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Intervista a Olimpio Talarico

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Olimpio Talarico è sempre indaffarato: se non lo si trova a scuola o a scrivere è probabile che sia intento a compilare schede per il Premio Caccuri del quale è organizzatore. Colgo l’occasione per capirne di più e approfondire anche il background narrativo dell’autore.




Olimpio, come siete riusciti a ideare e realizzare il progetto culturale del premio di saggistica in una regione con pochi mecenati privati e con una gestione problematica delle finanze pubbliche?
Ci sono progetti, idee, sogni che si realizzano a qualsiasi latitudine e in ogni contesto. Bisogna crederci e fare in modo che le componenti di un miracolo si incontrino. E a Caccuri si sono incontrate. E quando si annusa la bontà di un progetto, tutto si mette in moto, anche quella che tu chiami finanza pubblica. Il Caccuri è, però, innanzitutto un fenomeno che parte dal basso, dalla gente che partecipa con entusiasmo, che si autotassa, che legge, che ascolta con attenzione e interesse gli autori che arrivano in paese a parlare di libri.

Di lavoro fai l’insegnante, che tipo di narrativa proponi ai tuoi allievi?
A mio avviso la lettura deve essere moto libero dell’anima. La pongo tra le attività nobili dell’individuo. Per questo motivo non ho mai imposto libri da leggere ai miei alunni, forse l’avrò fatto nei primissimi anni di insegnamento. Mi piace consigliare, parlare con entusiasmo di testi che mi affascinano e coinvolgono. Il libro è incontro, infatuazione, non dovere o impegno. Ognuno di noi legge perché un giorno si è imbattuto nelle pagine, nelle storie, trovandovi un mondo.

Nel tuo Cosa rimane dei nostri amori ricorrono spesso descrizioni di adolescenti: narri in certa misura le loro inquietudini, la loro ricerca identitaria. Lasciando da parte social e realtà virtuale, sono tanto diversi gli adolescenti contemporanei rispetto ai ragazzi della tua generazione?
Lavoro con i ragazzi ormai da tanti anni. Credo che sia un luogo comune, per giunta pericoloso considerare il passato migliore del presente. Noi abbiamo consegnato a loro un mondo stretto, asfittico, in parte ingiusto. Alcuni giovani ne vengono sopraffatti, altri se ne costruiscono uno nuovo, diverso dal nostro, con strumenti nuovi, non necessariamente apatico e meno pulito di quello delle generazioni passate. Constato che i miei ragazzi hanno ideali, fanno solidarietà e soprattutto non giudicano. L’autonomia di giudizio che spesso manifestano di fronte alla diversità talvolta mi fa abbassare lo sguardo.

La letteratura secondo deve essere militante, portare avanti battaglie ideali o collocarsi in disparte rispetto alla società?
La letteratura deve raccontare, emozionare, fare incontrare le anime. Le battaglie civili, politiche, di qualsiasi tipo, secondo me non dovrebbero appartenere a chi condivide con gli altri emozioni, entusiasmi, dolori. Quando qualcuno prova ad additarmi come intellettuale, io mi scanso con timore. L’intellettuale ha un ben preciso compito che non coincide con quello del narratore. Aggiungo che spesso gli autori che si vestono da intellettuali provocano danni irreparabili.

Caccuri fa da sfondo alla narrazione delle tue opere: è un microcosmo inventato oppure hai rispettato alla lettera la geografia dei luoghi?
Caccuri è in effetti lo sfondo di tutte le mie narrazioni. E quando inizio a pensare a un nuovo romanzo, per prima cosa mi costruisco la geografia reale dei luoghi. Individuo la casa, i luoghi attraversati e vissuti. Non so perché lo faccio. Forse perché è rassicurante far muovere i personaggi in spazi che conosco e amo. Si tratta di luoghi evocativi che mi permettono di accedere al mondo dei ricordi, delle ricordanze leopardiane.

E quindi sarà possibile visitare Caccuri utilizzando la “mappa letteraria” contenuta nella tua ultima fatica?
Possibile, sì. In parte è stato fatto, è stato realizzato un docufilm intriso di letteratura, di storie e di luoghi.

Esistono nella realtà tutti quei profumi e aromi che si sprigionano dalle tue pagine o è il tuo immaginario a rievocarli?
Ah sì, certo che sì. Intenzionalmente in Cosa rimane dei nostri amori ho posto all’inizio di ogni capitolo una nota olfattiva: un profumo, un sentore, un lezzo. Sono felice quando mi viene detto che attraverso la lettura si avvertono i profumi. È una sorta di sinestesia che condiziona anche i personaggi.

Vivi lontano dalla regione in cui sei nato. Ti senti uno scrittore meridionale o semplicemente uno scrittore?
Io racconto storie meridionali, anzi calabresi anzi per essere più precisi caccuresi. Trovo difficoltà a staccarmi da quel mondo. Quando i personaggi si allontanano dalla mia geografia, non riesco a sentirli e avverto il timore che questa lontananza mi impedisca di rappresentarli in modo genuino. E tuttavia, come autore, non mi sento relegato in un angolo. Al contrario, spesso i piccoli microcosmi che rappresento intersecano la grande storia, i grandi eventi. Così mi accorgo di essere semplicemente uno scrittore.

Il tuo ultimo libro - candidato anche allo Strega 2020 - con una gustosa premessa che non sveliamo, contiene una dedica al futuro lettore: scrivi pensando al pubblico?
Scrivo pensando di essere letto, con la speranza di trovare anime simili alla mia che amino viaggiare e sognare. Inizialmente penso ai lettori che conosco, che mi conoscono. Sono loro il mio pubblico. Ecco perché inserisco parole dialettali. Le pongo come richiamo, gancio, a volte traino. Penso che il moto di scrivere nasca da un desiderio inconscio di sentirsi, per una volta nella vita, onnipotente e poter dominare il corso degli eventi.

I personaggi maschili del tuo romanzo, tutti meridionali, manifestano spiccate doti intellettuali: Mario Cantorato è un musicista di successo, Amilcare Jaconis - padre del protagonista - è un umanista e Jacopo Jaconis, seppure inquieto è anch’egli un uomo di “pensiero”; hai voluto superare la desolante statistica che colloca i calabresi all’ultimo posto per lettura e cultura oppure ti sei ispirato a personaggi reali?
I calabresi che conosco io amano la lettura. Esistono in Calabria circoli, associazioni, movimenti culturali che non ho mai trovato da nessuna parte d’Italia. Ci sono dei lettori di altissimo profilo. Manca, però, il coinvolgimento delle masse. E dopo l’esperienza del Premio Caccuri e soprattutto alla luce dei numeri straordinari legati a questo evento, mi sono convinto di una cosa. Che la cultura deve partire dal basso, deve essere uno lievito coinvolgente. Per molti anni la cultura ha prodotto separazione, smembramento sociale. Io ne sono convinto: un certo snobismo intellettuale, un certo malcostume, un modo erroneo di fare politica ha segnato in senso negativo la Calabria. Ritengo sia ora di riprendersi e il mio borgo con le sue caratteristiche uniche dà un segnale importante.

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