Salta al contenuto principale

Intervista a Scilla Bonfiglioli

Articolo di

Scilla Bonfiglioli ha da poco pubblicato un romanzo con Fazi editore, un libro in cui racconta la vita – densa di grandi passioni e sofferenze – del pittore austriaco Oskar Kokoschka. Ho deciso di incontrarla al Salone Internazionale del Libro di Torino 2024 per chiederle qualcosa di più su questo immenso artista e sull’emozionante romanzo che, grazie a lui, è nato…



Per iniziare, vorrei chiederti da dove è nata l’idea del tuo romanzo La sposa del vento e cosa ti ha portata a scegliere di raccontare proprio la tormentata storia d’amore tra Oskar Kokoschka e Alma Mahler?
Dunque, in realtà è praticamente tutto incentrato su Oskar, tanto che Alma è sì un personaggio importante, ma è solo uno dei tasselli che compongono la storia di questo artista, una storia tormentata e piuttosto intimista. In realtà, io amo Kokoschka fin da tempi non sospetti, è stato uno dei miei artisti preferiti già a partire dall’adolescenza, di quelli che proprio ti rimangono incastrati dentro quando sei giovane e senti di voler spaccare il mondo. E lui, proprio per il suo essere così tormentato e visionario, è stato fondamentale per me. L’ho sempre seguito tanto, ma questa storia della bambola non la conoscevo: l’ho scoperta solo molto tempo dopo e devo dire che mi ha davvero folgorata! Mi sono chiesta come fosse possibile che un aneddoto così forte sia rimasto in qualche modo nascosto. Immagino sia perché si cerca sempre di convogliare un’immagine quanto più possibile idilliaca, quando in realtà, proprio perché si tratta di un artista, è normale che abbia tante ombre quante sono le luci. È per questo che ho deciso di raccontare proprio questa storia. In effetti di scritti su Kokoschka ne esistono molti, ma si tratta per lo più di saggistica o brevi racconti. Ho capito, quindi, che c’era ampio margine per cercare di fare qualcosa di più. L’idea era quella di dare al lettore un’immagine a tutto tondo di Kokoschka, senza nascondere soprattutto quella che era la componente della malattia mentale, argomento spesso considerato tabù. All’interno, poi, c’è anche la parte dedicata alla storia d’amore, e a questo proposito occorre sempre tenere in considerazione che Kokoschka era estremo in tutto ciò che faceva, sia nell’odio che nell’amore. Alma diventa, da questo punto di vista, la colonna portante della storia.

La vita del pittore Oskar Kokoschka, dei personaggi che appaiono accanto a lui e il periodo storico in cui vivono sono minuziosamente ricostruiti partendo dal 1907 fino all’epilogo finale nel 1922. Quali sono le ricerche che hai dovuto svolgere per dipingere questo quadro così realistico?
Grazie, questo mi fa davvero molto piacere. Dunque, le ricerche sono state davvero tante. Io conoscevo già l’ambientazione e il personaggio, perché come ti dicevo è uno degli artisti che amo da sempre. Ma tra il semplice conoscere e l’andare a scrivere un romanzo su un determinato argomento c’è un abisso. In più ho avuto la fortuna (o la sfortuna!) di avere scelto un periodo storico abbastanza recente, quindi con moltissima documentazione, e un personaggio estremamente prolifico a livello di scrittura epistolare. Kokoschka scriveva praticamente a tutti: ad Alma, agli amici, a sua madre… esiste, quindi, una montagna di lettere in cui raccontava davvero tutto, da come si sentiva a quello che faceva. E quindi mi sono ritrovata tra le mani una quantità di materiale davvero enorme. Se a questo si aggiunge il materiale storico, artistico e intellettuale ne esce davvero tantissima roba. Il lavoro di documentazione, quindi, è stato proprio tanto. Diciamo, poi, che Oskar Kokoschka è molto conosciuto in Europa e nel mondo, ma in Italia sembra sempre essere relegato in una nicchia all’interno della triade composta da Gustav Klimt ed Egon Schiele. Quindi sono dovuta andare a cercare le sue biografie che sono per la maggior parte scritte in lingua inglese. E, se a questa documentazione molto intensa aggiungiamo che il romanzo è ambientato in un periodo storico molto particolare, tra la Prima guerra mondiale che incombe e i cambiamenti sociali che si stanno verificando, il risultato è stato di dover far quadrare tutti questi incastri. Ma, ovviamente, non rinnego nulla! È stato un viaggio bellissimo ed emozionante e sono davvero soddisfatta del risultato.

So che La sposa del vento non è la tua prima pubblicazione, perché hai già scritto diversi thriller, gialli e romanzi storici, anche a quattro mani. Mi racconti come è avvenuto il passaggio dalle tue precedenti opere a questo romanzo?
Si tratta di una doppia produzione. In libreria sono uscita con alcuni romanzi storici con Franco Forte, come La bambina e il nazista, e con Mina Alfieri con Tullo Ostilio, che fa parte della serie dedicata ai sette re di Roma curata sempre da Franco Forte. In edicola, invece, ho dei romanzi a mio nome, ma il circuito è differente e per questo non figurano nell’impianto dell’esordio. E, per quanto li riguarda, si tratta di spy stories anche piuttosto divertenti. Diciamo che in realtà il passaggio non è proprio così netto come sembra. Per chi intraprende una carriera di questo tipo esistono tanti passaggi: si inizia a scrivere, magari a farsi notare, si scrivono i primi racconti all’interno di un bacino di autori che possono aiutare e valutare gli scritti, e questo avviene spesso all’interno di contest appositi. Personalmente, sono passata attraverso la fucina letteraria della Delos Digital, che qualche anno fa si svolgeva all’interno di forum dove autori e direttori editoriali si confrontavano. Dalla Delos Digital, che aveva anche la propria casa editrice, sono passata alle collane di racconti della Mondadori, vincendo dei concorsi letterari. Da lì ho iniziato ad approcciarmi al panorama giallo/thriller e, nel frattempo, Franco Forte mi ha proposto di lavorare a qualcosa a quattro mani. Quindi è stato tutto un mettere un mattoncino sopra l’altro, grazie ai quali sono approdata all’agenzia letteraria Fazi a cui ho potuto mandare il lavoro che volevo, quello senza vincoli. È stato un percorso in salita e spero di vedere un riscontro positivo, che questo mio lavoro venga apprezzato e che io possa proseguire su questa strada.

Oskar Kokoschka viene definito più volte dai personaggi del romanzo “genio oscuro” e tu lo descrivi spesso in atteggiamenti autolesionistici e piuttosto maniacali. Ma chi è il tuo Oskar? Credi che la sua genialità e il suo talento siano dovuti a qualche forma di follia, come si ipotizzava, o che si tratti più semplicemente di un animo particolarmente sensibile?
Probabilmente si tratta di entrambe le cose, perché molto spesso la prima è semplicemente una lettura dall’esterno della seconda. La normalità psicologica non esiste, ognuno è unico nel suo essere. Però esiste senza dubbio una normalità sociale, nel senso che in ogni epoca ci sono determinate regole che dettano i comportamenti sociali, regole più o meno giuste. Kokoschka certamente faceva molta fatica a rientrare in queste regole, come anche la stessa Alma Mahler. Alma non viene mai considerata “pazza” in senso stretto, ma è evidente che anche lei devii molto da queste regole sociali. Kokoschka aveva quasi certamente dei tratti maniacali, non so per certo di quale tipo di patologia potesse trattarsi, ma è lui stesso a descrivere dei sogni che gli appaiono estremamente reali. Con le conoscenze psicologiche che abbiamo adesso si potrebbero facilmente incasellare nelle illusioni ipnagogiche, ma all’epoca si credeva che chi manifestava questo tipo di disturbi fosse semplicemente posseduto dal diavolo. Kokoschka è cresciuto in un mondo in cui gli veniva continuamente ripetuto che la sua non era pazzia, ma possessione demoniaca. Un artista con una sensibilità fuori dal comune come la sua è chiaro che si nutra anche del modo in cui la società in cui vive lo descrive. Di certo si tratta di una persona che è in possesso di quello che lui definisce un “Occhio aperto”, vedeva il mondo in modo diverso. Ma non saprei dire se questo derivi semplicemente dalle sue doti di sensibilità, o se il disturbo mentale gli abbia aperto determinate porte. O magari si trattava semplicemente di entrambe le cose: forse il continuo ripetergli che era fatto in un certo modo è stato incanalato dalla sua persona e personalità. In fondo, noi siamo il risultato di ciò che viviamo. Io non credo che sia la malattia mentale a far diventare chi ne soffre un genio, a mio avviso è un discorso piuttosto rischioso e superficiale. D’altra parte Kokoschka vive in un’epoca in cui il simbolo dell’artista maledetto è molto presente: si stava uscendo dal decadentismo dell’Ottocento e dal periodo dei Vati. Lui risente molto di questo ambiente e si gloria del modo in cui viene descritto, facendosene un vanto. Un po’ come fa Baudelaire con la perdita dell’aureola: non si hanno più i santi o i poeti divinizzati dell’Ottocento, ma poveri derelitti. Lui accetta questa definizione, e sceglie addirittura di essere il re dei derelitti, diventando il simbolo dell’artista che si autobeatifica nell’immondizia. E Kokoschka ha certamente vissuto interiormente tutto questo discorso, facendolo fortemente suo. Ci si trova un po’ a cavallo tra la realtà e il sogno, tra quello che siamo davvero e il modo in cui gli altri ci dipingono: è come un gioco di specchi. Kokoschka pensava di avere l’Occhio del diavolo addosso, perché sentiva un grande malessere, e lo nomina molto spesso nelle sue lettere. Tutto il resto, poi, è una ricostruzione che ho fatto io, perché la mia idea non era quella di scrivere una biografia, ma un romanzo.

Chi, o cosa, rappresenta Lilith, a cui è sempre associato il colore rosso?
Dunque, si tratta di due binari separati: Kokoschka nelle sue biografie non fa mai riferimento a Lilith. Compare solo una volta, ma si tratta di Lilith Lang, una ragazza in carne e ossa di cui era innamorato da adolescente. Era la figlia di una delle più grandi femministe europee dell’epoca e ben presto lo lascia per seguire la famiglia all’estero. Il primo contatto con il mondo femminile, quindi, parte subito male, con un abbandono. E questa Lilith viene associata a un dettaglio che Kokoschka non dimenticherà mai, una gonna rossa che lei indossava. E, proprio per questo, per Kokoschka artista il rosso diventa un tratto irrinunciabile, la sua firma. Si scatena un rapporto morboso con questo colore, in cui riversa tutte le passioni più forti che può provare, dall’amore all’odio, alla vita, alla morte, al dolore. Tutto ciò che nel suo immaginario è estremo viene incarnato dal tratto rosso. Kokoschka non parla mai del demone Lilith durante la sua vita, questa è una parte che ho aggiunto io per creare un filo conduttore con quella vita occulta che lui ha certamente vissuto, soprattutto durante il suo periodo berlinese. Sappiamo, infatti, che uno dei ritratti più importanti dipinti da Kokoschka è stato quello per Gustav Meyrink, l’autore de Il golem, uno dei romanzi più gotici dell’epoca. Meyrink, poi, era anche un occultista che bazzicava nei quartieri ebraici ed era in contatto con la cabala. Kokoschka non era particolarmente interessato a questi argomenti, ma l’ambiente che frequentava ne era pregno, quindi per forza di cose anche lui vi è entrato in contatto. Questo continuo ritorno di Alma, un simbolo che è diverso dalla donna in carne e ossa che rappresenta, fa parte di un discorso che volevo toccare all’interno del romanzo, cioè quello del femminino di Kokoschka. È un elemento che lui costantemente rifiuta, così come fa anche Klimt, ma in cui rientrano tutte le figure femminili che fanno parte della sua vita, fino a sfociare proprio nell’episodio della costruzione della bambola dalle fattezze umane. Quindi ho pensato di ricostruire questo percorso partendo proprio dalla figura del suo primo amore, la vera Lilith, passando per Alma e arrivando alla figura della bambola, per dare l’idea del sesso femminile che lo perseguita ma che, in fondo, è l’altra metà di lui. Ho scelto proprio il nome di Lilith, a partire dalla vera ragazza viennese, perché si tratta di quello del primo demone femminile biblico. Questo personaggio viene demonizzato in tutta la cultura occidentale attraverso i secoli, fino al termine dell’Ottocento, quando inizia a diventare un’icona della cultura femminista e di indipendenza, un simbolo di fertilità legato alla luna, quello stesso simbolo del femminile che – non a caso – lavora sotto la superficie anche all’interno della persona di Kokoschka.

Proprio prendendo in considerazione il punto di vista femminile, parliamo ora di un altro personaggio che hai tratteggiato magistralmente: Alma Mahler. Viene dipinta (non solo figurativamente) come una femme fatale, una sirena ammaliatrice o una strega. Ma chi è davvero la tua Alma?
A me ha molto colpito questo personaggio, fin da quando ho iniziato ad appassionarmi a questa storia. Avevo sempre sentito parlare di Alma Mahler appunto come di una donna ammaliatrice, la femme fatale che rovinava tutti gli artisti di Vienna. Ma questa, bene o male, è la descrizione che da sempre si fa delle donne che non rispondono ai canoni sociali: meretrici, streghe, divora uomini. Ma, andando a scavare sotto la superficie, si rivela un mondo e l’immagine che appare non è che la conseguenza o, se vogliamo, un modo per difendersi. Alma Mahler era una figura estremamente umana, ma anche estremamente fragile. Ciò che mi ha colpito di più è che lei soffriva molto di questa sua duplicità, perché non era completamente travisata. Non era una femme fatale, ma nemmeno una principessa guerriera: era una donna che amava i begli abiti, le piaceva essere vezzeggiata e corteggiata, ma allo stesso tempo il suo sogno non era quello di diventare una musa per gli artisti. Lei voleva essere un’artista. Infatti, era una pianista eccezionale, perché suo padre (Emil Jacob Schindler, a sua volta un pittore paesaggista del pre-impressionismo) fin da piccola si era preoccupato di darle una grande istruzione soprattutto dal punto di vista culturale. Le aveva insegnato la storia, la mitologia e, soprattutto, ad apprezzare l’arte, facendole sviluppare un enorme senso musicale. Il problema di base, ovviamente, risiedeva nel suo essere donna: nonostante il suo talento, infatti, le veniva concesso solo di scrivere i lieder, composizioni austriache che le donne potevano fare con molta condiscendenza da parte degli uomini. Aveva una tecnica e una disciplina interiore molto forte, tanto è vero che raccontava spesso di passeggiate in cui camminava a tempo di musica proprio per studiare i passi di composizione. Alma Mahler tenta una strenua resistenza a quello che dovrebbe essere il proprio ruolo nella società ma, chiaramente, fallisce e deve capitolare, sbriciolata dalla realtà a lei contemporanea. Rimpiange spesso di non essere nata uomo, perché è ben consapevole che in quel caso non le sarebbero state precluse tutte quelle possibilità che da sempre sogna. Alla fine, poi, comprende che l’unico modo per vivere come desidera è farlo per interposta persona, avvicinandosi ad artisti con delle personalità davvero particolari. A lei non interessavano gli uomini di potere o l’arrivismo sociale: era la vedova del famoso compositore Mahler, quindi viveva nella più spensierata agiatezza. Ciò che bramava era la vita artistica, e per quello si legava a uomini dediti all’arte, come l’architetto Gropius, lo stesso Kokoschka, il pittore Klimt. E questa scelta è stata anche la sua condanna. Vista da fuori, infatti, poteva apparire una vera e propria mecenate, una sorta di Lorenzo il Magnifico viennese che indiceva concorsi e apriva la sua casa ai più brillanti artisti dell’epoca. Ma la realtà è che avrebbe desiderato essere lei stessa l’artista invitata nei salotti. A un certo punto della sua vita, poi, si rassegna alla realtà dei fatti e diventa il personaggio che è passato alla storia, apparentemente amato dai viennesi, ma quasi tacciata di stregoneria alle sue spalle, denigrata per questo suo essere così fuori dagli schemi.

E tu umanizzi molto il suo personaggio, si comprende benissimo quanto altro ci sia sotto la superficie. Il suo stesso continuare a preoccuparsi per Kokoschka anche dopo la fine della loro relazione è qualcosa di insolito e, sinceramente, davvero bello…
Esatto, Alma Mahler ha sempre continuato a preoccuparsi per Kokoschka. Per un certo periodo di tempo ha tentato di non farsi vedere da lui, lo ha addirittura incitato ad andare in guerra che, se vogliamo, sembra un po’ un’istigazione al suicidio. Ma, in effetti, sa che è l’unico modo per salvarsi da quella che è senza dubbio una relazione morbosa, tossica, che l’avrebbe condotta alla rovina. Quando ho scoperto che mentre Kokoschka era al fronte continuava a scambiarsi lettere con Alma Mahler sono rimasta davvero a bocca aperta e mi sono chiesta “Ma come, la vostra relazione è terminata, avete detto che non vi sareste mai più rivisti e poi continuate a scrivervi?”. Ma la verità è proprio questa: quando Kokoschka era in guerra e con il suo reggimento si spostava sempre più a est, le chiedeva di salvarlo attraverso le sue lettere e lei non gliele ha mai negate. Nel momento in cui ad Alma viene riferito che Kokoschka è morto in guerra, in un impeto di terrore corre in casa dell’artista e distrugge tutte le sue lettere che lui aveva conservato, in un estremo tentativo di tagliare definitivamente i ponti. Questo è da ricollegare al rapporto di amore e terrore, più che di odio, che i due avevano, perché Alma era davvero terrorizzata da Kokoschka. Entrambi si rendevano conto che era un rapporto malsano, ma al contempo non riuscivano mai a recidere del tutto quel cordone ombelicale. Alma Mahler si è sposata altre tre volte dopo la fine della storia con Kokoschka e ogni volta dichiarava che il suo amore per lui era enorme, ma al contempo non avrebbe potuto tornare con lui, semplicemente perché Kokoschka era troppo, le faceva paura. Quando Loos le domanda se vuole incontrarlo un’ultima volta per voltare finalmente pagina, lei rifiuta seccamente perché sa che rivedendosi non farebbero altro che riallacciare quel legame tossico. Alma Mahler è molto lucida e molto più matura di Kokoschka, probabilmente anche perché aveva dieci anni di più, e questa sua maturità la aiuta se non altro a non diventare vittima di quella che avrebbe potuto trasformarsi in una storia tragica.

Nel capitolo 3, Alma confida a Oskar: «A guardare bene, non sono neanche una donna. [...] Da quando sono nata ho sempre voluto essere un uomo. Volevo studiare, viaggiare da sola, comporre musica e portarla in tutti i teatri d’Europa. Ma queste sono tutte cose che una donna non può fare». E poi ancora: «Se hai la sfortuna di nascere donna, impari a essere meno capace al pianoforte di tuo marito, a sorridere di continuo e a dire sempre di sì. Lo fanno in tante, ma qualcuna esce di strada. E se lo fai, nessuno ti perdona, né uomo né donna. Smetti di essere umana per tutti, diventi un mostro». Sono frasi forti anche se pronunciate da una donna moderna, figuriamoci nel 1912…
Alma Mahler con Kokoschka esplode. Queste sono tutte caratteristiche della Alma segreta, quella che non mostra in pubblico perché andrebbe contro ogni regola imposta dalla società. Non è una donna stupida, anzi. Si rende conto di essere diventata un mostro sensuale nel momento in cui, sedicenne, conosce Klimt, che di anni ne ha già trentadue. Lei ha un’infatuazione adolescenziale per lui, che inizia a dipingerla prima come la biblica Giuditta, poi dà il suo viso a delle bisce d’acqua. È in quel momento che Alma comprende di essere diventata una sirena, una musa. Successivamente tutti gli artisti con cui viene a contatto si comportano nello stesso modo di Klimt. E con loro sa che non può essere onesta, che non può mostrare la vera se stessa. Al contrario, con Kokoschka può farlo perché sente che lui è un mostro esattamente come lei. Se ne accorge perché lo vive tutte le notti in cui Kokoschka è preda dei suoi incubi, ed è anche per questo motivo che lo chiama “genio oscuro”. Questo loro amore così forte e così vero le permette di aprirsi con lui e di parlargli da pari a pari. Tra di loro non c’è quel velo imposto dalla società che caratterizza i rapporti tra uomo e donna; sembra quasi che loro due abbiano un canale preferenziale. Hanno un rapporto davvero particolare che permette questo tipo di comunicazione così pura. Ovviamente, questo solo fino al momento in cui Kokoschka non inizia a vederla come un idolo. Ma questo è un altro discorso…

So che, oltre a scrittrice di talento, sei anche istruttrice di aikido, un’arte marziale giapponese. Raccontami come nasce questa passione e come si coniuga con la tua natura di autrice…
Beh, come si coniuga non lo so, ma sicuramente in qualche modo lo fa… Diciamo che fin da piccola sono stata appassionata di cartoni animati giapponesi e di arti marziali. Ho sempre giocato a pallavolo e a basket con la scuola, poi a quindici anni ho visto un annuncio che parlava di questa particolare arte marziale, l’aikido. Ho deciso di andare nella palestra per dare un’occhiata e, appena ho visto tutti i presenti vestiti con la hakama, la particolare uniforme di questa arte marziale, ho capito che non avrei più potuto farne a meno. È un’arte marziale molto raffinata e la sua particolarità è che, a differenza del karate o del judo che si praticano a mani nude, deriva dall’antica pratica dell’uso della spada dei samurai. Io me ne sono completamente innamorata, ho fatto il percorso per diventare istruttrice e ora affianco il mio maestro nell’attività didattica nel nostro dojo.

Beh, se vogliamo potremmo vederlo come un ponte tra te e Alma Mahler…
Volendo… diciamo che io ho molte meno restrizioni di Alma, posso fare ciò che desidero. È vero che negli anni Ottanta una donna che praticava arti marziali era praticamente impensabile, ma al giorno d’oggi, per fortuna, chiunque può fare tutto quello che vuole. Tra l’altro, a differenza di molte altre realtà italiane, il nostro dojo è sempre stato a maggioranza femminile, quindi non ho mai percepito alcuna differenza… è un universo decisamente paritario! Per quanto riguarda le affinità con la scrittura, credo che questa mia passione mi porti a ricercare storie che in qualche modo si avvicinano all’immaginario degli antichi samurai. Di certo c’è molta affinità con l’altra attività che ho portato avanti per tanti anni, quella teatrale. Infatti, le arti marziali e la pratica teatrale hanno molto in comune, soprattutto con i maestri della regia del Novecento. E la mia scrittura ha molto a che fare con il teatro, quindi in questo senso sì, credo che possiamo vederlo come una sorta cerchio che si chiude.

I LIBRI DI SCILLA BONFIGLIOLI