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Intervista a Robert Harris

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È un piacere e un privilegio poter conversare via Zoom con Robert Harris, uno degli scrittori più venduti al mondo, un vero maestro della narrativa mainstream contemporanea (e cognato di Nick Hornby, per chi non lo sapesse). Ma soprattutto un uomo squisito, disponibile e sorridente a ogni domanda.




V2 è stato scritto durante il lockdown. Molti hanno spiegato di non esser riusciti né a scrivere né a leggere durante la prima fase della pandemia di COVID-19. Pensi che scrivere e leggere narrativa – oltre che possibile – possa essere anche salutare in un momento del genere?
In realtà avevo scritto circa un quarto del romanzo quando è esplosa la pandemia. Per tre settimane non sono assolutamente riuscito a scrivere, come è successo a molti, poi mi sono abituato alla situazione e ho anzi pensato di dover uscire da questa apatia, così mi sono autoimposto una dura routine di scrittura, quattro ore al giorno tutti i giorni, scrivendo circa 800 parole. È stato un rifugio per me in un certo senso ma mi sento comunque molto vicino agli scrittori che non sono riusciti a scrivere durante il lockdown, che hanno avuto un blocco: lo comprendo, perché era molto difficile rilassarsi e astrarsi dalla realtà. Al tempo stesso spero che questo romanzo possa contribuire all’intrattenimento e alla distrazione dei lettori, in un momento così drammatico a livello globale forse essere trasportati in un’epoca così lontana è salutare.

Hai pensato a scrivere un romanzo sul lockdown e sulla pandemia?
Non c’è niente che farei meno volentieri che passare i prossimi due anni a fare ricerche per scrivere un romanzo sul COVID-19. Tra cinque, dieci anni chissà, se trovassi una storia veramente interessante ma credo che l’immaginazione vada usata per evadere da questo periodo. La pandemia non ha nessuna epica, è solo una sciagura.

In V2 il ruolo delle donne è essenziale, perché?
La voglia di scrivere questo romanzo mi è venuta leggendo un necrologio sul giornale, quattro anni fa. Si annunciava la morte di una signora di 95 anni, Eileen Younghusband, che era stata una ufficiale della Women’s Auxiliary Air Force (WAAF) incaricata, grazie alle sue abilità matematiche, di provare a calcolare assieme ad altre camerate le traiettorie delle V2 lanciate su Londra per individuare le basi di lancio. Una storia che mi colpì molto e di cui non avevo mai sentito parlare fino a quel momento. Quelle giovani militari, spedite in un Belgio devastato dalla guerra, dovevano fare i loro calcoli algebrici in pochissimo tempo: un lavoro estremamente difficile e svolto sotto una pressione fortissima, in condizioni estreme, con cibo razionato, freddo e la paura delle incursioni naziste. Mi è parsa una storia fantastica e ho voluto costruirci attorno un romanzo. Ovvio che il ruolo delle donne nella società del 1944 fosse molto differente rispetto ad oggi, era così anche per quanto riguarda l’ambiente militare, le donne realmente operative erano poche: qualcuna lavorava sui codici, qualcuna nell’intelligence ma non era certo la norma. Invece questo team di ausiliarie era affidato un ruolo vitale, capace di accelerare la caduta del III Reich e di salvare migliaia di vite umane. Non è l’unica differenza sociale che mi ha colpito, studiando con attenzione il periodo storico: un’altra cosa sorprendente è che le relazioni sessuali occasionali erano diffusissime, forse più di oggi, lo avreste detto? Il mio sforzo però è stato quello di descrivere donne del loro tempo, facendo in modo che non risultassero anacronistiche, né troppo moderne né troppo legate a stereotipi.

Il livello di dettaglio tecnico sul tema dei missili V2 nel romanzo è impressionante, quasi maniacale. Che lavoro di ricerca c’è stato per raggiungere questa precisione?
Le informazioni sul tema dei missili V1 e V2 non sono ormai più secretate, quindi il materiale a disposizione sull’argomento è molto. Numerosi protagonisti dell’epoca hanno pubblicato memoir, molti studiosi hanno scritto dei saggi ed esistono riviste e siti di fanatici dell’argomento ricchissimi di dettagli tecnici. Non ho quindi avuto alcun problema a trovare materiale, naturalmente ho cercato di documentarmi il più possibile. Il fatto che io non sia un appassionato di tecnologie militari – e di tecnologia in generale! – credo sia stato un vantaggio, perché se alcune cose potevo capirle io ho pensato che sarebbe stato facile capirle anche per i miei lettori. Quanto all’importanza che il missile V2 ha nel romanzo, io volevo che fosse un terzo protagonista della storia assieme a Kay Caton-Walsh e Rudi Graf, che ricoprisse un ruolo di primo piano, ci tenevo che fosse il cuore del libro.

I V2 erano missili imponenti, enormi, capaci di colpire a grandi distanze. Eppure il loro effetto militare fu molto limitato: perché? Dietro alla loro costruzione c’era un esercito di lavoratori schiavi, di cui si sa molto poco…
Il missile V2 era l’oggetto più sofisticato della sua epoca. Ma non era un’arma. La testata che poteva trasportare era di una tonnellata, le bombe inglesi per fare un confronto erano di sei tonnellate. Il III Reich però era in grave difficoltà militare e cercava disperatamente qualcosa che potesse rovesciare le sorti della Seconda guerra mondiale a suo favore. In qualsiasi altro momento non sarebbero stati investiti tutti quei soldi per uno strumento così sofisticato e al tempo stesso così inefficace dal punto di vista militare. È stata una follia. A costruire i V2 erano prigionieri polacchi, francesi, belgi, olandesi per la maggior parte morti nella costruzione della fabbrica sotterranea dei missili, i nazisti semplicemente li facevano lavorare fino alla morte, li usavano come una sorta di “combustibile umano”. Sono morte quattro volte più persone per costruire i V2 che a causa dei bombardamenti con questi missili.

In un romanzo non ci sono solo i protagonisti. Come si gestiscono i personaggi secondari quando si scrive di giganti della storia come Wernher Von Braun, Adolf Hitler o Winston Churchill?
È una cosa che mi piace molto fare, quella di affiancare i miei protagonisti a personaggi di grande importanza, è un mio modo di sovvertire la Storia, calare persone comuni in contesti straordinari. Qui abbiamo Winston Churchill che incontra Kay e Adolf Hitler che incontra Rudi. Sono pochi attimi frettolosi, incontri di cinque minuti e questo secondo me dona credibilità ai romanzi perché è quello che capiterebbe anche a noi se venissimo proiettati in ambiti così importanti. Mi interessa molto racchiudere la descrizione di personaggi storici importanti nella breve, fugace visione di altri personaggi.

In generale quanto tempo dedichi alla ricerca storica e alla documentazione e quanto alla scrittura vera e propria di un romanzo?
Normalmente la scrittura vera e propria di un romanzo mi prende sei mesi, da gennaio a giugno. Quanto alla fase di ricerca, si tratta di un tempo più variabile che può andare da sei a nove mesi. In questo caso abbiamo uno spunto arrivato quattro anni fa, durante la scrittura del mio Monaco, con un lavoro di ricerca che è cominciato allora ed è stato molto lungo. Comunque, se dovessi quantificare la cosa, direi che in media la quantità di parole scritte per appuntare i dati raccolti nella ricerca è uguale a quella delle parole che costituiscono il romanzo vero è proprio.

Il sogno di Rudi Graf è raggiungere lo spazio, ma in realtà lavora a un’arma di distruzione di massa. Come hai affrontato questa terribile contraddizione, che è tipica di molti scienziati del passato e del presente?
Il background di Rudi Graf è quello di Wernher Von Braun, la mia è una ricostruzione assolutamente veritiera. Hanno iniziato da adolescenti, adolescenti pieni di ideali, a lavorare al sogno di mandare un razzo nello spazio ma paradossalmente (e dolorosamente) ora l’unica possibilità che hanno di inseguire il loro sogno è di usare le loro conoscenze per scopi militari. La quantità di denaro investita nel progetto Vergeltungswaffe dal III Reich è stata enorme, praticamente uguale a quella investita dagli Stati Uniti nel progetto Manhattan che ha portato alla costruzione della bomba atomica, un 10% dell’economia tedesca è stato impiegato a questo scopo. Tre luoghi hanno cambiato la storia dell’umanità: uno è Peenemünde, dove lavorava il team di Von Braun, poi c’è Bletchley Park, dove Alan Turing progettò il primo computer e infine Los Alamos, dove è stata costruita la bomba atomica. Luoghi protetti in cui erano concentrati scienziati di talento con fondi quasi illimitati e una fortissima pressione esterna. Il nostro mondo è stato letteralmente forgiato in questi tre luoghi da questi scienziati.

Nella tua enorme bibliografia ci sono stati tanti protagonisti importanti, da Cicerone e il suo segretario nella trilogia Imperium, Conspirata e Dictator all’ispettore di Fatherland al cardinale di Conclave. Ce n’è qualcuno che ti è rimasto più nel cuore?
Li amo tutti! Mi piace molto scrivere di personaggi testimoni di grandi eventi, come dicevo prima, pur essendo alla periferia di questi eventi. È molto difficile scrivere un romanzo se non si prova interesse o fascino per il proprio protagonista. A me è capitato solo una volta, con il protagonista de L’indice della paura, per il quale non avevo davvero nessuna stima. Il segretario di Cicerone invece, Marco Tullio Tirone, mi sta molto a cuore: forse è lui il mio preferito, tutto sommato.

Qual è il romanzo che ancora non hai scritto e vorresti tanto scrivere?
Quello che sto scrivendo ora. C’è sempre un nuovo romanzo che senti sarà il romanzo, il migliore dei tuoi libri. Mi piace molto il mio mestiere, l’idea di scrivere un romanzo che mi soddisfi, che piaccia ai miei lettori e perché no, di venire a presentarlo in Italia di persona, quando saremo usciti da questa pandemia.

Che lettore è Robert Harris? C’è qualche scrittore italiano che ti piace?
Per essere onesto, non mi piace leggere molti romanzi. Per lavoro come sapete scrivo romanzi e alla fine di una giornata di lavoro non ho tanta voglia di continuare a frequentare romanzi. Mi piace leggere saggistica e memorialistica, amo leggere diari e carteggi, epistolari. Mi piace leggere la storia non mediata da un romanziere, direttamente. Leggo quindi moltissimo sull’Italia, più che scrittori italiani. Ma l’interesse e l’amore per il vostro Paese sono enormi: a pensarci su quattordici romanzi che ho scritto ben cinque sono ambientati in Italia.

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