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Intervista a Roberto Calasso

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Nel suggestivo palcoscenico della Basilica di Massenzio al Foro Romano, alcuni tra i più importanti autori della scena letteraria internazionale sono i protagonisti della sesta edizione di Letterature – Festival Internazionale di Roma, curato da Maria Ida Gaeta, responsabile della Casa delle Letterature. Diciassette quest’anno gli scrittori invitati, 13 stranieri e 4 italiani, che si avvicendano per dieci serate sotto le volte della basilica costantiniana celebrando il testo e la parola, da sempre protagonisti assoluti sul palco di Massenzio. Il tema scelto per l’edizione 2007 è Vicino, lontano, una coppia di parole antinomiche tradotte nell’inglese Cross/over, che vede gli autori pronunciarsi, con i loro testi e con le loro storie, sulla dimensione nomade, transitoria, spaesante, costantemente sconfinante del contemporaneo. Ispirandosi a questo tema, tutti gli autori invitati presentano quindi un testo inedito scritto per l’occasione. Abbiamo incontrato Roberto Calasso, scrittore e saggista molto acuto ma soprattutto, ci perdonerà, fondatore e direttore della casa editrice Adelphi.

Il ruolo dell’editore e dello scrittore sono molto cambiati in questi ultimi anni, come del resto la società stessa: per lei sostenere questi due ruoli implica anche una doppia responsabilità?
Questa doppia attività se non altro corrisponde a una tortura quotidiana. Il compito dell’editore è sempre lo stesso, ovvero quello di riuscire a pubblicare libri. Poi il contesto può cambiare ma nel mondo cambia tutto ogni giorno. Rispetto a quando ho cominciato la mia attività, pur essendo passati molti anni, le questioni sono sempre le stesse come anche, più o meno, i compiti dello scrittore. Quanto alla vita di tutti i giorni, siccome lo scrivere e il pubblicare sono due mestieri ‘full time’ che invadono ogni angolo della vita, inevitabilmente quest’ultima può risultare un po’ sacrificata. Tuttavia in quarant’anni ormai qualche trucco e qualche segreto professionale per andare avanti sono riuscito ad impararlo.

Hai scritto più di mille risvolti di copertina per i libri della Adelphi mentre, di solito, altri editori non sembrano soffermarsi più di tanto su questo aspetto: lo ritieni un lavoro molto importante?
Effettivamente ne ho scritti davvero tanti, anche se non saprei quantificarne il numero esatto. Tuttavia è stato preparato un elenco completo in occasione della scelta dei cento migliori risvolti pubblicati su un’antologia uscita qualche anno fa. Comunque io ho sempre dato un certo rilievo, forse proprio in quanto scrittore, a ciò che viene scritto nei risvolti della copertina riguardo i libri di altri autori. Però, ricollegandomi alla domanda precedente, in tutti questi anni una cosa effettivamente è cambiata: oggi infatti, dato che pubblichiamo circa ottanta novità all’anno, non riuscirei certamente più a scriverne così tanti. Ovviamente l’importanza che do a questo tipo di testi è immutata, solo che adesso sono il frutto di un’opera collettiva.

L’Italia è uno dei Paesi europei in cui si legge di meno e spesso quei pochi libri che vengono venduti e, si presume, letti, sono di argomento abbastanza disimpegnato. Da editore e autore al tempo stesso, pensa che un incremento delle vendite dovuto a questo tipo di letture sia comunque un fattore positivo per la cultura del nostro Paese?
Premetto che io non capisco bene l’aria luttuosa che c’è in Italia ogni volta che si parla di libri che si vendono o non si vendono: perché? Da cosa deriva questa opinione diffusa e piena di partecipazione da parte di molte persone? Secondo me l’Italia è un paese con una delle editorie più forti al mondo. E poi non è vero che i libri di autori importanti si vendano da noi meno che altrove: i libri che vendono di più sono gli stessi o equivalenti a quelli che si possono trovare negli Stati Uniti, in Inghilterra o in Francia. Per capire la qualità, la sostanza e la forza di un’editoria c’è un esperimento semplicissimo che può fare chiunque: si scelgono dieci o quindici autori maggiori, riconosciuti come tali in tutto il mondo, e si confrontano le copie che questi autori vendono nei singoli paesi: Francia, Germania, Spagna eccetera. Il risultato spesso sarebbe sorprendente e in certi casi l’Italia arriverebbe al primo o al secondo posto. Ci sono autori maggiori che vendono molto più in Italia che non in Inghilterra. L’editoria è una fra le poche cose in Italia che funzionano in maniera rispettabile. Naturalmente ha infiniti difetti come tutto e lascia affiorare, per inseguire il gusto dei lettori, molte cose abbastanza penose. Ma i lettori hanno questi gusti ovunque: non esiste un Paese dove si possano trovare cose molto diverse da quelle che vanno per la maggiore qui da noi. Riguardo le classifiche di quindici anni fa non è cambiato poi molto, a parte il fatto che magari il presentatore televisivo e il giornalista di un certo tipo attraggono più oggi che prima. Ma, grazie a Dio, almeno il libro del politico di turno continua a non andare per la maggiore e questa è una delle poche cose in cui l’Italia può vantare un primato rispetto agli altri Paesi.

Che tipo di testo hai scelto in occasione dell’esordio al Festival Letterature?
In realtà mi era già capitato essere presente al festival in precedenza ma sempre come editore. Quindi sono felice di poter partecipare anche in veste di scrittore a questo appuntamento che, se non altro per il luogo in cui si svolge, è davvero unico al mondo. Il testo che ho scelto per questa circostanza è intitolato “Il giavellotto dalla punta d’oro” ed è tratto da un libro a cui sto lavorando da circa vent’anni. Narra la storia di due amanti, forse i più esemplari per la storia del mondo occidentale, in particolare di quello greco, ovvero Procri e Cefalo. Questo mito ha un antichissimo passato dato che Odisseo, quando va negli inferi, incontra Procri, che all’epoca è già una illustre eroina. Si tratta di una storia complicatissima di cui leggerò solo la prima parte ma penso che sia già sufficiente a confondere le idee a chiunque la ascolti.

I LIBRI DI ROBERTO CALASSO