mondo completamente diverso, e se lo devo creare questo mondo, beh, tanto vale che sia fatto con una resa assolutamente perfetta, che tenga conto di tutti i dettagli, di tutti gli odori, di tutte le atmosfere. È una creazione che deve avvenire in modo curato e dettagliato, altrimenti per me non avrebbe senso.

Con I Goldbaum, il romanzo che ti ha reso celebre in Italia, Casa Tyneford e Un perfetto gentiluomo hai indagato il primo Novecento, in particolar modo il periodo delle due guerre mondiali. Con il tuo ultimo romanzo, Io, Monna Lisa, prendi le mosse dal Rinascimento italiano per poi addentrarti nei secoli successivi. Quanto e come è cambiato il tipo di ricerca che hai dovuto intraprendere per ricostruire le atmosfere di epoche così diverse?
In realtà il processo è sostanzialmente lo stesso; non ho trovato che in questo caso fosse più difficile rispetto agli altri libri. È sempre una grandissima gioia. Anzi, devo dire che forse ne I Goldbaum ho avuto più difficoltà perché il fatto di dovere raccontare il mondo della finanza, per me che non ho assolutamente una mente matematica, si è rivelato estremamente difficile. Però, alla fine devo ammettere che mi sono anche divertita nel diventare esperta di una materia molto velocemente. Per quanto riguarda la storia dell’arte, Io, Monna Lisa non è il primo libro in cui me ne sono occupata. Trovo che svolgere ricerche per i libri sia un po’ come quando si studia per un esame: ti prepari per la stesura del libro, ma una volta ultimato il romanzo il materiale e le informazioni che hai raccolto dopo un po’ se ne vanno. Con la storia dell’arte, invece, questo non è accaduto: mi ha aspettata, è rimasta lì ed è stato molto bella ritrovarla. C’è solo stato bisogno di rinfrescarla un po’ ed è stata una grande gioia, una grande sorpresa e anche un grandissimo aiuto.

L’identità ha un ruolo centrale nei tuoi libri. In Io, Monna Lisa Leonardo da Vinci afferma che il suo cognome, quindi la sua identità, coincide con il suo paese d’origine, Vinci, e che lui sarà sempre Leonardo da Vinci, dunque sempre legato a quel posto, nonostante abbandoni l’Italia per la Francia. Nei tuoi romanzi, i personaggi sono spesso costretti a migrare e vivono dunque una dolorosa esperienza di sradicamento che influisce sulla loro identità. Perché questo tema ti sta così a cuore?
Io sono figlia di rifugiati - i miei nonni erano ebrei tedeschi che da Berlino si rifugiarono in Inghilterra - e ho sempre sentito di non appartenere a nessun luogo, di non riuscire ad adattarmi alle situazioni. Insomma, non mi sento mai nel posto giusto. Ho sempre cercato la mia identità, mi sono sempre chiesta dove io appartenessi. E in un certo senso anche Monna Lisa è così. Lei non è mai nel posto giusto, è diversa da tutte le altre donne. È la donna più famosa al mondo e al tempo stesso non è una donna, bensì un quadro. È sola ed è diversa da tutte le altre donne al mondo.

Nelle tue opere precedenti, è centrale la questione dell’antisemitismo. In Io, Monna Lisa soffermandoti sull’omosessualità di Leonardo e le sue ripercussioni sociali, hai forse voluto indagare un altro tipo di discriminazione?
Sì, è sicuramene un aspetto che ho trattato e a cui ho voluto dedicare particolare cura. Faccio fatica ad usare la parola “gay”, perché è sicuramente un concetto o una parola con cui Leonardo da Vinci non avrebbe avuto familiarità e avrebbe fatto anche fatica a capire a che concetto ci si riferisce. C’è sicuramente l’elemento della discriminazione ma c’è anche un’ambivalenza. È un tema molto difficile da trattare, soprattutto visto attraverso le lenti di oggi perché allora, in generale, la relazione con la sessualità era diversa. A Firenze, in quel periodo, moltissimi uomini sperimentavano l’omosessualità e io ho sicuramente cercato di raccontare e rappresentare, a partire dagli appunti di Leonardo stesso e dalle biografie che gli sono state dedicate, quello che potesse essere la sua sessualità, ma sicuramente con la difficoltà di un tema vista con cinquecento anni di distanza.

Come è stato calarsi nei panni della Monna Lisa, quindi nei panni della donna più celebre della pittura mondiale e assumere il suo punto di vista?
È stato sicuramente energizzante, allegro e con anche dei momenti di malinconia perché è tutta un’avventura quella che lei vive. All’inizio, è piena di speranza ma possiede anche una caratteristica di ribellione; verso la fine deve invece affrontare momenti di grande dolore e ci sono dunque stati momenti di malinconia.

Ci sono autori classici o anche contemporanei che ritieni abbiano influenzato la tua scrittura?
Il concetto di “influenza” mi fa un pochino paura, nel senso che la scrittura per uno scrittore è in fondo come la sua impronta digitale. Sicuramente, ci sono scrittrici e scrittori che ho amato e che amo moltissimo e che in qualche modo mi hanno ispirata. Ad esempio, in questo momento sono ossessionata da una scrittrice americana che si chiama Katherine Heiny che scrive cose molto diverse da quello che scrivo io in quanto racconta di vita contemporanea negli Stati Uniti. Amo moltissimo il suo modo di osservare la gente, i suoi protagonisti, le loro fragilità senza portare alcun tipo di giudizio su questi personaggi che sembrano persone reali; mi sembra di conoscerli meglio della mia stessa famiglia! Quindi, sicuramente lei in questo senso mi ispira a migliorare come scrittrice. È anche molto divertente, che è il motivo per cui non ha vinto i premi più importanti, perché una donna con il senso dell’umorismo viene considerata minore, mentre noi sappiamo che è tutto il contrario, ma sono certa che un giorno sarà riconosciuta. Quello che volevo dire è che i suoi sono libri molto diversi dai miei ma che io leggo con tantissima ammirazione, per me è una specie di moderna Jane Austen.

Ci sono scrittori e scrittrici italiani che apprezzi particolarmente?
Di narrativa contemporanea devo confessare di no. Innanzitutto, devo dire che non leggo tantissima narrativa, leggo soprattutto saggistica. Però, fra i classici di letteratura italiana, ho iniziato a leggere Boccaccio da adolescente e ancora oggi non resisto alla tentazione di rileggerlo!

I LIBRI DI NATASHA SOLOMONS