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Intervista a Roberto Alajmo

Abbiamo incontrato Roberto Alajmo in occasione del Salone internazionale del libro di Torino, edizione 2022. Ci troviamo direttamente allo stand della Sellerio, poche ore prima della presentazione. Parliamo del suo recente approdo al genere giallo, della sua Sicilia e di Sciascia e tra il caotico vociare dell’edizione più partecipata della storia del Salone, troviamo un angolo di tranquillità in cui perderci in una piacevole chiacchierata. Un’occasione piacevole e importante per ribadire il profondo interesse che noi di Mangialibri abbiamo per il lavoro di Alajmo, che già avemmo modo di intervistare qualche anno fa. Le domande e le risposte relative a quella prima intervista sono quelle che qui potete leggere più in basso, quelle più in alto invece sono le più recenti.



Roberto Alajmo ha sempre parlato di Sicilia, ma non con dei gialli, per quanto sui generis. Come sei approdato a questo genere?
Ci sono approdato da lettore continuativo, ma anche insoddisfatto perché ci sono molti ottimi giallisti, ma con una problematicità: un poliziesco che non consola alla fine è molto raro da trovare e allora la mia scommessa è stata quella di scrivere un giallo che sia divertente, non convenzionale e non consolatorio. Inoltre uso l’ironia e il sarcasmo, che però sono armi a doppio taglio: da un lato servono a prendere le distanze dalla realtà in modo sano, dall’altra possono servire come deterrente all’indignazione. Questi gialli nascono dall’idea di restituire la Sicilia fuori dalla convenzione più trita e allo stesso tempo fare ridere il lettore.

Giovà, il protagonista dei tuoi ultimi due romanzi Io non ci volevo venire e La strategia dell’opossum, non è un investigatore e non è nemmeno particolarmente brillante. Come nasce l’idea di questo personaggio, di certo non comune nei romanzi gialli?
Giovà è un investigatore non-investigatore, nel senso che ha la divisa, ma non ha l’autorità, ha la pistola ma non sa usarla, perché fa il metronotte e quindi ha tutta la facciata dell'investigatore, ma non lo è affatto e nemmeno lo vorrebbe essere. Lui è l’uomo più riluttante che esista a prendersi una responsabilità però viene trascinato all’interno delle storie. Anche qui la sua figura nasce dall’intento di rovesciare l’investigatore eroe o anche antieroe (anche perché Giovà non è né l’uno, né l’altro, è un uomo senza qualità) e quindi nasce dall’idea di rovesciare tutti i cliché dell’investigatore. Anche il nome, Giovà, suggerisce che è modellato sulla maschera tradizionale di Giufà, che è lo sciocco saggio di Sicilia, che prendendo strade secondarie arriva a destinazione anche senza volerlo.

I personaggi un po’ surreali (a cominciare dal protagonista suo malgrado Giovà) dei tuoi ultimi due romanzi sono divertenti ma fanno anche riflettere su una certa Sicilia. Quanto è inventata e quanto è realistica questa società che racconti?
I personaggi non sono surreali in sé, ma arrivano alla surrealtà passando dai binari della realtà. La visione è abbastanza realistica, sebbene filtrata dalle lenti del grottesco. Ogni personaggio è una risultante di persone che conosco o che ho conosciuto e che ho “frullato” all’interno dei diversi personaggi. Quella che racconto è una realtà vista attraverso lenti distorcenti.

Il matrimonio di Mariella, l'attempata sorella di Giovà, dà il la alla vicenda ne La strategia dell'opossum. In tutto il sud il matrimonio è ancora un evento che si carica di tanti significati e prepararne uno è davvero impegnativo. Cosa significa organizzare un matrimonio in particolare in Sicilia?
In realtà nel mio libro il matrimonio si configura come una guerra tra la famiglia e “le persone”, un'entità che comprende tutto il resto del mondo, tutto ciò che è fuori dalla cerchia familiare. Il matrimonio è il momento in cui la famiglia si mostra. Nel libro scrivo che in Sicilia, in assenza di tutte le industrie, ci sono due economie su cui converrebbe dirottare tutti gli investimenti per lo sviluppo, che sono matrimoni e “picciriddi”. Al momento di sposarsi e al momento di gratificare un bambino i siciliani non conoscono limiti e quindi c’è questa specie di teatro dei preparativi alle nozze che in questo caso si risolve in una disfatta di immagine per la famiglia Di Dio.

A proposito del titolo del romanzo, dove hai scovato questa cosa della tanatosi, la tecnica di difesa utilizzata dagli opossum?
L’idea mi è venuta guardando il cartone animato L’era glaciale, dove ci sono questi opossum che si procurano una forma di morte apparente, o meglio, loro credono di essere morti al punto che è come se fosse un letargo istantaneo, il loro cuore rallenta ed emettono anche un brutto odore. Quindi mi è sembrato che fosse il carattere distintivo del mio personaggio, quello di cercare di sottrarsi alle responsabilità e ai pericoli fingendosi morto, o comunque limitando al minimo le funzioni vitali.

Benché Giovà sia il protagonista sia di Io non ci volevo venire che de La strategia dell’opossum, alla fine il vero motore delle storie sono le donne: mamma Antonietta, zia Mariola, Mariella e anche la vicina Mariangela. E infatti hai coniato l’espressione “Maschilismo Matriarcale” per descrivere il ruolo della donna nella famiglia siciliana. Ci puoi spiegare cosa intendi e se per come lo ha descritto è un fenomeno prettamente siciliano?
La Sicilia è un’esasperazione dell’Italia, che a sua volta è un’esasperazione del mediterraneo, quindi quello che è vero in Sicilia è un po’ vero anche in Italia e nel Mediterraneo. Anticamente in Sicilia esisteva una forma di matriarcato legata all’agricoltura, il mito di Demetra e Persefone è l’ultima traccia di questa forma di matriarcato, che poi venne spazzato via, ma secondo me è esiste un sedimento, che si riscontra soprattutto all’interno delle famiglie dove esiste una competenza femminile che non viene discussa, che all’esterno magari compare poco, perché per motivi stranissimi e difficili da spiegare, la sottomissione della donna non esclude il matriarcato, perché in certi ambiti (soprattutto familiare) il marito lascia alle donne il potere decisionale. Sono le donne che perpetuano la violenza mafiosa nelle famiglie, perché sono loro che si occupano dell'educazione dei figli. Quando si spezza questa catena, il sistema mafioso va in crisi, come è successo con la vicenda di Peppino Impastato: i suoi genitori erano mafiosi, ma quando si ribella al sistema, la madre Felicia si schiera con lui ed è lì che si spezza la catena. Peppino era certamente un ribelle, ma se non avesse avuto una madre che spezzasse la catena, difficilmente sarebbe diventato l’eroe antimafia che tutti conosciamo.

In un'intervista di molti anni fa definisci Sciascia “la tua stella polare”. C’è un aspetto dei tuoi romanzi che senti particolarmente vicino a lui?
Io sono molto devoto a Leonardo Sciascia e sempre lo sarò e più passano gli anni più le cose che lui diceva e faceva mi convincono. Detto ciò, penso di essere molto diverso da Sciascia, sia dal punto di vista della qualità della scrittura, ma proprio anche come stile. In realtà non cerco nemmeno di imitarlo: ammiro il suo rigore stilistico e morale, ma io sono molto diverso, più umoristico rispetto a Sciascia e sicuramente meno autorevole da un punto di vista intellettuale.

Che libri legge di solito Roberto Alajmo?
Mi piacciono le autofiction e le storie vere. Sempre più, come lettore, trovo sia vero quello che diceva Cioran e cioè che esistono già troppe cose nella realtà per permettersi il lusso di inventarne di nuove e così mi piacciono storie a cui posso credere anche a prescindere dallo stile con cui vengono scritte perché mi appassiona moltissimo la storia in sé.

Guardando la tua carriera di scrittore dal di fuori - o perlomeno tentando di farlo - quanto pensi di aver ricevuto dalla tua Palermo e quanto di averle dato?
Ho ricevuto molto. Indubbiamente. In termini di ispirazione. Ma non la vedo come una partita di dare e avere. La città sa essere molto crudele, quando vuole. Ha gli artigli, come la Praga di Kafka. Eppure è capace anche di tenerezze repentine.

Esiste una sicilianità in letteratura, una cifra che è comune a tutti i grandi narratori siciliani e solo a loro pur nelle loro differenze?
Certo: la Sicilia è una colossale metafora. Uno scrittore siciliano di talento non è mai provinciale, nemmeno quando parla del suo paesello. Perché quel paesello è una specie di Aleph, che contiene ogni altro paesello esistente al mondo. Difficile sfuggire al proprio destino siciliano, per uno scrittore.

Nel tuo romanzo La mossa del matto affogato vi è il ricorso all’utilizzo della metafora scacchistica. Ci puoi chiarire il motivo di questa scelta?
Il matto affogato che c’è nel titolo è lo scacco più umiliante per chi lo subisce. Credi di vincere, e improvvisamente hai perso, circondato dai tuoi stessi pezzi, impossibilitato a fare qualsiasi mossa per sottrarti allo scacco che l’avversario ti dà con l’ultimo pezzo che gli è rimasto. Ti devi arrendere proprio nel momento in cui la tua superiorità risulta schiacciante. È in una condizione del genere che si viene a trovare il protagonista, Giovanni Alagna.

Da dove nasce la storia di Alagna?
Ne ho conosciuti parecchi, nell’ambiente della cultura e non solo. È uno di quelli che dragano denaro pubblico e accantonano per uso personale. Uno di quelli che pensano di poter prendere in giro tutti e per sempre. Ma la realtà è che puoi prendere in giro qualcuno per sempre, o tutti per un breve perioso. Tutti, e per sempre, no.

Quanto sono importanti la cronaca, la denuncia sociale, l’irruzione del reale nella e per la tua scrittura?
C’è un’osmosi continua, fra cronaca e letteratura. Almeno nel mio modo di lavorare. Certo, poi la cronaca è sempre trasfigurata.

Scrivere per il Teatro, oltre che un’espressione artistica, è anche una sorta di utile allenamento per uno scrittore?
Un utilissimo allenamento: così impari che è meglio tenertene alla larga.

Il blog è uno spazio che utilizzi con efficacia e costanza: che rapporto hai con internet in generale?
Lo adopero in maniera molto empirica, in realtà, e quando serve mi faccio aiutare. È una macchina di gran lusso, alla quale ho attaccato un asinello. E mi faccio tirare da lui. Però è utile per tenere i contatti col mondo.

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