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Intervista a Patrizia Carrano

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Scrittrice, giornalista, sceneggiatrice e autrice radiofonica, Patrizia Carrano è una voce garbata ed elegante. Si presta volentieri a un’intervista in cui si racconta con estrema generosità, offrendo agli amici di Mangialibri parecchi spunti di riflessione. È un piacere parlare con lei di punti di vista, messaggi politici, nostalgia e conquiste femminili.



Da dove nasce la scelta doppiamente coraggiosa di portare, nel tuo ultimo romanzo La bambina che mangiava i comunisti, da un lato l’attenzione del lettore verso un discorso politico mai del tutto concluso e, dall’altro, di filtrarlo attraverso gli occhi di una bambina? O meglio, si è trattato di una scelta o di un’esigenza?
Ho sempre amato l’insegnamento che viene dalle favole. E in una celebre fiaba di Hans Christian Andersen è proprio un bambino che ha il coraggio di dire “il re è nudo” mentre tutti i dignitari acclamano il suo bel vestito… che non c’è. Io non sono una storica o una saggista. Sono una romanziera. E dopo tutto quel che era stato scritto sul partito comunista nel 2020, in occasione del centenario della fondazione, avevo voglia di un altro punto di vista. Quello acuminato ma non barocco di una bambina.

È stato difficile dar voce ai pensieri di una ragazzina che, per quanto acuta e sveglia, ha una visione della realtà che la circonda decisamente più innocente rispetto a quella di un adulto?
Direi che è stato il compito più impegnativo. Da bambina io sono andata al seguito di mia madre nelle sezioni del Partito e a Campo Parioli, dove abitavano gli sfollati della guerra. Ma di quelle esperienze conservavo soltanto il profumo. E dunque ho dovuto documentarmi, mescolando poi personaggi reali e immaginari. Ma questo è un lavoro preparatorio che faccio per ogni libro. Dunque. mi è familiare. Diverso è stato mettermi nella mente e nel cuore di una bambina, che non volevo fosse saputella, o troppo cresciuta. Ho dovuto recuperare un’infantile verginità di pensiero. È stato molto impegnativo, ma anche molto appagante.

Nella decisione di scrivere questo tipo di romanzo ha pesato di più il messaggio politico che intendevi trasmettere o la complessa natura umana dei personaggi che volevi raccontare?
L’idea della storia è nata da una parziale esperienza autobiografica (io ho la stessa età di Elisabetta, e mi è capitato di andare negli stessi luoghi della mia protagonista). Ma anche da un sentimento di nostalgia per un tempo, irrecuperabile, in cui le discussioni politiche erano il pane quotidiano anche delle classi più semplici. Oggi siano tutti in balia della televisione. Ricordo sempre che la parola “compagno” significa “spezzare il pane con”. Oggi spesso mangiamo soli anche quando siamo in compagnia. In quanto alla natura umana dei miei protagonisti, si è costruita man mano. Di solito quando inizio una storia ho idea di dove andare a parare. Ma il resto cresce come un impasto lievitato, mentre procedo.

La mamma di Elisabetta, la piccola protagonista della storia, è più una vera comunista o più una ribelle?
Una ribelle. Anche se i suoi ideali sono in parte quelli dell’ortodossia del Pci. Ma è una donna, è libera, ha una forte vocazione all’indipendenza… Prezzi molto alti da pagare allora e anche ora. Da qui nasce parte della sua inquietudine e infelicità. Che Elisabetta coglie perfettamente.

Nei tuoi lavori tendi ad occuparti delle donne e a farne le protagoniste dei tuoi scritti. Le donne, oggi, sono davvero libere o hanno ancora parecchia strada da percorrere?
Hanno ancora molti obiettivi da raggiungere, in Italia e in ogni parte del mondo. Per restare nel nostro Paese: le donne studiano di più ma vengono pagate meno, sono spesso ferme a lavori di poca responsabilità, vengono giudicate sempre e comunque con una certa malevolenza: se fanno figli, se non li fanno…

Perché Elisabetta riesce prima di altri - e prima di sua madre - a vedere le crepe di quel mondo, che lei vorrebbe vedere completamente rosso, ma che mostra in realtà parecchie incongruenze?
Perché ha la logica ferrea dei bambini, nessuna gabbia ideologica, e per questo può accorgersi che i conti non tornano. Non lo capisce da un punto di vista politico, culturale, o ideologico. Lo comprende con la migliore arma dell’infanzia: l’acutezza del sentire, la capacità di cogliere i sentimenti di chi le sta attorno.

La vita che descrivi è molto ricca e fervida: racconti di uomini e donne che, dopo otto ore di lavoro, uscivano dalle fabbriche e si incontravano per parlare di politica. Pensi che oggi questo senso di comunione si sia perso? In che modo?
Si è irrimediabilmente perduto. Non voglio rimpiangere il buon tempo antico, che aveva i suoi problemi e le sue ottusità. Ma penso che quando si invoca l’inderogabile necessità di incontrarsi e di parlare delle proprie esperienze di vita, sottraendosi ai video della tv o del cellulare, si colga nel vero.

Hai scritto libri su disparati temi: racconti storici, storie centrate sulla condizione femminile, romanzi sui cavalli. Cosa hanno in comune i tuoi lavori?
Direi la passione: il primo dei miei romanzi storici è dedicato a una donna che per prima è riuscita a “dottorarsi”, come si diceva alla metà del Seicento. Scoprii una targa a Venezia, città dove ho vissuto da bambina a cui sono spesso tornata, e volli sapere di più su questa Elena Lucrezia Cornaro Piscopia. La questione femminile è stata al centro della mia esperienza di giornalista e di narratrice. In questo senso mi piace ricordare la mia biografia su Anna Magnani, che uscirà di nuovo fra qualche mese, in occasione del cinquantenario della sua scomparsa. In quanto ai libri sui cavalli… sono stata un’appassionata amazzone amatoriale (senza alcuna attività agonistica) e ho posseduto tre cavalli, comperati nel tempo e poi invecchiati con me. L’etologo Danilo Mainardi scrisse che io ho imparato a pensare come un cavallo. Un complimento, una laurea ad honorem. Per provare a raccontare bisogna prima conoscere, e anche amare.

Chi sono stati i maestri che hanno illuminato il tuo percorso di scrittura, che ti ha portata a girovagare fra molti temi e differenti suggestioni?
Da ragazza mi sono tuffata nel romanzo francese: Madame Bovary, Eugenie Grandet sono libri che ho amato, letto e riletto. Senza contare Dumas. E poi, certo, anche i russi. Quando sono stata in visita alla casa di Tolstoj, ho retto con fatica all’emozione.

Che tipo di lettrice sei? Cosa ami leggere e cosa - se c’è - non sopporti? Quanto tempo dedichi alla lettura?
Sono una lettrice molto affezionata alla qualità della scrittura. Una buona trama gialla - visto che oggi si deve per forza scrivere dei gialli - non mi basta, se c’è una lingua sciatta o banale. Contemporaneamente sono ancora affezionata alla scrittura tradizionale. Indico due scrittrici italiane dello scorso millennio, che sono state per me indiscusse maestre: Natalia Ginzburg ed Elsa Morante. Hanno scritto dei romanzi che ad ogni rilettura rivelano altre cose, altri scorci, altre profondità. Dei classici che, come ha scritto Italo Calvino, non smettono mai parlarci.

I LIBRI DI PATRIZIA CARRANO