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Intervista a Sabrina Paravicini

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Il memoir di Sabrina Paravicini - attrice, regista, scrittrice e sceneggiatrice colpita nel 2019 da un tumore al seno - è un inno alla lotta, senza piagnistei o lamentele sterili, per combattere un male enorme. Ho avuto l’occasione di parlarne con lei al telefono, scoprendo una persona capace di irradiare, anche dal freddo schermo dello smartphone, molta calma e grande consapevolezza di se stessa.




Iniziamo dal tuo ultimo libro, Fino a qui tutto bene: l’aspetto più bello è che non c’è traccia di rassegnazione, anzi c’è un bellissimo filo di speranza che attraversa le pagine. Come sei riuscita a tenere botta (è il caso di dirlo)?
La rassegnazione non è una sensazione che mi appartiene. Quando ho avuto la notizia di ciò che mi aspettava, ho pensato “Meglio a me che a qualcun altro della mia famiglia”, perché so combattere per superare questa situazione. Grazie alla resilienza che ho imparato anche attraverso l’autismo di mio figlio. Ero, in pratica, arrivata stanca ma pronta a lottare. Davanti a me avevo un chiaro programma e seguirlo sapevo di poterne uscire.

Per tutta la narrazione di questo viaggio decisamente formativo ed esistenziale, sembra che tu non abbia mai ceduto alla fase classica del “perché proprio a me?”. A posteriori, se dovessi confessarlo a te stessa ad alta voce, dopo tutto quello che hai vissuto… perché proprio a te?
Perché sicuramente sono stata capace di accettare la trasformazione che ho subito, domandandomi invece “E adesso, cosa ci devo fare?”. Ho deciso che raccontare quello che ho passato potesse essere utile per gli altri. In realtà, in un cassetto c’è un film che aspetta di uscire nelle sale, proprio riguardo alla mia vicenda, che è arrivato prima del libro. La proposta della Sperling & Kupfer, infatti, è successiva al film, che spero si possa prima possibile presentare in sala.

All’inizio del tuo libro, ed è forse una delle frasi che non ti aspetti di leggere in un resoconto sulla malattia, ammetti che questa situazione ha portato alcuni tuoi amici ad allontanarsi. Credi che le persone siano più spaventate di non sapere gestire tale situazione o semplicemente molti non sembrano avere quell’educazione, anche emozionale, utile in questi casi?
Credo che sia un atteggiamento dettato dalla paura e un po’ anche dall’incapacità di gestire una cosa così grande. Il tumore è per molti l’anticamera della morte e farci i conti non è semplice. Ho sempre rispettato tutti, anche chi non mi ha chiamato mai o l’ha fatto solo dopo molto tempo. Tutti hanno un modo differente di scontrarsi con il tabù che rappresenta il cancro, che, come ho detto, è una malattia che mette principalmente paura. Il mio libro è stato scritto proprio per permettere di avvicinarsi a questa esperienza. Bisogna ricordare che la situazione del malato oncologico nel 50% dei casi è temporanea: si guarisce. Siamo malati, non per forza moribondi.

Come nel suo precedente romanzo, parli della tua “isola felice”, di tuo figlio che appunto citandoti “ragiona con il cuore”. Crescendo cosa stai imparando da Nino che non ti saresti mai aspettata di imparare?
Io e lui abbiamo un senso della giustizia diverso e credo che ciò che Nino mi insegna è proprio questo. Grazie a lui ho capito che si può mantenere la calma e ragionare su sé stessi e suoi propri difetti. Mi ha aiutato nel tempo ad imparare ad essere più pacata e soprattutto gentile con il resto del mondo (lui è un maestro in questo).

Quanto sei cambiata dalla Sabrina de Il cerchio del destino? È solo una questione anagrafica o c’è dell’altro?
Ultimamente in un’intervista mi hanno chiesto se credo nel destino. Prima sì, adesso no. Credo che siamo noi stessi a stabilire il modo in cui viviamo la nostra esistenza. Siamo noi gli artefici del nostro presente, perché abbiamo sempre la possibilità di scegliere la modalità che vogliamo seguire per gestire e risolvere un determinato problema.

Nel tuo curriculum ci sono il cinema, la televisione, la regia oltre alla scrittura. C’è qualcosa che hai intenzione di approfondire meglio o qualcos’altro che invece non rimpiangi e che forse è meglio lasciare coniugato al passato?
Ho spesso l’impressione di camminare lungo un corridoio con due porte. Da entrambi i lati ci sono due porte aperte, una è quella in cui ci sono le esperienze del passato, che ho vissuto e che ricordo senza rimpianti, l’altra, davanti a me, rappresenta il mio futuro, pieno di nuove opportunità che sono curiosa di conoscere. Ultimamente, ad esempio, ho scoperto un’altra me, una versione imprenditoriale: dall’esperienza come paziente, infatti, della biologa molecolare Stefania Cazzavillan, che mi ha aiutato a prendermi cura della mia pelle – mentre i medici mi aiutavano a lottare contro la malattia – è nata una crema, UNA, che è perfetta per tutte le persone ma che sta avendo un grande successo con chi sta affrontando il percorso oncologico. Tutto questo fa parte di un’evoluzione verso qualcosa di utile. Ci tengo a precisare che una parte del ricavato andrà in beneficenza.

I LIBRI DI SABRINA PARAVICINI