Salta al contenuto principale

Intervista a Olivier Norek

Articolo di

Brillante, disponibile, ciarliero e molto, molto ironico. Si presenta così Olivier Norek, scrittore francese di narrativa poliziesca, ex poliziotto nonché operatore umanitario in Guyana e in ex Jugoslavia. Abbiamo la gradita occasione di parlare al telefono con l’autore, in Italia in occasione di Pordenonelegge, e gli rivolgiamo una serie di domande, alle quali risponde in maniera generosa e spiritosa.



Con il tuo romanzo Superficie abbandoni per la seconda volta Victor Coste, personaggio che rappresenta un po’ la tua comfort zone, per presentare ai lettori una figura singolare e dalle caratteristiche molto ben definite. Da dove è nata l’idea di Noémie?
Volevo parlare di accettazione di sé, di seconde possibilità, di pagine bianche, di ricostruzione e dello sguardo terribile attraverso cui spesso si osservano gli altri. Siamo tutti segnati, feriti, in modo visibile o meno. Da bambini ballavamo e cantavamo tra gli adulti senza preoccuparci del giudizio, eravamo noi stessi al cento per cento. Poi, un brutto sguardo ci ha fatto chiudere un’ala, una parola offensiva ci ha fatto chiudere l’altra. Così, a poco a poco, ci siamo deformati per entrare nel box che occupiamo oggi, per essere conformi alle nostre aspettative o, meglio, alle aspettative degli altri, subendo lo sguardo che giudica, che fa male, che impedisce e che rallenta. E tutto questo solo per non essere che una piccolissima parte del meraviglioso bambino che siamo stati. Quindi, per mettere tutte queste sensazioni nella pagina, ho creato il personaggio di Noémie, una giovane capitana di polizia che viene colpita in volto e rimane sfigurata su metà del viso. E, naturalmente, le ho affiancato un cold case, l’indagine su una vicenda, risalente a venticinque anni prima, legata al rapimento di tre bambini in un villaggio che, allagato a causa di un’inondazione, ha fatto finire i corpi dei ragazzini sul fondo di un lago. Se Noémie vuole risolvere questa indagine, dovrà entrare nei ricordi delle persone, portarsi dall’altra parte, proprio lei che in realtà vorrebbe solo nascondere il suo viso livido. In poche parole, per riparare se stessa, Noémie dovrà risolvere questa indagine, ma per farlo dovrà in prima battuta accettare se stessa così com’è. Mi rendo conto di aver parlato troppo. Prometto che le prossime risposte saranno più brevi!

È stato difficile vestire i panni di una donna, raccontarne le sensazioni e mostrarne le paure? In che modo la tua scrittura ha risentito di questo cambio di prospettiva?
Sono stato cresciuto da mia madre, la maggior parte dei commissari con cui ho lavorato erano donne e, se è vero che ho un miglior amico, è altrettanto vero che ho anche tre migliori amiche. Non faccio differenze di abilità o carattere. Anzi, ho una grande considerazione del potere e della forza delle donne. In questo romanzo, Noémie ha molto più carattere e forza di volontà di tutti i "bravi uomini" che la circondano. E poi, a dire il vero, Noémie esiste davvero, nella mia vita reale, e si chiama Babeth. È una poliziotta, come me, e durante un’operazione, è caduta in una trappola tesa da delinquenti di un violentissimo quartiere. L’hanno picchiata con sbarre di ferro e ha sentito il suono delle ossa del suo cranio spezzarsi. Coma, ospedale, interventi chirurgici dopo interventi chirurgici, e tre mesi dopo era di nuovo in campo. È stata Babeth a regalarmi Noémie, è stata la storia della forza di Babeth a farmi venire voglia di raccontare quella di Noémie.

Parliamo di ambientazione. Da cosa nasce la scelta di far muovere Noémie in un piccolo angolo di Francia, anziché in una grande città, forse più affascinante per il lettore?
La maggior parte dei romanzi è ambientata a Parigi, New York o Roma. Grandi città, sempre, come se fossero il centro dei nostri paesi, come se rappresentassero l’intero paese. Ma Parigi è solo il 10% dalla Francia! Tutte le altre regioni sono altrettanto belle e meritano le loro storie. E poi, un’indagine in città non è la stessa cosa di un’indagine in campagna. In città nessuno conosce nessuno, quindi si punta tutto sulla tecnologia: DNA, impronte digitali, telefonia, computer, social network, ecc. In campagna, nei paesi, tutti si conoscono. Conosciamo i risentimenti delle famiglie, conosciamo i segreti, conosciamo le amicizie e gli odi. Inoltre, quando si commette un crimine, non c’è bisogno di tecnica o scienza, abbiamo già delle ipotesi! La cosa più complessa, poi, è che in città, quando una persona viene arrestata, si tratta in genere di uno straniero, mentre in un villaggio l’arrestato è spesso un vicino, un conoscente o, peggio ancora, un cugino!

Noémie è una donna molto coraggiosa, che impara a guardare la nuova sé, la No che è diventata, dopo un iniziale periodo di rifiuto, con una certa indulgenza. Accettarsi, difetti e imperfezioni comprese, può salvare una vita?
Salvare una vita magari no, ma aiuta almeno a vivere completamente la propria esistenza. Un uomo che non sopporta il sovrappeso che lo affligge o un difetto fisico, porterà queste imperfezioni come un peso. Chi accetta il suo difetto, quasi lo fa scomparire. Se una donna odia una parte del proprio corpo, ma un uomo continua a dirle quanto ami quell’imperfezione, allora l’imperfezione scomparirà. Ci sono persone sublimi, perfette e tuttavia infelici. Ce ne sono altre mal fatte, che non rientrano nei canoni classici della bellezza o che portano addosso un "difetto", ma che si amano lo stesso. Se non fai luce, non attirerai le farfalle. E questa luce è in ognuno di noi.

Bellissima la figura di Melchior, lo specialista che ha in cura Noémie dopo l’episodio che le stravolge la vita. Ha un nome che evoca uno dei re Magi e la sua funzione sembra proprio quella di portare il dono alla protagonista una nuova consapevolezza. Vuoi raccontare come è nata l’idea di questo personaggio e se la scelta del nome è casuale o meno?
Melchior, uno dei miei personaggi preferiti! È lo strizzacervelli, specializzato in “facce rotte”, che si prende cura dei soldati tornati dal fronte con una ferita, una visibile deformazione fisica. Quest’uomo esiste per davvero, e ovviamente sono andato a conoscerlo, perché non invento assolutamente nulla nei miei romanzi. Sono andato all’ospedale militare di Percy, vicino a Parigi, per intervistarlo più volte e per capire il suo lavoro e quello sui suoi pazienti. Quando si presentò la prima volta, tese la mano e mi disse: "Salve, colonnello Melchior!" Sai quanto tempo ci vuole per trovare un buon nome per i tuoi personaggi? Ore, a volte giorni. E lì, il mio caro psichiatra si è presentato con un nome già perfetto, quindi non ho esitato un secondo.

Quanto di reale c’è nelle tue storie? Quanto il tuo lavoro di capitano di polizia ha influenzato la tua fantasia?
Sono stato un poliziotto per diciotto anni. La mia vita quotidiana mi ha fatto toccare con mano la parte peggiore di uomini e donne. Ho incontrato l’altro come vittima o sospettato, in una situazione di violenza, slittamento, rabbia e sofferenza. Ho diciotto anni di esperienze nella mia memoria e nelle mie vene. Devo solo scavare nel mio cervello, aprire le porte in modo che centinaia e centinaia di storie defluiscano. Ci sono il novantacinque per cento di fatti reali nei miei romanzi. Le mie storie esistono, le situazioni sono reali e io invito tutti a prenderne parte, non come lettori, ma come membri del team.

Qual è la funzione della lettura in generale? Si legge per evadere o per apprendere?
Per entrambe le motivazioni, ovviamente. Dipende dai nostri desideri. Alcuni romanzi ci permettono di evadere, di cambiare idea, altri sono più impegnati, più militanti, più politici. Ma c’è una via di mezzo, e questo è il mio campo specifico! A me piace raccontare una storia con colpi di scena, svolte, spari, azione e belle acrobazie, ma anche affrontare implicitamente un tema più serio. In questo romanzo, per esempio, si tratta del tema dell’auto accettazione. In un altro dei miei romanzi il tema è l’ecologia, in un altro ancora è quello dei rifugiati e dei campi in cui essi vengono accolti. Cerco di utilizzare l’aspetto giocoso del romanzo poliziesco per affrontare argomenti più importanti, di punto in bianco, senza che il lettore se ne accorga.

Cosa insegnano i tuoi libri al lettore?
Non so rispondere a questa domanda. Ciascuno dei miei romanzi affronta un tema diverso. Posso glissare su questa domanda?

Che tipo di lettore sei? Quale libro stai leggendo in questo momento e quale sarà, se l’hai già decisa, la tua prossima lettura?
Sono un lettore lento, molto lento. Sono anche un lettore impaziente e so già, a pagina trenta di un romanzo, se lo leggerò fino in fondo o no. Attualmente sto leggendo La più recondita memoria degli uomini, l’ultimo Goncourt (Gran Premio letterario francese), di Mohamed Mbougar Sarr. Non mi piace molto questo autore, è troppo dotato e ogni sua riga mi mostra il percorso letterario che devo ancora percorrere per raggiungere il suo livello! Un po’ come con James Ellroy, anche questo autore non mi piace molto! Leggo una pagina dei suoi romanzi e mi interrogo per un giorno intero! Il mio prossimo romanzo? Quello che ho sul comodino, ma che ho già letto due volte, Il giovane Holden di Salinger.

Per concludere, quali sono i tuoi prossimi progetti? C’è la possibilità che Victor e Noémie si incontrino in uno dei tuoi prossimi libri?
Victor e Noémie sono due personaggi forti, se li metto insieme nella stessa storia, potrebbe finire che si neutralizzino a vicenda. Victor ha i suoi demoni, Noémie ha le sue guerre da combattere, non so se sono compatibili. Per quanto riguarda il futuro, i progetti sono numerosi. Ci saranno dei fumetti a fine anno. Poi è prevista una serie su un poliziotto incapace di mentire, un film d’animazione sul mio romanzo Tra due mondi, un grande film-spettacolo e l’adattamento dei miei romanzi in serie TV o al cinema. Ma questi progetti richiedono molto tempo e bisogna essere davvero pazienti. Purtroppo, non sono un uomo paziente, non lo sono per nulla.

I LIBRI DI OLIVIER NOREK