Nicola Mariuccini conosce il valore delle parole, di cui si serve sia quando scrive per il teatro sia per la narrativa. Ma le parole gli permettono anche di raccontarsi apertamente in questa intervista, di parlare di una sua esperienza di vita che diventa, attraverso le pagine di un romanzo, universale. Sono diversi gli argomenti che affrontiamo insieme: il coraggio di confrontarsi con le proprie ferite e accettarle per andare avanti; la necessità di ricomporre i pezzi del proprio passato; il bisogno di riconciliare la memoria dei morti con quella dei vivi. Ecco cosa ci ha raccontato.
Il tuo romanzo Io ti porterei racconta di un padre e un figlio che intraprendono un viaggio per riappacificare passato e presente. Si tratta quindi di una storia familiare sullo sfondo di un’Italia ai tempi del fascismo e della Seconda guerra mondiale. Nella progettazione del romanzo sei partito dalla storia di famiglia o dalla Storia?
Il romanzo nasce dal desiderio di riportare la nonna a casa, nella sua città natale. Ho compiuto questo viaggio realmente, per trovare e riportare la salma di nonna, riuscendo dove papà non aveva trovato risultato. Allora ho sentito il bisogno di costruire un viaggio letterario, un cammino per attraversare le ferite del passato, quelle che la guerra e il tempo hanno lasciato in famiglia. La nonna con la sua vicenda, con la sua fuga è diventata il simbolo di un dolore muto e nascosto, di una memoria senza pace. A quel punto il romanzo mi è venuto fuori come una sorta di doppio riscatto, per nonna che finalmente ha avuto il suo funerale ma anche per il padre e per il figlio, per me e papà che viaggiando, insieme, ricomponiamo i pezzi di una storia spezzata unendo il mio ago con il suo filo.
La voce narrante, quella del figlio, dice di essere contento di accompagnare il padre “a fare questa cosa, a riappropriarsi del proprio amore verso la madre, a ricomporre un giudizio giusto e sereno nei suoi confronti.” Qual è il rapporto tra padre e figlio e quale quello tra Liboria, la nonna della voce narrante, e il figlio che la sta conducendo al luogo finale di sepoltura?
Papà ha sempre detto di essere rimasto orfano di entrambi i genitori quando aveva sette anni, in realtà ho scoperto che nonna era morta un po’ dopo ma lui stava in collegio e probabilmente non gli fu detto. Il suo giudizio nei confronti della mamma fu altalenante negli anni, fino ad arrivare a formularne uno, piuttosto duro, nell’ultimo periodo della sua vita. Vivo nell’amarezza di non aver capito il suo dolore di bambino prima, di uomo e di padre poi, di non essere stato capace di comprenderne le chiavi giuste per poterlo aiutare. Io ti porterei è questo tentativo di riconciliare la memoria dei morti con quella dei vivi.
Quanto, secondo te, lo scontro generazionale, è necessario per crescere e creare la propria personalità?
Lo scontro generazionale, sebbene vissuto in maniera incruenta, riportato nel libro, è frutto di una messa a confronto di schemi culturali, fra padre e figlio, sostanzialmente simili, all’interno di un percorso evolutivo che alla fine distanzia sin troppo le parti. Fino quasi a dover prendere atto di essere due realtà incomunicabili. Riconciliare forse è uno dei compiti della letteratura.
Nell’Italia degli anni Quaranta Liboria vuole divorziare, vuole una nuova possibilità di vita. Quanto è verosimile la modernità di questa donna in anni così complessi come quelli in cui è ambientata parte della storia?
Liboria, per tutti Nilde, aveva maturato la sua indipendenza in un contesto borghese che l’aveva condotta a compiere gli studi magistrali che per l’epoca non era cosa da poco. Si trovò, per causa di una scelta adolescenziale e improvvisa, forse mal ponderata, a vivere in una realtà ben più povera per mezzi economici e culturali, di quella che conosceva. Accettò il confronto con la comunità del quartiere dove aveva fatto famiglia per orgoglio ma ne rimase stritolata.
Cos’è per Liboria l’indipendenza?
Credo che si sentisse forte delle cose che portava addosso. La sua statura fisica, l’orgoglio, il suo amore per i figli, la sua dedizione e la sua bontà d’animo. Tutte cose su cui probabilmente aveva riposto la speranza che potessero salvarla. Non ci è riuscita, in quegli anni l’indipendenza costava cara e forse ancora oggi è così.
Qual è il personaggio a cui ti sei maggiormente affezionato e quale, invece, ti ha creato maggiori difficoltà nel connotarlo e farlo muovere sulla scena?
Ovviamente papà, persona difficile. Sebbene il suo carattere istrionico, la sua ironia e la sua irascibilità mi abbiano aiutato a fare di questo romanzo un flusso di onde a cavallo fra l’allegria e l’amarezza.
Scrivi anche per il teatro. Quali sono le principali differenze tra la scrittura per la narrativa e quella per la drammaturgia? E in quale ti senti maggiormente a tuo agio?
Un maestro che ha molto segnato il mio modo di scrivere, Vincenzo Cerami, che ha scritto tanto cinema, mi diceva che la letteratura è lo strumento più potente perché lo scrittore può usare una formula come, Nicola pensò, due punti e aperte le virgolette. Un drammaturgo lascia all’attore o al regista l’interpretazione di quel pensiero. È una cessione di potere il riempire di significato non detto lo spazio lasciato in sospeso fra le parole. La letteratura in questo senso è farsi carico, assumersi fino in fondo la responsabilità della parola scritta.
Che rapporto hai con la fase di riscrittura e con l’editing?
Lo attendo sempre con ansia e insieme con piacere. L’editor è il primo lettore di un romanzo, è un professionista e raramente si sbilancia ma credo di aver imparato a capire dal modo in cui si rapporta se la storia lo ha anche preso o è solo lavoro.
Ti auguri che il lettore colga un messaggio nel tuo romanzo? Se sì, quale?
Mi auguro che il lettore esca dalla lettura con la sensazione di aver affrontato qualcosa di profondo, di aver riflettuto su come il passato possa plasmare, ma anche creare prigioni. Non credo che il romanzo offra risposte facili ma spero che inviti a interrogarsi sul coraggio di rompere con ciò che ci trattiene, sulla forza di andare avanti nonostante le cicatrici. È una storia che parla di scelta, di ricerca di sé e di evoluzione, dove ogni passo verso il futuro diventa una conquista. Vorrei che chi lo legga senta l’urgenza di confrontarsi con le proprie ferite e magari anche con la possibilità di trasformarle in forza, per andare avanti, per costruire una vita più autentica.