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Intervista a Richard Russo

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Richard Russo, vincitore del premio Pulitzer per la narrativa nel 2002 e di numerosi altri premi letterari, ritorna con un nuovo romanzo, finalista del Premio Lattes Grinzane 2021. Durante l’affollata conferenza stampa organizzata dall’ufficio stampa del Grinzane, si collega in video da casa e dalle sue risposte alle domande emerge tutta la complessità del suo lavoro creativo e tutta la passione che profonde nella scrittura dei suoi libri: parla dei personaggi come se fossero persone in carne e ossa a lui care, amici di una vita.




Il titolo in inglese del tuo ultimo libro è Chances are, ma in italiano è stato tradotto come Le conseguenze – che, invece, in inglese suonerebbe più o meno come Consequences. Che cosa ne pensi di questa traduzione? Ti soddisfa?
Per me la traduzione italiana ha perfettamente senso e comprendo perché in italiano il titolo è stato tradotto con Le conseguenze. Questo romanzo inizia con una lotteria che mette al centro la fortuna, rappresentata da questo girare della ruota: non si sa quali numeri vengano estratti e, conseguentemente, chi è sorteggiato. Dunque, simbolicamente rappresenta il destino ed è per questo che nel titolo americano si parla di “chances”. Però il libro parla anche di libero arbitrio, di fede, delle scelte che facciamo e delle conseguenze di tutto questo che è ciò che si chiedono i protagonisti quarant’anni dopo, cioè quali sono stati i risultati delle loro decisioni. Per questa ragione apprezzo e condivido anche la traduzione italiana.

La vicenda de Le conseguenze si svolge su due piani temporali. Uno in cui Trump sta politicamente prendendo piede, l’altro sotto la presidenza di Nixon. Si tratta forse dei due presidenti USA che più hanno manipolato i media per assecondare le loro decisioni politiche e che lei stesso in un’intervista ha definito come “i più bugiardi della storia”. Si può, perciò, asserire che le conseguenze devono anche essere intese come le conseguenze delle bugie che questi presidenti raccontano alla popolazione e, in generale, un “pretesto” per parlare delle bugie che vengono dette agli altri e di quelle che diciamo a noi stessi?
Un aspetto che mi piace dello scrivere è proprio quello di esplorare varie sfaccettature: qua abbiamo tre amici che sono intimi, ritratti prima nella loro gioventù e poi nella vita adulta, ma anche la descrizione delle loro relazioni e, ovviamente, delle loro bugie. Posto che sono proprio queste storie intime quelle di cui io voglio scrivere, è indubbio che si tratti di un racconto su un tempo prolungato. Ora io non ricordo esattamente quando ho deciso di introdurre determinati elementi, ma ricordo che per me era importante inserire queste storie intime nel background storico: prima con Nixon che, come alcuni scherzosamente dicono, “se non mentiva era perché non stava parlando” e, poi con Trump che non era ancora presidente, ma comunque aveva già preso sicuramente molto piede, preannunciando quella che sarebbe stata poi la sua linea politica. Dunque, è evidente che il romanzo sia costruito come una sorta di specchio e vi sia un parallelismo tra le bugie dette a livello nazionale, i cui effetti si ripercuotono su tutta la popolazione, e quelle dei personaggi che, nonostante si amino profondamente, si mentono tra di loro: Mickey mente a Lincoln e Teddy; Jacey mente tutto il tempo. E tutto questo spinge a chiederci quale sia la verità e a chiedere, invece, quale sia quella che ci diciamo. Quindi, sì è un romanzo anche sulle bugie: quelle sul piano nazionale, quelle che raccontiamo agli altri e quelle che raccontiamo a noi stessi.

Questo romanzo è stato iniziato nel 2019 o nel 1969? Qual è la sua genesi? Il Vietnam è un argomento che l’America non è ancora riuscita a elaborare?
Questa domanda è molto profonda. Quand’è che uno scrittore inizia a scrivere? Se non si tratta di un’autobiografia ma di un romanzo come in questo caso, allora si inizia a creare il materiale della scrittura vivendo. Se parliamo di Richard Russo persona la risposta è: sì, l’ho iniziato a concepire nel 1969, quando ho vissuto la prima lotteria personalmente e l’ho finito tre anni fa quando ho completato la scrittura. Ma per quanto riguarda invece il Richard Russo scrittore, sotto il profilo prettamente materiale l’ho iniziato quattro anni prima della pubblicazione: nella maggior parte dei miei libri mi sono concentrato sulla generazione del dopoguerra, anche per ispirazione autobiografica perché mio padre ha preso parte allo sbarco in Normandia e quando è tornato era un uomo molto diverso da quello che era partito. Però, ciò di cui mi sono innamorato era l’ottimismo di questa generazione: sono cresciuto in una piccola città e quindi si percepiva questo ottimismo, sicchè ho cercato di fotografare questa generazione e quello in cui credeva. Le conseguenze, al contrario, è il primo libro dedicato alla mia generazione.

Quando inizi a pensare a un nuovo romanzo? E come?
Come ho detto prima, è difficile individuare la genesi esatta perché è una delle domande che vengono poste dopo che un libro è uscito. Scrivere dei romanzi ampi significa risolvere una serie di problemi che richiedono molto tempo e implica una serie di scelte da effettuare. Qualcuno pensa che lo scrittore sappia già come vada a finire una storia, ma in realtà non è vero perché nel mio caso la fine è l’esito di tutti i problemi e di tutte le questioni che man mano risolvo. Quindi, alla fine, rispetto al ricordo degli ingranaggi che compongono il romanzo, prevale il sollievo di averlo finito e la soddisfazione che tutto fili. Ad esempio, mi poni questa domanda adesso, dopo che il libro è stato ormai pubblicato da quattro anni e mi trovo già a tre quarti del libro successivo, totalmente immerso in questa fase di lavoro che ti ho appena descritto. L’unica cosa che posso ricordare è che il ‘germe’ è stato quel momento vissuto personalmente con i miei compagni camerieri del college, quando ci siamo messi a guardare la televisione e tutto è cambiato: ecco la genesi. Il resto si è perso.

Quanto c’è in questo romanzo di autobiografico e quanto di fiction, soprattutto in riferimento ai personaggi?
Nei miei romanzi ho sempre inserito una parte autobiografica: ad esempio, ho parlato a lungo del rapporto tra padri e figli perché in realtà ci tenevo a raccontare il rapporto con mio padre in altre forme. Nello specifico in questo romanzo, invece, devo riconoscere che mi sono diviso in tre parti, una per ogni personaggio: Lincoln ha rappresentato tutte quelle volte che nella mia vita ho voluto prendermi dei rischi, ma alla fine ho scelto la via sicura perché c’era qualcuno che dipendeva da me, come nel caso in cui io ero agli inizi della mia carriera ed ero sposato con dei figli, perciò non potevo prendermi delle “chances” perché non ero nella posizione finanziaria e familiare per farlo, altrimenti altri avrebbero pagato le mie scelte. Teddy rappresenta l’impulso artistico, perché anche io, come lui, prima di diventare scrittore ero un insegnante. Teddy è un accademico, un editore, quando gli viene dato un testo lo stravolge perché c’è un talento che vuole emergere a tutti i costi. Ma è anche il più introspettivo e il più sensibile, quello che va in profondità e va in fondo alle situazioni, quando vuole comprenderle. Mickey è quello meno simile a me, ma per il quale provo l’affetto più profondo: se non fossi diventato uno scrittore – e direi che è andata meglio così – avrei suonato la chitarra perché da giovane amavo farlo e ancora oggi a 72 anni mi emoziono sentendo le canzoni del mio coetaneo Bruce Springsteen. In quel momento mi viene voglia di mollare tutto, imbracciare la chitarra e mettermi a suonare musica rock a tutto volume perché c’è un’eccitazione diversa da quella della scrittura. Per raccogliere i frutti della scrittura ci va tempo, mentre Bruce Spingsteen sale su un palco, il pubblico lo inneggia e la sua ricompensa è immediata.

Il libro è un ritratto di questi tre personaggi ma è anche il ritratto di una provincia americana che sembra immobile. Secondo te in questi cinquant’anni non è cambiato nulla?
La domanda che mi hai posto è molto complessa perché si dovrebbe fare un’analisi della politica americana. Nella mia città natale - che ho descritto in lungo e in largo molte volte, cambiandole il nome - non è cambiato nulla, quando ci torno è esattamente come era quando vivevo da ragazzo. Io, come tanti altri, l’abbiamo lasciata ed era scritto nel nostro destino perché se ci si voleva emancipare, se si voleva una vita non di povertà e un lavoro, bisognava partire. Seppur vero che alcuni sono rimasti, il posto appare comunque svuotato perché non ha rappresentato opportunità e perché sono rimasti indietro non soltanto con le occasioni di lavoro, ma perché rispetto a 50 anni fa nulla è cambiato e questo è parte del problema. Le città e le nazioni si reinventano, ma quando torno nella mia cittadina natale mi accorgo che la classe media non esiste più perché tanti se ne sono andati e nulla è cambiato. Quello che rimane è la fotografia che ne faccio e sono storie che bisogna trasmettere prima che la memoria sparisca. Aggiungo anche che ciò che ho voluto porre in evidenza con questo romanzo, rispetto ad altri, è che i personaggi hanno un proprio destino plasmato dall’istruzione: siamo divisi tra persone che hanno studiato e persone che non hanno studiato e la differenza è percepibile, quindi in molti ambiti chi non ha avuto un’istruzione superiore non conta ed ecco perché emerge la rabbia che vediamo anche ai nostri tempi.

Quando si legge un libro capita di essere colpiti dalla geografia dei luoghi, che non sono secondari per il corpo e lo spirito dei personaggi, come se in alcuni luoghi si capisse più profondamente qualcosa di noi. Ecco, in questo romanzo è centrale l’isola e questo attraversamento del tratto di acqua che separa la terraferma dall’isola: è un’impressione che rappresenti una sorta di stacco del tempo o qualcosa da lasciare alle spalle? Anche per te la geografia dei posti che descrivi ha qualche significato?
L’isola di Martha’s Vineyard ha un ruolo importante nel romanzo, perché è un posto che inseguo da tutta la vita con mia moglie. È un luogo verso il quale tendono tutti i personaggi, perché c’è bellezza, c’è magia ed è proprio quello che Shakespeare avrebbe eletto per la sua Tempesta. Ma altrettanto magico è attraversare l’acqua, che è un po’ il simbolo del viaggio che deve fare lo scrittore quando si trova a confrontarsi con la pagina bianca, la quale, una volta esorcizzata, “promette” una destinazione magica.

I LIBRI DI RICHARD RUSSO