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Intervista a Romano De Marco

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Abruzzese, classe 1965, ha esordito nel 2009 e in circa un decennio è diventato uno degli esponenti più importanti e amati della scena “nera” italiana. Oltre che numerosi romanzi tradotti anche all’estero, ha pubblicato racconti e articoli su “Linus”, “Corriere della Sera” e Giallo Mondadori. Collabora con vari blog e i suoi racconti sono inseriti in oltre venti antologie. Lo abbiamo intervistato per voi in occasione della XIX edizione del Festival di narrativa poliziesca “La passione per il delitto”.




Da autore di grandi thriller come vedi il genere in Italia? È mutato in qualche modo nel tempo? E se sì, come?
Innanzitutto grazie per il “grandi thriller”, non credo proprio di meritarlo ma lo accetto volentieri. Per me è già tantissimo essere considerato autore di “buoni thriller”. Io non vedo negli anni una vera e propria tradizione di questo genere di narrativa, in Italia. Ci sono stati casi, nei decenni passati, ma erano sempre degli “ibridi” tra noir, giallo classico e una sorta di italianizzazione di modelli stranieri, soprattutto americani. Penso che il vero e proprio exploit del thriller italiano sia recente, risalga a quattro o cinque anni fa quando i lettori si sono (giustamente) stancati dell’eccessivo utilizzo del termine “noir” appiccicato a ogni sorta di scialba storiella dal retrogusto giallo, con gattini, innamorati, fantasmi e facezie di ogni tipo. A quel punto gli editori hanno dovuto ripiegare su un genere riconoscibile che mantenesse quanto promesso al lettore ed hanno iniziato a variare la proposta passando dal noir (oramai inattendibile) al thriller. Molti autori nostrani si sono reinventati scrittori di thriller, alcuni con ottimi esiti, altri con l’unico risultato di aver contribuito al disboscamento delle foreste amazzoniche.

Il tuo impiego da responsabile della sicurezza per un grande gruppo bancario italiano ti ha mai fornito spunti per qualche storia?
Certo. Penso che chiunque scrive attinga a piene mani dalle competenze e le esperienze personali. Non fosse altro perché, in questo modo, bisogna studiare di meno…

Chi è il tuo maestro, artisticamente parlando?
Quel poco che so l’ho imparato da Raul Montanari. Non sto a ripetere che devo a lui tutto ciò che ho pubblicato fino ad oggi, altrimenti mi risponderebbe come ha già fatto una volta: “Non mi sembra giusto dare a me tutta la colpa!”. A parte lui, ovviamente devo tanto anche agli autori che ho letto e che leggo avidamente.

Che importanza hanno i personaggi femminili nelle tue storie?
Una importanza fondamentale. Lavoro sempre molto sui personaggi femminili perché sento forte la necessità di evitare stereotipi dei quali, purtroppo, la narrativa di genere è piena.

Da Ferro e fuoco per arrivare a Il cacciatore di anime, qual è il segreto per scrivere sempre thriller originali e mai ripetitivi?
Rinnovo il ringraziamento che ho fatto all’inizio… Non so se ci sia un segreto, nel mio caso mi pongo sempre l’obiettivo di non annoiare, non essere ripetitivo. Scrivo una serie con gli stessi personaggi (la serie Nero a Milano) per la quale mi sono imposto delle regole: massimo un episodio ogni tre libri pubblicati e sempre storie autoconclusive che possano essere lette senza dover recuperare gli altri della serie.

Quali sono secondo te giovani autori del genere da tenere d’occhio?
È una domanda impegnativa, dimenticherei qualcuno, altri meritevoli magari non mi è capitato di leggerli, altri ancora me li farei nemici non citandoli. Direi un bel “No comment” e via…

Quali sono secondo te invece i difetti che rendono un thriller di scarsa qualità?
Mancanza di una costante tensione narrativa, soluzione finale prevedibile o non sostenibile (inventata sul finire fine solo per stupire) lettore non messo nelle stesse condizioni del detective di risolvere il mistero… Sbagliare, anche di poco, è facilissimo quando si scrive un thriller. È un lavoro di alto artigianato, bisogna conoscere le regole e applicarle in modo certosino. E, naturalmente, bisogna raccontare una storia interessante.

L’uomo di casa è ambientato negli Stati Uniti mentre altre tue produzioni si dividono fra l’Abruzzo, Milano e Roma. Quale ambientazione ti stimola di più creativamente e perché?
Dipende molto dalla storia. Scelgo la location in base a quello che voglio raccontare, non il contrario. Direi che i miei romanzi ambientati a Milano sono quelli che preferisco.

I tuoi romanzi sarebbero adattissimi a trasposizioni cinematografiche o televisive sottoforma di serie tv. C’è già qualcosa in cantiere?
Addirittura una serie TV c’è già stata. Solo che i soldi li hanno beccati quelli che mi hanno rubato spudoratamente l’idea… No, nulla in cantiere, tante proposte, tanto interessamento da parte di case di produzione, sceneggiatori, qualche regista. Ma in Italia si fa più fatica che in altri paesi, girano meno soldi e in genere si preferisce produrre cose tratte da romanzi di grande successo e da autori che vendono tanto e sono sempre in classifica (Saviano, De Cataldo, Manzini, de Giovanni). È una scelta comprensibilissima, d’altronde i prodotti bisogna venderli. Comunque, dopo tanti anni è un problema che non mi pongo più… se accadrà bene, altrimenti amen. Certo, quando ti rubano le idee un po’ brucia. Ma pare capiti spessissimo.

Stai già lavorando a qualcosa di nuovo?
A gennaio esce un romanzo con pseudonimo (che mi costerà una fortuna in querele e mi farà perdere metà degli amici che ho nell’ambiente editoriale) ed ho appena finito di scrivere un nuovo thriller che ritengo sia il migliore della mia carriera fino ad oggi. Ma non ho intenzione di pubblicarlo, per il momento. Aspetto prima che termini questa cosa tremenda che stiamo vivendo. Quest’anno ho già praticamente buttato via un ottimo romanzo, al quale tenevo molto. Non voglio ripetere due volte lo stesso errore.

I LIBRI DI ROMANO DE MARCO