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Intervista a Raffaela Ulgheri

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Vicoli assolati, ombre sfuggenti, morti misteriose e atmosfere senza tempo sono alcuni degli elementi che caratterizzano il romanzo d’esordio di Raffaela Ulgheri, giornalista e scrittrice sassarese, che ha gentilmente risposto ad alcune domande sulla genesi dell’opera, sul suo metodo di lavoro e sull’esperienza come finalista al 38° Premio Calvino.



Ci racconti come è nato il tuo romanzo Minerva. Il giudizio dei viventi? Perché gli anni Sessanta?
L’idea di base del romanzo era un racconto su una donna anziana che, in gioventù, aveva fatto parte di un gruppo di indipendentisti. Il racconto era inserito in una raccolta che non ho mai sviluppato o proposto a nessun editore e nel tempo si è evoluto: la parte legata all’indipendentismo è divenuta sempre più laterale e ha preso il sopravvento quella legata all’affermazione femminile. Gli anni ’60 erano il contesto ideale, e si prestavano felicemente anche per la definizione di personaggi nati alla fine degli anni ’40 (da lì la possibilità di utilizzare l’evento storico dell’invasione di locuste, realmente avvenuto e ampiamente documentato e utilizzato anche da altri autori).

Oltre a essere nel titolo del libro, il Monte Minerva viene nominato spesso all’interno dell’opera. È un testimone silenzioso degli eventi. Hai un legame personale con la montagna?
Se il riferimento è alla montagna come luogo a sé stante, no, non ho nessun legame anche per questioni puramente geografiche legate alle mie origini (arrivo da Sassari, una città poco lontana dal mare, e con il mare sì, ho un forte legame). Se il riferimento è al paesaggio di Villanova Monteleone e a Minerva in quanto monte, in realtà la fascinazione è più legata al fatto che sia un cono vulcanico spento che sovrasta uno spazio molto ampio e silenzioso. Il monte è ben visibile dal paese, che si trova su un’altura proprio dirimpetto, e ha una forma molto singolare, essendo piatto. Certo questo paesaggio ha influito molto sul mio immaginario, ho passato molte ore della mia vita a guardare l’orizzonte da Villanova quando ero bambina, e credo questo abbia contribuito molto alla definizione di diversi passaggi del mio romanzo.

Indipendentismo sardo, indagini investigative, morti sospette, gravidanze difficili, visioni, elementi soprannaturali e non solo. Sono molteplici i temi e gli intrecci all’interno della storia. Quale è stata la sfida maggiore nella scrittura trattandosi del tuo primo romanzo?
Lo studio del contesto e la definizione psicologica dei personaggi. Per contesto intendo la ricerca legata al funzionamento delle amministrazioni comunali alla fine degli anni ’60, all’elezione dei sindaci e alle regole per i commissariamenti (questo dipende, ad esempio, anche dal numero di abitanti di un certo Comune), alle cronache dell’epoca, con lo studio dei quotidiani per raccontare cosa avveniva intorno. Ma anche la collocazione dei personaggi nello spazio, i movimenti tra le vie di un paese, la posizione degli astri in un certo periodo dell’anno (ad esempio, ho utilizzato le effemeridi per conoscere il ciclo lunare nelle date presenti all’inizio dei paragrafi e fare descrizioni corrette del cielo), ho svolto delle interviste ad abitanti del posto per capire anche come si divertissero i giovani o quali fossero le possibilità per un giovane o una giovane di venti anni alla fine degli anni ’60 che arrivava da una famiglia dignitosa ma umile, con alterne sensibilità alla formazione culturale della prole. Scrivere un romanzo credo sia sempre difficile per chiunque, la vera sfida nel mio caso è stata spogliarmi della scrittura giornalistica e lasciarmi andare a uno stile completamente diverso (anche perché il mio giornalismo è molto tecnico). Però l’essere una giornalista credo mi abbia supportata nel metodo.

L’ostilità e la diffidenza verso gli estranei, i forestieri, condizionano i rapporti di fiducia all’interno della comunità. Ti sei mai sentita o ti hanno fatta sentire un’estranea?
No, mai. Vivo a Milano da tanti anni e sono stata accolta benissimo da questa città. Lo stesso mi è capitato quando sono stata in Portogallo e in Spagna, ma anche nei vari luoghi che ho visitato o in cui ho passato brevi periodi nel mondo. La sensazione di estraneità non fa parte del mio bagaglio esperienziale. In quanto sarda, tuttavia, capisco cosa è un “estraneo”, d’altronde vengo da una terra che è stata e continua a essere preda di interessi esterni. Per me un estraneo è chi vuole avanzare pretese su un territorio o una cultura che non gli appartiene o che non è in grado di tutelare o che, peggio, vuole sfruttare per fini economici.

Le donne hanno un ruolo centrale nello sviluppo della narrazione: sono dunque le depositarie della memoria, custodi di aneddoti e magari segreti?
Le donne sono, storicamente, custodi di aneddoti e segreti per motivi, a mio parere, molto legati ai limiti imposti dalla struttura sociale. Come emerge nel libro, in passato – e, in alcuni contesti, ancora oggi – era l’unico modo di collocarsi socialmente dal momento che il sapere scientifico, legale, sociale o più prosaicamente razionale era delegato alla parte maschile della società. E questa non è un’invenzione letteraria. Fino a non molto tempo fa se si doveva far studiare qualcuno, soprattutto nelle piccole comunità come quella descritta nel libro e in un preciso periodo storico, si faceva studiare il figlio maschio, anche se era poco dotato: aveva dalla sua l’essere di sesso maschile e quindi il responsabile della parte economica della famiglia. Certo non tutti i maschi studiavano, ma la loro azione si è sempre esplicata principalmente sul piano pubblico attraverso il lavoro, da qui, banalmente, l’origine della parola patrimonio, mentre il dovere della donna in quanto madre sta nel matrimonio. Attenzione: anche le donne lavorano e hanno sempre lavorato, ma occorre sempre guardare le statistiche, oggi ha un impiego oltre il 50% delle donne ma ci troviamo all’interno di una tendenza storica che registra un aumento di donne con lauree e lavori, e sono sempre comunque meno degli uomini. Alla fine degli anni ’60, se non aveva la fortuna di nascere in una famiglia illuminata, soprattutto in contesti come il Sud e le Isole, la donna poteva svilupparsi soltanto all’interno delle mura domestiche, perciò doveva collocarsi in qualche modo. In tribunale, negli uffici, negli studi medici o nelle officine e nelle fabbriche ci andavano principalmente gli uomini quindi, sì, certo, aneddoti e misteri, perché le norme legali e la cura di patologie erano pressoché territorio maschile. Nel mio libro ho voluto dunque operare un rovesciamento: utilizzare le donne per trascinare gli uomini verso la parte misterica e irrazionale, e permettere loro di guadagnare lo spazio pubblico.

Minerva è stato selezionato tra gli 11 finalisti del Premio Calvino 2025, in gara c’erano 909 titoli. Cosa ha significato questa esperienza?
È stata un’esperienza molto forte. La cosa più emozionante, al di là della serata di premiazione al Circolo dei lettori di Torino, è stata la telefonata con cui Mario Marchetti, presidente del Comitato direttivo del Premio, mi ha annunciato di essere tra gli 11 finalisti. Quando ci si espone, si manda una propria creazione a persone che sono in grado di valutarne la bontà è sempre un azzardo. Io sono molto grata di essere stata vista e apprezzata, credo che per me essere finalista del Premio Italo Calvino abbia significato quello.

Nel tuo futuro letterario ci sarà ancora la Sardegna?
Questa sembra una domanda, ma in realtà sono due! Al momento non so se ci sarà un futuro letterario, in ogni caso la Sardegna è stata molto generosa con me e con il mio primo romanzo, ma non so dire, oggi, se tornerò a scriverne.

I LIBRI DI RAFFAELLA ULGHERI