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Intervista a Odile Cornuz

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Odile Cornuz, svizzera francofona, ha all’attivo una florida produzione, scrive testi teatrali e radiofonici, ma non solo: nel 2013 con il musicista Maurizio Peretti realizza Biseaux reloaded, un’esperienza poetica e sonora, propone letture dei suoi testi e partecipa a diversi progetti di letture interattive. Nel 2022 esce il suo primo romanzo, tradotto e pubblicato in Italia nel 2024 da Gabriele Capelli. Nel 2023 ha fatto parte della selezione del Prix des lecteurs de la Ville de Lausanne. L’abbiamo intervistata per Mangialibri: ecco come ha risposto alle nostre domande.



Un argomento di grande attualità ma anche profondo: perché questa scelta per il tuo primo romanzo, Fucile? C’è qualcosa di personale, di intimo, che sentivi il bisogno di trasmettere al lettore? Ci sono elementi autobiografici?
Nell’ambito delle relazioni umane, l’oppressione psicologica e il subdolo insinuarsi della violenza nelle coppie è un tema che desideravo affrontare da tempo. Senza essere autobiografico, il romanzo è alimentato da osservazioni personali, tristemente comuni. A mio parere, il primo segnale di questa violenza psicologica si manifesta nel linguaggio, un argomento che ovviamente mi tocca profondamente. Spesso le persone si parlano male. Alcune persone umiliano il partner in pubblico e sembrano addirittura trarne piacere. Per me questo è un campanello d’allarme da prendere molto sul serio, come primo passo verso altre forme di maltrattamento. Per questo motivo ho lavorato su questo romanzo accumulando indizi, con piccole allusioni per segnalare che le fasi di deterioramento di una relazione potrebbero non essere percepibili dalle persone coinvolte, come una trappola invisibile. L’essere umano ha una grande capacità di adattamento: volevo mostrare questa “cecità”, esplorarne l’entità, ma anche dare spazio alla lucidità. Bisogna parlare di questo argomento e affrontarlo attraverso varie espressioni artistiche, affinché diventi riconoscibile, per poterlo affrontare nella vita reale, magari dopo averlo identificato nello specchio di un libro.

Che effetto fa uscire dalla tua zona di comfort con un genere che non avevi mai affrontato prima? E soprattutto con un tema così intenso?
Fucile è effettivamente il mio primo romanzo. Per scriverlo, ho sfruttato la mia esperienza nel dialogo affinata dalla scrittura per il teatro o la radio, ad esempio, ma anche una sorta di densità poetica praticata in altri testi. Immergermi in un impulso narrativo più forte è stato più un piacere che un disagio, specialmente scegliendo di basarmi su oggetti il cui aspetto concreto mi ha permesso di affrontare l’intensità della materia, credo. È stato un modo per attraversare questo romanzo con riferimenti semplici, quotidiani, che ho voluto mantenere visibili nella composizione finale, con questi disegni estremamente sobri: pochi tratti evocativi. Quando si manipolano gli oggetti, si è in grado di soppesarli, di parlarne, piuttosto che non sapere quali sensazioni o sentimenti astratti o poco percepibili afferrare. Infine, è anche un romanzo in cui soprattutto la donna - ma anche la figlia - diventano oggetti che l’uomo maltratta. Volevo mostrare il loro percorso e la capacità di riprendersi i loro diritti come soggetti a tutti gli effetti. Questa possibilità di sfuggire a una situazione di maltrattamento, di reagire, di uscirne è anche una delle aperture del libro.

I personaggi non hanno nomi e i riferimenti spazio-temporali sono molto rari: perché hai scelto l’anonimato?
Secondo me non si tratta di anonimato. Dare un nome ai personaggi non mi è sembrato necessario. Forse sarebbe stato definirli troppo chiaramente “oggetti”, così invece rimangono più delle categorie in cui ognuno può riconoscersi o ritrovare elementi familiari.

Lo stile è molto particolare, minimalista, sobrio ma evocativo: ti sei ispirata a un autore in particolare? Quali sono, in genere, i tuoi autori-guida?
Opto sempre per la densità di espressione: preferisco evocare più che spiegare. È una preferenza sia come autrice che come lettrice. Quando finisce il mio ruolo nell’interpretazione, mi annoio. Tra gli autori e le autrici che mi accompagnano da tempo, menzionerei Virginia Woolf per il gioco dei punti di vista, Marguerite Yourcenar per il respiro narrativo, Georges Perros o Richard Brautigan per la poesia. Tutti hanno un acuto senso della lingua che mi incanta. Aggiungerei che dopo aver scritto Fucile ho letto Alice Ceresa, con cui mi sono sentita in sintonia.

Hai già pianificato un nuovo progetto? Ci sono idee in fase di sviluppo?
Sì, i progetti si susseguono! Il mio secondo romanzo verrà pubblicato nell’aprile del 2024 da La Veilleuse, un editore di Losanna. Si intitola Qui n’est plus ed esplora il lutto di un giovane che veglia il corpo del padre per tutta una notte, raccontandogli ciò che della sua vita non gli aveva mai rivelato. La Veilleuse pubblicherà anche in versione tascabile ampliata il mio primo libro, Terminus, composto da quarantacinque monologhi radiofonici, ciascuno con un personaggio diverso. Nel 2025 parteciperò a un progetto teatrale nella città di La Chaux-de-Fonds, sul tema dell’urbanistica orologiera. Inoltre, sto lavorando al mio terzo romanzo, il cui titolo non è ancora stato scelto e la data di pubblicazione è ancora da determinare.

Hai un altro testo da consigliarci su questo argomento?
L’amore e le foreste di Eric Reinhardt, pubblicato nel 2014, è un romanzo potente che tratta questo argomento. Inoltre, c’è l’adattamento cinematografico omonimo, diretto da Valérie Donzelli con Virginie Efira e Melvil Poupaud nei ruoli della coppia, uscito nel 2023. È una storia intensa, ben scritta ma anche ben realizzata cinematograficamente.

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