Salta al contenuto principale

Intervista a Piernicola Silvis

Articolo di

Dopo (e durante) un’onorata carriera di funzionario dello Stato come poliziotto, questore, responsabile di diverse Squadre mobili, ha coltivato la carriera di scrittore con appassionanti romanzi di stringente attualità affidati al commissario Renzo Bruni. Con il suo nuovo romanzo muove i personaggi su sfondi storici del tutto nuovi, con nuovi temi che se anche apparentemente lontani nel tempo, toccano la sensibilità civile e civica di tutti i giorni. Approfondiamo direttamente con lui i motivi di questa interessante novità.




Dopo tante pagine su Renzo Bruni, poliziotto che comunque ha una vita privata tormentata, hai scelto come protagonista del tuo Storia di una figlia una donna, Anna. Pesava molto la figura di Renzo Bruni nella capacità poetica di Piernicola Silvis?
Più che sentire il peso di un personaggio seriale, un autore dotato di un minimo di creatività ama spaziare e affrontare tematiche diverse. Renzo Bruni, anche se non sono assolutamente io, in fondo è un collega, una sorta di mio alter ego e, dopo tre romanzi e circa 1350 pagine su di lui, sentivo il bisogno di affrontare altre questioni importanti quanto quelle del male che alberga negli assassini metropolitani. Inoltre sono uno studioso del nazismo, e prima o poi avrei voluto scriverne per capire come abbia fatto un paese come la Germania, faro di civiltà, a scatenare il più atroce crimine della storia dell’umanità. Ho scelto di farlo non dall’angolazione dell’olocausto ebraico, ma dal quasi sconosciuto olocausto di 15.000 donne, anziani e bambini massacrati e mutilati dalle SS nel 1944.

Anna è comunque un medico che agisce come se fosse un poliziotto. Perché una donna e come è stato entrare nella psicologia di un personaggio così complesso, forte, capace di emanciparsi dal suo passato e presente e progettare da sola il suo futuro? Com’è stato ragionare da donna?
Io sono un tipo empatico, e una delle possibilità più belle che dà la scrittura creativa è proprio il poter inventare “altri”, cioè personaggi molto lontani da chi scrive. Quando ho iniziato a pensare a Storia di una figlia lo avevo immaginato dal punto di vista di un ragazzo, poi però mi sono detto: sfidati, entra nei panni di una donna. Così io, uomo maturo meridionale, sono diventato una giovane donna settentrionale. Una sfida bellissima. Quando lo scrivevo, “ero” Anna, e uscivo da lei non appena smettevo. Quando sono dentro una storia, intorno può succedere di tutto ma non mi distraggo. Però quando smetto, rientro nella mia piccola vita di ogni giorno. Poi, se come donna sono stato credibile o meno, sono le lettrici a doverlo dire.

Nei tuoi romanzi pure si trattano temi criminali legati a poteri occulti, ‘forze oscure’ e massoniche. Tutto cambia però quando si deve lavorare per un romanzo storico: mentre nel primo caso la storia fa da sfondo, nel secondo detta in parte la trama. Quanto ti sei sentito facilitato e vincolato? Che rischio si corre quando si altera la storia, come nel caso dell’eccidio di Colle Sant’Agnese?
Scrivere di vicende storiche è bellissimo ma difficile. Si narrano storie note, ma è anche necessario far parlare e muovere personaggi realmente vissuti: come posso far dire parolacce, per esempio a Napoleone Bonaparte o far mangiare pasta e fagioli a Giuseppe Mazzini? Non si può alterare il modo di essere e di parlare di persone davvero esistite, secondo me. In Storia di una figlia avrei dovuto ambientare parte della vicenda a Sant’Anna di Stazzema, ma per il rispetto che porto alle vittime di quella strage, non me la sono sentita di descrivere luoghi reali e muovere uomini, donne e bambini uccisi. Avrei violato qualcosa di sacro. Così ho creato questo paese immaginario, teatro di una strage mai verificatasi, ma che in qualche modo è il simbolo delle 400 realmente commesse dai nazifascisti dopo l’8 settembre del ’43.

Perché non siamo stati in grado di chiudere i conti con il fascismo e il nazismo? Perché non abbiamo avuto una nostra Norimberga? Solo colpa di zelanti funzionari di Stato?
È una delle tematiche portanti del romanzo. Sotto un profilo puramente tecnico, i processi sulle stragi nazifasciste del ’44 furono insabbiati non per una volontà negazionista o, peggio, complice, ma a causa del realismo politico-diplomatico che avvolse l’Europa del dopoguerra. Da un lato, la Germania era diventata l’anello di congiunzione fra l’Europa dell’Ovest e quella dell’Est, per cui Berlino era una pedina fondamentale nelle dinamiche della Cortina di ferro, e in quel momento i processi ai criminali nazisti avrebbero sconvolto questo filo diplomatico così importante e sottile (fra l’altro, molti ex nazisti si erano ben integrati nella nuova Germania). Perciò negli anni Sessanta gli USA e, forse, il Vaticano suggerirono all’Italia di evitare quei processi, così 695 fascicoli processuali sulle stragi finirono occultati in quello che, una volta scoperto negli anni ’90, fu definito da Franco Giustolisi “L’armadio della vergogna”. Dall’altro lato, c’era il timore che, se si fossero processati i criminali nazisti, noi avremmo dovuto processare i criminali italiani che si erano macchiati di crimini atroci sia nell’ex Jugoslavia sia nel nostro stesso paese. In sostanza, Norimberga c’era stata, i gerarchi nazisti erano stati giustiziati e si voleva in qualche modo “dimenticare” quelle tragedie per guardare avanti con positività. Naturalmente, questa rimozione tecnica portò anche a una rimozione storica, perché se negli anni Cinquanta e Sessanta non si parlava di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, figuriamoci se se ne sarebbe potuto parlare negli anni Ottanta e Novanta. Se poi vogliamo discutere di politica, è chiaro che, in democrazia, ognuno ha la sua idea, purché non alimenti odio e razzismo, come fece il nazismo.

Parliamo del diario del cardinale Christophe Bouerier e della Santa Alleanza. Mi pare una forte condanna all’azione del Vaticano…
Il Vaticano come stato non va confuso con il viso buono di papa Francesco. È una monarchia assoluta e come tale si muove, quindi anche adoperando gli stratagemmi tipici delle politiche internazionali, e il Vaticano è considerato uno degli stati più potenti del mondo. Detto ciò, il patto Bourier-Hitler, mediato dall’Entità, il servizio segreto del Vaticano, che nel romanzo introduce un’alleanza fra Vaticano e Germania nazista, è un parto della mia creatività, non è mai esistito. Per quanto ne so, ovviamente…

Qual è la tua idea: Hitler è davvero morto in Cile negli anni ’60?
Che Hitler sia stato messo in salvo dall’assalto sovietico a Berlino, e che a essere ucciso nel bunker sia stato un suo sosia, è una strada che molti storici russi e occidentali hanno percorso. Secondo alcuni sarebbe morto in Cile negli anni ’60. È sicuramente una tesi molto romanzesca, però io, al di là delle fascinazioni narrative, resto concreto e anticomplottista, perciò finché non ho prove contrarie, per me Hitler e la Braun si sono uccisi nel bunker il 30 aprile del ’45.

Dopo questa esperienza riuscitissima nel genere “guerra” ritornerai alle indagini di Bruni? Hai pensato anche tu per Bruni a qualche sorpresa tipo Riccardino di Andrea Camilleri per Montalbano?
Domanda sottile, ma di facile risposta. Un Riccardino per Bruni è lontano. È un personaggio che sta cominciando a fare breccia nel pubblico, lui e la sua squadra piacciono, e mi ha portato fortuna. Perciò scriverò ancora di lui, di Laura, di Carella e di Adriana. Ho molte idee in testa, e non posso deludere i fan altrimenti potrei finire legato a un letto come il protagonista di Misery non deve morire, di King. Certamente, però, amo anche affrontare altri argomenti e altri personaggi, su cui sto lavorando. Si tratta di cose vicine a Storia di una figlia e a tematiche della nostra storia più recente, ma pur sempre con uno sfondo mistery/thriller.

Infine: il romanzo nel cassetto e quello da sempre sul comodino.
In questo momento sul comodino ho L’uomo di paglia di Michael Connelly, un autore che apprezzo molto, e – lo dico con orgoglio – è sul suo Harry Bosch che ho modellato Renzo Bruni. Un personaggio così mancava, da noi. I poliziotti italiani sono connotati da dialettismi e sono inseriti in territori ben definiti. Un giorno mi sono detto che uno stile L.A. mancava, e l’ho inventato io. Quello che, invece, ho da sempre sul comodino è Guerra e pace, e ogni mese mi dico “Stavolta ce la faccio”. Poi arrivano Don Winslow o Gianrico Carofiglio e mi fregano, perciò dico “Ok, Tolstoj, ti leggo il mese prossimo”. Nel mio cassetto privato avevo Storia di una figlia, un romanzo con implicazioni storiche e morali che amo moltissimo. Ma è stato pubblicato, quindi sono soddisfatto. Beh, scrivere è difficile, perciò se i lettori mi staranno dietro, continuerò a farlo. Altrimenti si vedrà.

I LIBRI DI PIERNICOLA SILVIS