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Intervista a Rebecca Makkai

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È una splendida domenica di maggio quando raggiungo al telefono la scrittrice statunitense Rebecca Makkai. Nel 2018 il suo romanzo I grandi sognatori - nominato tra i dieci migliori libri dello stesso anno dal «New York Times» - è arrivato finalista al premio Pulitzer e al National Book Award, vincendo l’American Library Association Andrew Carnegie Medal for Excellence in Fiction e il Book Prize. Rebecca è in Italia per la promozione del suo ultimo romanzo, edito dalla casa editrice Bollati Boringhieri e tradotto da Marco Dionigi Drago – e noi di Mangialibri le abbiamo posto qualche domanda, tra una presentazione e l’altra durante l’edizione 2024 del Salone Internazionale del Libro di Torino. La foto è su concessione di Larry D. Moore.



Innanzitutto grazie per la disponibilità. E, giocando con il titolo del tuo romanzo Ho qualche domanda da farti, direi che abbiamo anche noi qualche domanda da farti. Da dove nasce l’ispirazione per questo libro?
È difficile dirlo. Penso che la maggior parte degli scrittori non abbia una sola idea e l’ispirazione per questo nuovo romanzo è stata alimentata da parecchie fonti. Ho sempre desiderato scrivere un libro ambientato in una boarding school (è una scuola superiore con un campus). Io stessa vivo in una boarding school dove mio marito insegna, quindi conosco molto bene l’ambiente. E questo sicuramente è stato il primo luogo che mi ha ispirato. Un’altra cosa che ha sicuramente contribuito è la mia curiosità nel capire come mai siamo così ossessionati dal true crime, qual è l’elemento che ci attrae, che cosa ci affascina di queste storie. Poi il resto è venuto da sé: quando tanti elementi iniziano a unirsi e incastrarsi tra loro in una trama, allora sai di avere un libro.

La vicenda di Thalia ha qualche connessione con un fatto di cronaca nera avvenuta realmente?
No, assolutamente no. Sono una scrittrice di romanzi, quindi non ho davvero né la necessità né la volontà di scrivere una storia reale. È tutto frutto dell’immaginazione.

Qual è il tuo rapporto con il genere true crime?
Mi piace molto, guardo e ascolto molto true crime e penso che sia un genere molto interessante e sfaccettato. Oggi giorno abbiamo molti più media che ci raccontano fatti di cronaca e abbiamo l’impressione che l’interesse sia aumentato. Però penso che ci sia anche un ampio spettro per approcciarsi a questo genere: da un lato, ci sono prodotti editoriali realizzati in maniera irresponsabile e grossolana, che cadono nella morbosità; dall’altro, c’è il giornalismo investigativo che, in questo genere, è fondamentale. Io spesso mi sento attratta da quello che è a metà tra questi due poli, come per esempio i documentari della HBO. Penso che il true crime sia uno di quei generi nel quale l’uomo abbia sempre nutrito interesse, in tutta la storia dell’umanità.

Si è quasi perso il conto dei podcast, delle serie tv, dei programmi di approfondimento incentrati sulla cronaca, con il risultato di spingere costantemente l’interesse del pubblico verso questo genere. Pensi che questa sovra esposizione mediatica possa aiutare la risoluzione del caso o la maggior parte delle volte rappresenti solo una morbosa curiosità da parte del pubblico?
Credo entrambi. Credo che sia quasi un istinto, quello che abbiamo nei confronti di queste vicende. Per molto tempo, l’uomo è stato nomade. Quando ci si spostava da un luogo all’altro, lo si faceva in gruppo e quando qualcuno moriva era importante conoscere il perché. Se fosse morto per avvelenamento o se qualcuno ne avesse procurato la morte. Era in gioco la tua stessa sopravvivenza, venire a capo del perché di quella morte. Per questo lo chiamo “istinto”: è la necessità di sapere cosa sia realmente accaduto e avere giustizia, per essere sicuri che quello che è successo all’altro non capiti anche a noi. Certo, questo non accade per tutte le storie. Ma ritengo che questo “istinto” sia in noi ed emerga soprattutto quando ci sentiamo vulnerabili, e guardiamo quello che avviene con l’intenzione di capire quello che sia successo.

Nel romanzo, la memoria – personale e collettiva – assume un ruolo fondamentale. Ritieni che questa sia affidabile nella ricostruzione degli eventi passati?
La memoria è uno dei temi del romanzo. E ritengo sia sempre soggettiva. Da un lato, abbiamo la memoria individuale e questa può essere fallace. Dall’altro, abbiamo quella collettiva, dell’intero gruppo, che ci offre un quadro completo; ma questo è ancora soggettivo, poiché le persone fondono insieme le loro idee e creano una storia che immaginano debba essere vera. È interessante vedere come questo accada ogni qualvolta ripercorriamo con i ricordi un evento del passato. Ma quando parliamo di un crimine, ovviamente, la ricostruzione diventa molto, molto importante. E in questo caso, stiamo parlando di adolescenti, adolescenti che saranno molto più sensibili a quello che il gruppo sta facendo. Quindi è stata una cosa interessante perché mi sono divertita molto ad esplorarla in questo libro.

Un’altra tematica molto presente nel tuo romanzo è quella legata alla molestia. Grazie al movimento del MeToo, parecchie donne hanno trovato la forza e il coraggio di denunciare ma, al contempo, la denuncia di molestia è diventata anche uno strumento di vendetta, come accade anche nel libro nel caso di Jerome…
In merito a questo tema, non ho una sola opinione ma molteplici. Quello che ho cercato di fare con il libro è mettere sul piatto diverse situazioni, tutte plausibili. Come nella realtà, anche nel libro accade che talvolta, si guardi al passato e si senta la necessità di accusare qualcuno di aver fatto cose terribili; in altri casi, con lo stesso sguardo si acquista piena consapevolezza di quello che si è subito. E poi può accadere come nel caso di Jerome nel quale – almeno dal punto di vista di Bodie – l’accusa è ingiusta. È interessante. Quello che ho cercato di fare è di creare qualcosa di borderline, nel quale puoi immaginare sia persone a difesa di Jerome che altre pronte a condannarlo senza appello. Una dimostrazione è stata con l’uscita del libro negli Stati Uniti: ho scoperto che i lettori di trent’anni pensavano che l’accusa a Jerome fosse ingiusta e non giustificata, mentre i ventenni tendevano a considerare lo stesso personaggio un mostro indifendibile. E questo mi ha fatto pensare di esser riuscita in quello che avevo intenzione di fare. C'è un grande divario generazionale nel modo in cui guardiamo queste cose.

A questo proposito, nel libro parecchi episodi del passato vengono analizzati con la sensibilità attuale e i risultati non sono mai positivi. Non pensi che questo atteggiamento possa essere un modo non oggettivo di condannare un qualcosa che, all’epoca dei fatti, era socialmente accettato e/o considerato lecito?
Si, assolutamente. E questo genera molta confusione. Alcune volte, non si tratta di tempi diversi ma di atteggiamenti sbagliati in qualsiasi epoca. Altre volte, per esempio, si utilizza una parola accettata negli anni ’90 e pensiamo che non sia più accettabile usarla oggi. Con questo libro non ho voluto fornire una risposta quanto far emergere questa dualità.

Qual è stata la parte più difficile nella stesura di Ho qualche domanda da farti?
Ho dovuto fare molta ricerca, soprattutto informarmi e conoscere il sistema legale dello Stato del New Hampshire (è il luogo dove la storia è ambientata, ndr) perché negli Stati Uniti ogni Stato ha un proprio sistema legale. E questo certamente ha rappresentato una mole di lavoro non indifferente. Più acquisivo conoscenze e più mi accorgevo che emergevano dei limiti alla storia che volevo raccontare. Volevo davvero che ci fosse un nuovo processo per una persona pesantemente condannata, ma avere un nuovo processo non è così semplice. E così mi sono detta “Ok, scriverò anche di questo”; ma il tempo in tribunale rischia di essere molto noioso e per quanto volessi scrivere una storia verosimile, di certo non volevo trasmettere anche questo nel libro. E poi, la verità è che nulla cambia mai veramente. È impossibile rovesciare le cose. Quindi penso che tutta quella ricerca ha reso il libro migliore, lo ha reso un libro realistico, ma al contempo, mentre lo stavo scrivendo, mi sentivo che quello stesso aspetto mi stava quasi limitando. Forse è stata questa la parte più difficile.

L’ultima domanda non può che essere riguardo ai tuoi progetti futuri…
Al momento sto già lavorando a un nuovo libro. Sarà ambientato nel 1938 e anche questo progetto richiede un lavoro di ricerca non indifferente. Ma per adesso, mi sto ancora godendo il tour promozionale di Ho qualche domanda da farti. È stato molto bello sia negli Stati Uniti che all’estero, e poi sono venuta in Italia! Ma penso che questo sarà il mio ultimo viaggio, almeno per un po’. Ho avuto un anno, anzi forse più di un anno, dove ho viaggiato costantemente e penso che prenderò una piccola pausa in estate.

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