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Intervista a Pedro Oyarbide

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Quando una grande storia incontra un’immagine capace di amplificarne il fascino, il risultato può trasformarsi in un autentico fenomeno editoriale. È quello che è accaduto con Blackwater di Michael McDowell: una saga che ha conquistato milioni di lettori e le cui copertine sono diventate parte integrante del suo successo, fino a trasformarsi in veri e propri oggetti da collezione. L’artista che ha dato loro vita è lo spagnolo Pedro Oyarbide, diventato celebre per il suo stile ricco di dettagli e simboli. In occasione dell’uscita del nuovo romanzo di McDowell, abbiamo incontrato l’illustratore, che ha raccontato a Mangialibri il suo processo creativo.



Le tue copertine della saga di Blackwater sono disseminate di indizi e piccoli spoiler che il lettore coglie dopo aver letto il libro, quasi una seconda lettura visiva a ritroso. È un meccanismo voluto fin dall’inizio o hai scoperto questa possibilità man mano? E quanto ti spaventa l’idea di dire troppo?
Blackwater è nato da una proposta dell’editore francese, che mi ha chiesto di occuparmi delle copertine. Aveva visto alcuni dei miei lavori precedenti, in particolare quelli realizzati per il mazzo di carte da poker, dove le illustrazioni erano ricche di dettagli e ornamenti che raccontavano una storia: non c’era solo un’immagine centrale, ma tanti piccoli elementi narrativi, quasi degli indizi o dei simboli legati al racconto. L’idea è stata quindi quella di trasferire questo approccio anche a Blackwater. Abbiamo voluto creare copertine in cui ogni spazio fosse significativo, seguendo quasi un principio di horror vacui: ogni dettaglio doveva avere un legame con la storia. La cosa interessante è che questi elementi non sono veri e propri spoiler per chi non ha ancora letto il libro. Solo dopo la lettura quei dettagli acquistano un significato e il lettore può tornare sulla copertina e riconoscere un evento o il destino di un personaggio. Era proprio questo l’obiettivo: aggiungere un ulteriore livello di narrazione a ogni copertina.

Hai confessato che in realtà non hai mai letto molta letteratura horror, pur avendo finito per affezionarti alle opere di McDowell. Pensi che questa distanza dal genere sia stata in realtà un vantaggio, uno sguardo più libero, meno condizionato da un immaginario già codificato?
Si, credo che se arrivassi dalla letteratura gotica e horror, le mie illustrazioni avrebbero avuto una resa differente. Credo di aver mantenuto un livello equilibrato tra qualcosa di esteticamente bello e qualcosa di terrificante e sanguinoso. Credo che sia stata proprio questa la chiave, il prodotto finale può essere apprezzato anche da chi non ama la violenza.

McDowell è scomparso nel 1999. Tu sei, di fatto, il suo illustratore postumo, dai un volto visivo a storie che lui non potrà mai vedere tradotte in immagini. Senti il peso di questa responsabilità o, al contrario, ti senti più libero?
È una sensazione un po’ contrastante. Da una parte c’è il dispiacere, perché McDowell non ha mai potuto vedere il successo che i suoi libri hanno raggiunto oggi. È bello, però, pensare che le sue opere abbiano avuto una seconda vita e che abbiano trovato un pubblico così ampio in Europa, dove in passato non erano riuscite ad affermarsi. Oggi, complessivamente, hanno venduto milioni di copie. Per quanto riguarda il mio lavoro, credo di aver avuto molta libertà creativa. Se McDowell fosse stato ancora in vita, probabilmente ci sarebbero state indicazioni più precise da parte sua o dell’editore. Invece, quando l’editore francese acquistò i diritti, il progetto era quasi una scommessa: si trattava di un autore ancora poco conosciuto in Europa e non c’era alcuna garanzia che avrebbe funzionato. Hanno deciso di puntare su queste copertine e, col senno di poi, credo che quella scelta abbia contribuito al successo dei libri. Molti lettori si sono avvicinati a Blackwater proprio perché attratti dalle illustrazioni: hanno preso in mano il libro perché la copertina li colpiva, e poi hanno scoperto una storia all’altezza di quell’impatto visivo. In questo senso, sì, penso di aver potuto lavorare con una libertà che forse, in altre circostanze, non avrei avuto.

Il fenomeno editoriale di Blackwater ha prodotto un effetto collaterale curioso: ci sono persone che hanno comprato i volumi principalmente come oggetti da collezione, attratte dalla bellezza delle copertine. Come vivi il fatto che le tue illustrazioni siano diventate un’esperienza autonoma, indipendente dal testo?
Le copertine illustrate corrono sempre il rischio di influenzare il modo in cui il lettore immagina una storia. Quando una copertina è più minimalista, magari con una semplice fotografia, lascia più spazio all’immaginazione. In questo caso, invece, le illustrazioni definiscono fin da subito un’atmosfera e danno un’identità visiva molto forte al libro. Per fortuna, credo che questa scelta abbia funzionato. Posso solo essere felice del fatto che le copertine siano piaciute così tanto. Tantissime persone mi hanno detto di aver acquistato Blackwater proprio perché erano rimaste colpite dalle illustrazioni. Questo mi fa pensare che le immagini siano riuscite a entrare in sintonia sia con la storia sia con i lettori, accompagnando il successo del libro senza sostituirsi al testo.

Sei di Madrid, vivi a Valencia. McDowell ambienta le sue storie nel profondo Sud degli Stati Uniti, in un paesaggio fisico e morale che appartiene a una tradizione lontanissima da quella iberica. Come hai trovato il tuo punto di contatto con quel mondo? C’è qualcosa della tua sensibilità meridionale che è entrata, magari inconsapevolmente, nelle copertine?
Più che dal luogo in cui vivo, credo di essere stato influenzato dai miei gusti personali. Ho sempre amato l’estetica americana e gran parte di ciò che consumo a livello culturale appartiene al mondo anglosassone: cinema, fumetti, libri, soprattutto quelli degli anni Cinquanta e Sessanta. È un immaginario che mi ha sempre affascinato e che, inevitabilmente, ha influenzato anche il mio lavoro. Nel caso di Blackwater, però, c’è stata anche un’altra fonte di ispirazione: le edizioni vittoriane, con le loro copertine ricche di decorazioni, rilievi e dettagli dorati. Mi piaceva l’idea di recuperare quell’estetica molto elaborata e ornamentale e reinterpretarla in chiave contemporanea. È un approccio che ho utilizzato non solo per Blackwater, ma anche per L’amuleto. Mi interessa creare immagini dense di dettagli, in cui l’ornamento non sia soltanto decorazione, ma diventi parte integrante della narrazione.

Hai detto che in tutte le copertine ci sono elementi più difficili da illustrare, il sogno e la realtà non sono facili da rendere per immagini, e ci riesci attraverso degli oggetti che inserisci nelle illustrazioni. Quali oggetti ti hanno creato qualche difficoltà e come hai capito che funzionavano?
Dipende molto dal libro e da ciò che voglio raccontare attraverso la copertina. Prendiamo Katie, per esempio: nella sua copertina il personaggio è circondato da rami spinosi. Nel romanzo quei rami non vengono mai descritti, ma per me erano il simbolo perfetto della sua natura. Katie crea una rete di relazioni e le conseguenze delle sue azioni si propagano, coinvolgendo e ferendo tutta la famiglia. I rami e le spine sono diventati quindi una metafora visiva di questa dinamica. In altri casi, invece, scelgo un approccio molto più letterale. In Blackwater ci sono dettagli che riprendono direttamente alcuni eventi del romanzo: una nascita rappresentata da un feto, oppure un corpo smembrato, che compare sul dorso di uno dei volumi. Sono immagini che fanno riferimento in modo esplicito a ciò che accade nella storia. Il mio modo di lavorare oscilla sempre tra questi due registri. A volte uso simboli e metafore per evocare l’essenza di un personaggio o di un libro; altre volte preferisco inserire riferimenti molto concreti agli eventi narrati. Alla fine, è l’insieme di tutti questi elementi a restituire l’identità del romanzo e l’atmosfera che voglio trasmettere.

L’amuleto ti ha posto una sfida forse strutturalmente nuova rispetto a tutti i libri di McDowell precedenti perché il protagonista assoluto non è una persona né un luogo ma un oggetto, e per di più un oggetto che si muove, che passa di mano in mano seminando morte. Come si illustra qualcosa che è allo stesso tempo causa, trama e personaggio e come si racconta visivamente la catena di sventure che si propaga in un’unica immagine ferma?
Sì, L’amuleto è stato una sfida molto diversa rispetto agli altri romanzi di McDowell. Di solito le sue storie ruotano attorno alle relazioni familiari, mentre L’amuleto ha una struttura diversa: ricorda quasi un film come Final Destination, oppure quei romanzi di Stephen King in cui un oggetto diventa il motore di tutto ciò che accade. Qui il vero protagonista è proprio l’amuleto, che passa di mano in mano portando con sé morte e sventura. Per questo abbiamo deciso di renderlo l’elemento centrale della copertina. È stata una scelta più complessa rispetto ai libri precedenti, perché il romanzo contiene molti eventi drammatici e molte morti, e non volevo che la copertina desse più importanza a un episodio rispetto a un altro. L’amuleto è quindi diventato il fulcro dell’immagine, mentre intorno ho costruito un sistema di decorazioni e simboli che richiamano i diversi eventi del romanzo. È un approccio diverso da quello adottato per Blackwater, dove il centro della narrazione è rappresentato da una famiglia, da un personaggio o da una storia che si sviluppa nell’arco di molti anni. L’amuleto, invece, ha un ritmo molto più serrato: tutto accade nel giro di poche settimane. Anche per questo la copertina ha richiesto un’impostazione diversa. Se non sbaglio, inoltre, è il primo romanzo scritto da McDowell, e credo che questa differenza strutturale si rifletta anche nel modo in cui andava raccontato visivamente.

Il tuo stile è nato da mazzi di carte da poker - un’estetica ricca di ornamenti e dettagli - e ti ha portato alle copertine di McDowell. E poi, curiosamente, ti è stato commissionato anche Il piccolo principe. Questi salti tra mondi così diversi ti rinnovano o ti disorientano? Come cambia il tuo processo mentale quando passi dal gotico all’infanzia?
È sicuramente una sfida. Ogni volta che passo da un progetto all’altro devo cambiare completamente approccio. Il piccolo principe, per esempio, è stato uno dei lavori più difficili, perché la storia di Antoine de Saint-Exupéry è così iconica e radicata nell’immaginario collettivo che reinterpretarla senza tradirla, ma allo stesso tempo facendola mia, è stato un vero salto. È proprio questo, però, l’aspetto che mi piace di più del mio lavoro: poter passare continuamente da universi completamente diversi. Anzi, credo che questi cambiamenti mi aiutino a rimanere creativo e a non ripetermi. In realtà, prima di Blackwater mi occupavo soprattutto di illustrazione commerciale e pubblicitaria. Le copertine dei libri sono arrivate dopo, e il successo di Blackwater ha fatto sì che molti editori iniziassero a contattarmi per progetti molto diversi tra loro. Immagino che abbiano visto in quel lavoro qualcosa che volevano reinterpretare anche in altri contesti e, fortunatamente, questa formula ha funzionato anche con libri molto lontani tra loro.

Hai detto che ti piacerebbe fare un libro-raccolta con le illustrazioni dei tuoi lavori preparatori, con tutti i cambiamenti che avvengono durante il lavoro e che poi non entrano nel risultato finale. Cosa resta di prezioso in quegli scarti? Ci sono idee che hai abbandonato per poi pentirti di averlo fatto?
Sicuramente. Ci sono state idee che mi piacevano molto e che alla fine sono state accantonate, magari perché l’editore aveva una visione diversa del progetto. Detto questo, devo dire che mi è stata concessa molta libertà creativa e credo che, alla fine, le scelte fatte siano state quelle giuste. Sono convinto, però, che i lettori sarebbero curiosi di vedere tutti gli schizzi e gli studi preparatori, perché raccontano il percorso che porta alla copertina definitiva. Spesso mostrano idee che non sono state eliminate perché sbagliate, ma semplicemente perché si è deciso di seguire un’altra direzione. Proprio per questo stiamo lavorando, insieme all’editore francese, a un’edizione da collezione di Blackwater che conterrà molte illustrazioni inedite e materiali preparatori. In questi mesi sto recuperando anche alcune idee che avevo scartato all’inizio e le sto sviluppando per questo volume illustrato. Credo che sarà un modo molto bello per mostrare ai lettori tutto ciò che normalmente resta dietro le quinte e penso che anche il pubblico italiano lo apprezzerà.

Il tuo stile è ormai immediatamente identificabile. Ma ogni firma forte rischia di diventare una gabbia. Come eviti che la tua estetica si cristallizzi in una formula? E c’è qualcosa che vorresti esplorare e che ancora non hai osato?
Credo che l’identità di un illustratore stia proprio nell’avere uno stile riconoscibile. È ciò che permette alle persone di identificare immediatamente il tuo lavoro. Per questo penso che ogni cambiamento debba essere graduale, quasi impercettibile. Io non mi considero un artista che cambia linguaggio a ogni progetto, ma un illustratore con un obiettivo preciso: raccontare visivamente una storia e rispondere a una richiesta editoriale. Certo, mi piacerebbe, un giorno, dedicarmi anche all’arte in senso più libero, ma il mio lavoro oggi è quello di illustrare libri e progetti. Lo stile che ho oggi è il risultato di molti anni di ricerca e di costruzione. Continuo a introdurre piccole novità, a sperimentare dettagli e soluzioni diverse, ma non ho l’intenzione di rivoluzionarlo, almeno dal punto di vista professionale. A livello personale, invece, mi piace molto sperimentare. Disegno, dipingo, provo tecniche e linguaggi che non hanno nulla a che vedere con il mio lavoro quotidiano. È uno spazio di libertà che mi permette di esplorare senza vincoli. Ma quando lavoro a un progetto editoriale, credo sia importante mantenere una coerenza stilistica: penso che il mio linguaggio visivo continuerà a evolversi, ma lo farà in modo naturale e progressivo, non attraverso cambiamenti radicali.