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Intervista a Rosario Villajos

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Nata a Córdoba e attualmente residente a Madrid, Rosario Villajos ha lavorato in campo artistico e culturale. Con la sua ultima prova autorale ha scritto un romanzo senza tempo, che parla di coraggio e ribellione e dà voce, attraverso la figura e il corpo di un’adolescente, a una sorta di timore universale. Grazie alla preziosa intercessione dell’ufficio stampa della casa editrice Guanda, si è resa disponibile per un’intervista, nella quale ha parlato di educazione, anni Novanta e passione per scrittura e lettura. Ecco cosa ci ha raccontato.



L’educazione fisica che citi nel titolo del tuo romanzo è una materia scolastica – nel caso di Catalina tenuta da un professore piuttosto insignificante – ma anche una specie di allenamento alla resistenza, quella che serve per diventare adulti. È così?
Prima di tutto un insegnante non è mai insignificante. Gli insegnanti sono adulti con un immenso potere nei confronti della mente di bambini e teenagers. Secondo me, l’educazione fisica è un pessimo nome utilizzato per indicare una materia che spiega, in parte, il nostro corpo. In ogni caso il titolo del romanzo rimanda all’educazione che le donne hanno ricevuto, relativamente al proprio corpo, dall’inizio della loro vita.

Catalina, 16 anni, è il riflesso di ciò che tu sei stata da adolescente?
No. Catalina è un riflesso di me, probabilmente anche di te e, di sicuro, di centinaia di altre ragazze teenager.

In cosa ti riconosci in lei e in cosa invece ti senti diversa?
Vuoi che ti dica che si tratta di un’autobiografia? Beh, non lo è. È narrativa, è fiction. Catalina è un personaggio che nasce dalle innumerevoli storie che ho sentito.

L’abuso, il consenso, il desiderio femminile sono tre dei temi che analizzi nel romanzo. Quali sono le urgenze che ti hanno spinta ad affrontarli?
Volevo semplicemente parlare delle avventure di una teenager a metà degli anni Novanta. Succede che il raggiungimento della maggiore età per una ragazza sia in realtà pieno di abusi, di consensi e di uno strano rapporto con il desiderio, perché questa è l’educazione che abbiamo ricevuto per lungo tempo. Ho pensato molto a Holden Caulfield, protagonista del romanzo di Salinger Il giovane Holden. Lui finisce ricoverato in una struttura psichiatrica dopo aver raccontato al lettore l’intera storia di quel che gli accade da quando viene espulso da scuola. Non riesco a pensare ad alcuna ragazza che abbia le stesse sensazioni di Catalina e possa finire in una struttura psichiatrica, a eccezione di Deani Loomis, la protagonista di Splendore nell’erba. Quest’ultima tuttavia è finità lì perché incapace di reprimere il suo appetito sessuale. Per fortuna, quella storia incarna il 1928 e noi siamo un poco evoluti da allora… e un pochino lo abbiamo fatto anche rispetto agli anni Novanta.

Gli uomini di cui parli nel libro sono quasi tutti piuttosto ambigui. Volevi denunciare un evidente patriarcato di cui non si parla abbastanza?
Penso che quegli uomini siano gli stessi che compaiono in altri romanzi, ma visti dalla prospettiva di una teenager. Almeno quattro sono gli uomini che si preoccupano per Catalina, ma il modo in cui hai formulato la domanda lascia supporre che una cosa sia preoccuparsi e tutt’altra cosa prendersi cura di qualcuno. In ogni caso, potrei ribaltare la domanda e chiederti delle donne nella storia. Allora ti accorgeresti che anch’esse non sono in una gran bella posizione e immagino che il motivo vada ricercato nel fatto che il patriarcato, termine che non compare mai nel libro, è supportato sia da uomini che da donne.

Chi sono le ragazze falena a cui dedichi il romanzo?
Occorre leggere tutta la storia per scoprirlo!

Come e quando nasce la tua passione per la scrittura?
Circa sei anni fa. Ho cominciato a scrivere parecchio all’università ma non ho mai pensato alla pubblicazione se non a partire dal 2018, quando ho firmato il contratto per il mio primo romanzo. Ero troppo impegnata a cercare lavori poco edificanti. Quando finalmente ne ho trovato uno che mi ha permesso di guadagnare abbastanza da concedermi un po’ di tempo libero, ho finalmente potuto concludere alcune delle storie che continuavo a portarmi dentro.

Ritieni che la scrittura sia un’operazione solitaria?
Sì, e questo aspetto mi piace molto. È come innamorarsi di qualcuno, ma, anziché una persona, questa volta si tratta di un’idea. Mantieni questo amore segreto finché la storia non viene pubblicata. È come un matrimonio, in cui i lettori sono gli invitati e la promozione del libro è il viaggio di nozze. Le opinioni e le recensioni dei lettori corrispondono al loro pensiero sulla relazione e ciò significa che lo scrittore non deve prendere troppo sul serio ciò che viene detto a proposito del suo romanzo, perché si tratta sempre di un giudizio personale, espresso da chi non sempre conosce la relazione in maniera approfondita. E dopo un po’, semplicemente ti scopri annoiato da questa storia e hai voglia di innamorarti di nuovo di un’idea diversa.

Conta di più, secondo te, l’ispirazione o la padronanza delle tecniche narrative?
Personalmente, sono una fan delle storie. Secondo me, le tecniche possono arrivare in un secondo tempo.

Ami leggere? Quali sono gli autori dai quali trai ispirazione quando scrivi?
Amo leggere e mi ritengo una lettrice prima ancora che una scrittrice. Ho scritto solo tre romanzi, mentre ho letto moltissimi libi. Ci sono parecchi autori che amo leggere e ho avuto un podcast sui libri nel quale puoi trovare l’indicazione degli autori che preferisco leggere, ma in questa sede preferisco non fare nomi, perché poi ho il timore di dimenticarne alcuni.

Stai già lavorando a una nuova storia?
Non ancora. Prima devo riuscire a divorziare, in maniera amichevole, dalla storia raccontata in questo romanzo.

I LIBRI DI ROSARIO VILLAJOS