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Intervista a Olesja Jaremčuk

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Quello che colpisce immediatamente di Olesja è una sorta di stato di commozione perenne che accompagna ogni sua parola quando racconta della sua terra, l’Ucraina. Traspare questa commozione mentre Olesja presenta il suo reportage alla platea del Pisa Book Festival: non riesce a trattenere le lacrime e lo fa anche durante la nostra intervista, sedute su una delle antiche panchine in pietra del cortile delle scuderie nel vecchio Arsenale delle Navi pisane. Indossa un abito sobrio e informale, una pettinatura che le rende giustizia incornicia un bel viso senza trucco. Sulla stessa panchina in pietra con noi ci sono sedute sua figlia di tre anni - che disegna su un foglio linee colorate - e la traduttrice italiana del libro, che dopo la presentazione resta gentilmente a darmi una mano nella mia chiacchierata con l’autrice. E questa è la sua intervista per Mangialibri: non potrà sfuggirvi che la parola più usata dalla Jaremčuk è stata: “libertà”. La foto è concessa in Commons da Zoriana Vladyka



Il leit motiv del tuo interessante libro Mosaico Ucraina più che la migrazione è il senso di adattamento delle persone di cui narri le vicende. Per il futuro dell’Ucraina e dei popoli in generale sarà questa cosa che ci salverà? Che salverà tutti?
Quello che salverà tutti - e anche l’Ucraina - sarà accettare che ogni popolo viva in pace e secondo il modo in cui ha deciso di vivere. L’esempio ucraino di un mosaico di genti e culture diverse che per due secoli è riuscito a restare unito e convivere pacificamente è il senso ultimo del mio saggio, insieme allo scopo di far conoscere meglio una realtà che anche a me per prima sfuggiva. Nel mio lunghissimo viaggio nel mio Paese ho potuto appurare di persona che il rispetto dell’identità culturale reciproca è il segreto del benessere e della prosperità di una nazione, cosa che non può non tradursi anche nel benessere e nella prosperità di ogni singola comunità che quella nazione la abita.

Chi sono realmente le persone di cui narri le storie? Sopravvissuti, eroi, sognatori?
Un po’ tutte e tre queste cose. Ho incontrato persone che scappavano da conflitti e vessazioni nelle loro terre e che hanno trovato in Ucraina il loro posto nel mondo e che eroicamente hanno cercato il coraggio per cambiare la propria vita proprio perché sognavano di essere liberi, di poter vivere liberamente, così da poter costruire - ognuno di loro - il proprio futuro.

Quale ti ha colpito di più tra tutte le persone che hai incontrato?
Questa è una domanda che mi fanno spesso e a cui è difficile dare una sola risposta. Ognuna delle persone che ho incontrato aveva una storia personale da raccontarmi. Dentro a questa storia c’erano scelte differenti e percorsi di vita diversi, ma tutti, a loro modo, ricercavano la propria pace e la propria felicità: è questa è la cosa che mi ha colpito di più, al di là dei singoli uomini e delle singole donne.

Scrivere questo lungo racconto ti ha trasformata anche in una viaggiatrice nella tua stessa terra oltre che una giornalista e scrittrice?
Assolutamente sì. Quando ho intrapreso questo viaggio non credevo di poter arrivare a percorrere undicimila chilometri, né pensavo che ci fossero davvero così tante etnie che abitavano da tempo in Ucraina. Ogni tappa del mio viaggio, quindi, si è trasformata in una vera e propria esperienza personale che oltre ad arricchirmi culturalmente mi ha permesso di conoscere a fondo la mia terra, una terra complessa con una storia antichissima e che è stata luogo di accoglienza pacifica per intere generazioni nel corso dei secoli. Ho imparato moltissimo viaggiando nella mia Ucraina, e spero di essere riuscita a raccontare tutto questo nel mio saggio sia come giornalista che come scrittrice, ma soprattutto come cittadina.

Se dovessi pensare a te come ucraina e all’Ucraina come Paese tra dieci anni, come ti immagini e come immagini la tua terra?
Quando penso al futuro penso a mia figlia di tre anni che non deve essere costretta a parlare in russo, a vivere in un Paese non democratico, a subire una cultura che non le appartiene. Il mio futuro - come quello di tanti ucraini - lo desidero e lo vedo all’insegna della libertà. Così come era prima dell’invasione russa dello scorso febbraio e così come ogni ucraino spera che possa ritornare a essere. L’esercito ucraino si sta battendo con coraggio proprio perché spinto da questo ideale e da questo principio fondamentale: vivere democraticamente, da persone libere. È questo che abbiamo sempre fatto ed è questo che desideriamo tornare a fare grazie anche all’aiuto di Paesi come l’Italia che ci sostengono fin dallo scoppio del conflitto. Con questa speranza e con questa determinazione sicuramente non ci sarà da attendere dieci anni per tornare a immaginare di vivere in una Ucraina libera.

I LIBRI DI OLESJA JAREMČUK