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Intervista a Sandro Dell'Orco

altPerché proprio Delfi e non - poniamo - Pompei o Stonehenge? Non lo so. Non sono io che scelgo l’ ambientazione dei miei romanzi. Io non faccio che prendere atto che il protagonista si trova in dato luogo – per esempio a Delfi - e lì seguo le sue gesta mano a mano che esse si svolgono. E’ la mia autonoma fantasia (autonoma dalla mia volontà) a porgermi luoghi, personaggi, pensieri e dialoghi: io ho solo il compito di rappresentarli fedelmente nel mezzo linguistico. Che senso ha questa tua scelta di campo di luoghi che non sono veri luoghi che fanno da sfondo a personaggi con nomi che non sono veri nomi? Perché rinunciare all'iper-realismo tanto caro alla narrativa contemporanea e affidarsi con tanta ferocia alla forza dei simboli? Compito dell’arte e della letteratura non è la rappresentazione della realtà, o la sua spiegazione razionale – ciò lo fanno benissimo e in modo incomparabilmente superiore la scienza, la tecnologia e la teoria filosofica -, ma la rappresentazione dell’emozione data dalla realtà. E’ questa rappresentazione lo specifico dell’arte, ed essa, come ci insegnano soprattutto la pittura e la musica, è svincolata dalla rappresentazione reale e concettuale. Anzi, la deformazione o l’assenza di nessi causali sono i mezzi ordinari con cui l’emozione più profonda trova espressione nell’animo dell’artista e si obbiettiva nel mondo sensibile dell’opera. In altre parole, l’arte e la letteratura non sono tenute a dire la verità sulla realtà, ma a obbiettivare (far provare a tutti) le emozioni che questa induce nell’uomo. In questo senso evidenzia la cosa che veramente importa della realtà: se dà gioia o dolore all’uomo. La musica di Beethoven, o di Schoemberg, i quadri di Kandinsky o di Klee non rappresentano nulla di empiricamente esistente, ma appunto solo l’emozione dell’artista che li ha composti, e che ritorna ad esistere per ogni ascoltatore o osservatore. Con lo stesso rigore la letteratura deve servire esclusivamente l’espressione dell’emozione generata dal mondo attuale, senza curarsi se la sua forma risulterà poi fantastica, realistica o iper-realistica. Non conosco tutta la produzione dell’ iper-realismo nostrano attualmente in voga, ma da quel che ne ho letto ne ho tratto una noia mortale, segno inequivocabile del fallimento di un’opera. E se posso azzardare un giudizio su tale fallimento, mi pare che esso dipenda proprio dal non aver chiaro il senso della letteratura che ho appena delineato, per cui si è convinti di scrivere un romanzo mentre si stanno mettendo in bella forma le proprie banali, prosaiche e insignificanti esperienze di vita quotidiana, da tutti noiosamente vissute e conosciute fino alla nausea. Questi autori non sono neppure sfiorati dal concetto che appartiene all’opera letteraria fin da Omero e che vi apparterrà sempre: che in essa hanno diritto di esistere esclusivamente le azioni emotive, le azioni passionali, determinate da un dolore reale o da un reale desiderio insopprimibile: figurarsi se può sopportare la rappresentazione della nostre consuete, insulse e prevedibili azioni quotidiane, preordinate razionalmente, in ogni loro aspetto, fuori e dentro di noi. Che ruolo hanno la sensualità e l'erotismo nel tuo raccontare? Finora un ruolo importante. In fondo, una delle maggiori gioie della vita è quella di unirci sessualmente e spiritualmente alla persona di cui siamo innamorati. Questa gioia è a mio parere paradisiaca. Per questo si fa continuamente strada nei sogni, nell’arte, e anche – finora - nelle mie narrazioni. Come è nato lo splendido azzardo di uscire con una copertina come quella di Delfi, abissalmente lontana da qualsiasi logica (consueta, perlomeno) di marketing? Se posso dirlo, non solo la copertina, ma tutto “Delfi” è abissalmente lontano da qualsiasi logica di marketing. L’ “azzardo” della scritta in greco moderno è stato determinato da ciò, che è stato impossibile trovare un’immagine che rappresentasse i diversi aspetti del romanzo, le sue stratificazioni di senso, per così dire. Ogni immagine che trovavo metteva in rilievo un aspetto, e ne nascondeva altri altrettanto importanti. Così alla fine – bisognava andare in stampa – ho optato per una scritta dai caratteri greci, la quale, riportando un frammento del testo, rimanda tautologicamente a quest’ultimo, e perciò stesso non lo tradisce. Quali sono gli scrittori ai quali fai riferimento? E che tipo di lettore è Sandro Dell'orco? Mi sono formato sulla grande letteratura tedesca, russa e francese. Un po’ meno su quella inglese e americana. Sono partito naturalmente dalla letteratura greca antica e da quella latina. Ho studiato a fondo tutti i classici italiani, e fra questi in modo particolare Manzoni, al quale sono debitore della mia (modesta) capacità di scrittura. Molti sono gli scrittori moderni che amo, ma su tutti prediligo quelli che considero i miei maestri: Franz Kafka e Samuel Beckett. La lettura è sforzo. Implica la forza di distaccarsi dalla realtà, e l’uso di tutte le facoltà spirituali a cui il mondo e l’industria culturale ci stanno disabituando. Perciò rafforza l’Io, l’autonomia dell’individuo in generale. La lettura di romanzi, racconti e poesie, richiede poi una particolare sensibilità verso il linguaggio. Intendo dire che il linguaggio letterario non è solo mera connessione di concetti a fini comunicativi, ma soprattutto mimesi e prosodia, in cui è il segreto della rappresentazione dell’espressione delle emozioni umane. Cioè: il testo letterario non va semplicemente letto, ma nella lettura va sentito il valore imitativo e musicale della lingua, in cui risiede l’elemento allucinatorio ed emotivo depositatovi dall’autore. [david frati] I libri di Sandro Dell'Orco: Delfi