Intervista a Pierluigi Porazzi

Pierluigi, classe '66, novarese di nascita ma friulano d’adozione, è avvocato presso il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia e giornalista pubblicista. Al suo attivo la produzione di alcuni racconti “mostruosi” sparsi su riviste letterarie e web. Nella prestigiosa collana “farfalle” della Marsilio il suo acclamato debutto narrativo, poi altri libri che lo hanno consacrato come una delle stelle del thriller/noir nostrano. L’abbiamo incontrato (più volte) per voi.




Leviamoci subito il pensiero. Il protagonista del tuo Il lato nascosto non è Alex Nero, tuo storico personaggio. Lo hai mandato definitivamente in pensione o avevi solo voglia di raccontare altro?
Secondo me Alex Nero e il suo universo narrativo hanno ancora parecchio da raccontare, e mi piacerebbe che tornassero in azione sulle pagine di un prossimo romanzo, ma per il momento non c’è alcuna trama concreta, è ancora tutto da inventare.

Chiaramente questo ci porta al quesito correlato: Il lato nascosto è un romanzo “one shot” o l’inizio di una nuova serie?
I personaggi di questo romanzo potrebbero tornare, anche se è ancora presto per dirlo.

Senza svelare troppo, hai usato un “espediente” decisamente nuovo, personalmente non ricordo altri romanzi in cui sia stato usato. So che ti sei documentato e che è tutto rigorosamente provato, ma come diamine ti è venuto in mente?
Si tratta di una problematica (diciamo così, per non dare troppi indizi) che esiste realmente. Non so se sia stato usato in altri romanzi, a me è venuto in mente durante una cena con amici, nel corso della quale una persona raccontava di una situazione analoga.

Nonostante a mio parere sia un perfetto thriller, nel romanzo non manca l’attenzione al sociale che lo rende anche un po’ noir. Fondamentalmente preferisci concentrarti sulla trama investigativa e “incidentalmente” parlare di quello che accade attorno o ti concentri su entrambe le cose per scelta?
Cerco di curare ogni aspetto di un romanzo, senza trascurare nulla. L’idea iniziale parte con l’intreccio giallo, ma il racconto sociale, pur facendo da sfondo, è parimenti importante, riguarda l’ambientazione, la narrazione della società contemporanea, a volte nel modo più oggettivo possibile e a volte attraverso lo sguardo dei vari personaggi.

Come è normale che sia, i due ispettori hanno delle “problematiche” personali, quanto è necessario per te scrittore, delineare le personalità degli investigatori, nell’imbastire la trama?
Creare protagonisti (ma tutti i personaggi in generale) credibili e realistici è molto importante. In questo caso particolare ho cercato di raccontare due personaggi in cui ognuno si possa identificare, né troppo tormentati o problematici e nemmeno super-eroi.

Il tuo romanzo L’ombra del falco è indubbiamente un thriller mozzafiato e adrenalinico. Eppure ho trovato molto interessante la chiave di lettura riguardante la critica alla nostra società. Furbi, corrotti, imboscati, asserviti al potere. Che Italia hai voluto raccontare?
Un’Italia molto realistica, appunto. In cui non ci fossero classici “buoni” da una parte e “cattivi” dall’altra. Ma una serie di personaggi tutti dalla moralità discutibile: nessuno, ne “L’ombra del falco”, è innocente. Volevo rispecchiare una società in cui tutti sono pronti a proclamarsi cattolici o a fare la morale agli altri, oppure a insorgere per un seno nudo, ma poi, alla prova dei fatti, ognuno fa i propri interessi a scapito del prossimo, imbrogliando o comportandosi in modo disonesto. Ecco, è anche questo che volevo dire col mio romanzo: è inutile lamentarsi dei mali della società finché, in famiglia, si insegnano ai figli la furbizia o l’arrivismo.

Anche l’aspetto riguardante i media mi è sembrato di notevole interesse. Sempre più i fatti di sangue e i processi conseguenti diventano puro intrattenimento televisivo. Siamo diventati un popolo di morbosi voyeur?
Credo che l’attrazione morbosa per omicidi e orrore sia solo una componente di questi diffusi malcostumi (tipo le gite sul luogo di un delitto o il successo di trasmissioni televisive morbose). Secondo me, dietro questi fenomeni c’è anche una spiccata predisposizione per l’apparire: si va a visitare il luogo dove è stato commesso un crimine perché lo si è visto in televisione… estremizzando, è un po’ come se andando lì si fosse in qualche modo parte di una realtà televisiva che ormai viene ritenuta l’unica realtà: se non appari non esisti. Ovviamente tutta questa visione delle cose è mostruosa e deforme, e ha provocato e provoca danni a non finire, soprattutto nelle menti e personalità più fragili.

La scelta di ambientare la storia in un posto ben definito, Udine e il Nordest in generale, ha una valenza particolare?
L’ombra del falco è un romanzo che, secondo me, potrebbe essere ambientato ovunque, e il mio intento era proprio quello di rendere l’ambientazione viva ma non soffocante. Dai riscontri dei lettori mi sembra proprio di esserci riuscito, perché chi vive a Udine e la conosce si è ritrovato in tanti luoghi descritti, ma, allo stesso tempo, chi non ha mai visto Udine mi ha detto che ha sentito l’ambientazione molto universale. Al di là di questa considerazione come autore, una città come Udine, e il Nordest in particolare sono ottime ambientazioni per gialli o thriller, perché, sotto un’apparenza di linda operosità e normalità, nascondono spesso segreti e vicende inconfessabili.

Da dove nasce l’esigenza di raccontare il male?
Viviamo, purtroppo, circondati dal male. Ci viene proposto spesso dai media, e l’esigenza di raccontarlo è conseguente alla descrizione dei tempi che stiamo vivendo. Ho scelto il “male” estremo, il serial killer, perché è una figura che ho affrontato nel corso dei miei studi di criminologia.

Stai ottenendo un’ottima eco di pubblico e critica. Come ci si sente di colpo ad essere catapultati in un mondo per tanti anni solo sfiorato?
Certo, se penso che solo fino a un paio di anni fa soltanto pubblicare un romanzo per me era un sogno… e adesso non solo ho pubblicato con Marsilio (uno dei principali e più prestigiosi editori italiani) ma sono anche alla seconda edizione… be’, direi che la soddisfazione è enorme. Ho lavorato parecchio a questo romanzo, ma mi sento di ringraziare di cuore tutti coloro che l’hanno acquistato, letto e apprezzato, e in particolare alcuni prestigiosi critici e recensori come Marco Piva ed Enzo BodyCold di “Corpi Freddi”, Alessandra Buccheri di “Angolo Nero”, Michele Fiano, Giacomo Brunoro, Matteo Righetto e Matteo Strukul di “Sugarpulp”, Susanna Raule, Marilù Oliva e “Thriller Magazine”, Alessio Valsecchi de “La Tela Nera” e tanti altri che hanno contribuito all’ottima accoglienza che sta ricevendo il romanzo. Mi ha fatto sicuramente molto piacere ricevere tutte queste critiche e pareri molto positivi; tra gli ultimi, vorrei citare quello di due grandi scrittori che ho incontrato in occasione di una delle ultime presentazioni del romanzo, a Torino: Fabio Geda ed Enrico Pandiani… ecco, quando due scrittori di questa levatura ti dicono che il tuo romanzo è scritto benissimo e scopri che a loro è piaciuto, dopo che ne hai ammirato e apprezzato il lavoro, be’, è davvero un’enorme gioia! Altro motivo di grande soddisfazione è stato sapere che, dopo appena un mese, il romanzo era già in seconda edizione.

Dopo l’esordio di Carrisi, ora anche il tuo ottimo debutto. Mi sembra che la scrittura di genere in Italia goda di ottima salute. Quali sono i tuoi riferimenti letterari?
Sono completamente d’accordo. Il genere gode di ottima salute! Devo dire che ho sempre letto tantissimo, dai classici agli autori moderni. Credo che tutti mi abbiano insegnato qualcosa, però non ho modelli veri e propri.

A chi leggerà il tuo romanzo farai passare delle belle notti insonni. Quali sono i tuoi incubi ricorrenti?
Da buono scrittore, l’incubo della pagina bianca… e comunque del nulla, del bianco inteso come assenza di qualsiasi colore.

I LIBRI DI PIERLUIGI PORAZZI



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