Salta al contenuto principale

Intervista a Sebastijan Pregelj

Articolo di

Leggendo i suoi libri non ho potuto evitare di emozionarmi e pormi tantissime domande su come fosse la vita nel periodo della disgregazione della Jugoslavia. Pensare che tutto ciò è avvenuto a pochi chilometri dal confine italiano, poi, lo rende ancora più toccante. Ho deciso, quindi, di incontrare l’autore Sebastijan Pregelj a Più Libri Più Liberi 2023 per parlarne con lui. Ne è nata un’interessante discussione su ciò che è accaduto in passato e ciò che vorremmo accadesse per il futuro di tutti noi.



Il tuo Il giorno in cui finì l’estate racconta la fine di un’era: l’idea della Jugoslavia unita, una nazione multiculturale formata da popoli differenti e con tradizioni diverse. Dal suo smembramento sono nate la Slovenia e le altre moderne nazioni balcaniche. Allo stesso tempo, potremmo dire che idealmente il disfacimento della Jugoslavia coincida con la fine della giovinezza di Jan, il protagonista del libro. Cosa significano per te Jugoslavia e Slovenia, e quanto c’è di autobiografico all’interno della narrazione?
Innanzitutto grazie per questa chiacchierata. Dunque, tutte le mie opere sono in parte ispirate a eventi della mia vita e quindi ricche di elementi autobiografici. Soprattutto “Il giorno in cui finì l’estate”. Però, in realtà, questo libro è anche qualcosa di più. L’ho inteso come un romanzo generazionale, in cui ho descritto cose che tutta la mia generazione ha vissuto durante l’infanzia e la giovinezza, non solo ciò che è accaduto a me in prima persona. All’interno, infatti, si ritrovano anche idee ed eventi che hanno toccato i miei amici. È stato un periodo davvero particolare, eravamo molto giovani e ci trovavamo nella delicata fase della crescita. Allo stesso tempo percepivamo che i cambiamenti culturali che la Storia ci stava imponendo avrebbero comportato un enorme mutamento anche nella nostra identità personale. Ciò che è gradualmente avvenuto in Jugoslavia non è stato una sorpresa, in realtà. Dopo la morte di Tito, infatti, si percepiva che questa grande nazione iniziava a traballare. Ma il modo in cui è avvenuta la disgregazione della Jugoslavia… quello sì che è stato uno shock. Una cosa è sapere che avverranno dei cambiamenti, un’altra è realizzare che questi arriveranno a seguito di una guerra. Mi hai domandato dei miei sentimenti riguardo la Jugoslavia. Posso dire che sì, era la mia nazione, ma la mia famiglia si sentiva innanzitutto “slovena” e solo dopo “jugoslava”. Credo che in altre repubbliche il sentimento di appartenenza alla Jugoslavia fosse più forte che in Paesi come la Slovenia e, direi, la Croazia. Penso soprattutto alla Bosnia o alla Serbia, dove aleggiava di più questa idea di una grande nazione unita. Ma questa è un’altra storia. Potrei dire che sì, la fine di una nazione è stata uno shock ma, come hai detto tu, al contempo ne stava nascendo una nuova. Personalmente, poi, ho svolto il mio servizio di leva nell’esercito jugoslavo durante un periodo cruciale, ma sono stato fortunato perché la guerra è scoppiata solo dopo il mio congedo definitivo. Però so perfettamente che è stato davvero duro per i soldati che si trovavano al momento dell’inizio della guerra in Slovenia, dove tutto è iniziato. Da un momento all’altro non sapevano più per chi e contro cosa stessero combattendo. So che, addirittura, inizialmente era stato raccontato loro che stavano combattendo contro l’esercito austriaco. Sì, è stato decisamente un periodo confuso e complicato.

Il passare del tempo nel libro non è scandito attraverso l’indicazione di mesi o anni, ma si comprende da più o meno brevi accenni a fatti storici accaduti, come la morte di Tito, le olimpiadi di Sarajevo, Černobyl’, film, musica o l’arrivo di nuove tecnologie. Parimenti, la crescita di Jan è accompagnata da una ben definita evoluzione del linguaggio con cui racconta la sua storia. Mi spieghi il perché di questa scelta stilistica?
Per quanto riguarda il linguaggio di Jan posso dire che si è trattato di una scelta stilistica molto naturale, perché il romanzo lo accompagna durante la sua crescita. All’inizio tutto è molto semplice, la sua intera esistenza si riduce alla casa e alla scuola. È un bambino e fa domande sui discorsi degli adulti che si ritrova ad ascoltare. Riceve risposte piuttosto semplici, ma è anche vero che in quei frangenti non stava accadendo nulla di davvero grave a livello storico. Il suo linguaggio si sviluppa maggiormente durante la fase della crescita, così come mutano i suoi interessi e si espande anche il suo raggio d’azione. Il suo mondo cresce insieme a lui e questa è una cosa piuttosto naturale. Direi che è quello che succede a tutti noi al momento della crescita e volevo che si percepisse, rendendolo all’interno del libro nel modo più realistico possibile.

A scuola Jan si trova davanti a manifestazioni di razzismo contro il suo compagno di classe Elvis, la cui famiglia proviene dal Montenegro ed è di origine turca. Inoltre, proprio dopo aver incontrato per la prima volta i genitori di Elvis, Jan commenta: “Papà […] dice che siamo dei superficiali. ≪Per noi è tutto uguale: croato, serbo, musulmano, montenegrino, macedone, albanese, turco. Di tutti diciamo che sono bosniaci e nemmeno sappiamo in cosa sono diversi≫.” Puoi spiegarmi cosa ha significato per te crescere in un contesto così multiculturale composto da persone diverse e con differenti tradizioni?
Dunque, occorre innanzitutto tenere conto del contesto geografico in cui ho vissuto. La Slovenia è sempre stata una nazione piuttosto grande ed economicamente forte. Si trovava nell’estremo nord della Jugoslavia e, quindi, tutti coloro che immigravano dalle altre repubbliche venivano dal sud. Era molto diverso, per esempio, in Serbia, dove molti immigrati si erano spostati anche dal nord. Gran parte degli sloveni non usava il termine “sud” in maniera carina… diciamo pure che aveva un’accezione piuttosto dispregiativo. Per quanto riguarda la mia famiglia, ricordo che mia nonna viveva in un appartamento all’interno di un grande condominio dove abitavano tantissime famiglie che provenivano dalle repubbliche del sud. Erano case date ai dipendenti delle ferrovie jugoslave dall’azienda: quello del ferroviere era visto come un lavoro privilegiato e non era necessario parlare lo sloveno alla perfezione. Per questo, quindi, era un’ottima opportunità per chi immigrava. Ricordo che mio nonno, ferroviere, aveva tantissimi amici che provenivano da molte altre nazioni jugoslave. Spesso faceva loro visita nei Paesi di origine quando aveva dei periodi di ferie: sono stati in Bosnia, Croazia e in altri posti a trovare i suoi colleghi di lavoro. La mia scuola, poi, era particolare. Nella mia classe non avevo contatti con bambini che provenivano da altre repubbliche jugoslave, perché la scuola era così organizzata: metà delle classi erano per studenti sloveni e l’altra metà per gli altri ragazzi. Si trattava più che altro di figli di persone che si erano trasferite in Slovenia per affari o magari erano figli di ufficiali militari. Le loro lezioni erano in lingua serbo-croata proprio per garantire un’istruzione completa anche a chi non parlasse lo sloveno. Perciò non esistevano classi miste. Spesso tra le diverse classi si creava una rivalità che magari finiva anche con qualche bella scazzottata, ma non per motivi di razzismo. Eravamo piccoli e questi sentimenti non ci appartenevano. Semplicemente, non facevamo parte della stessa classe e per questo si litigava. La prima volta che mi sono effettivamente trovato davanti a una moltitudine di culture diverse è stato durante il mio servizio di leva: nella caserma eravamo tutti insieme e tutti così diversi. Per me era un’esperienza completamente nuova. Sai, la cosa strana del periodo del militare, e credo valga per quasi tutti gli uomini, è questa: o ne hai un ricordo davvero pessimo, e quindi lo cancelli completamente dalla memoria, o lo ricordi come un tempo davvero grandioso. Io, in realtà, mi trovo un po’ nel mezzo, visto il precipitare degli eventi subito dopo essere tornato a casa. Ma mentre ero in caserma e vivevo con tutte quelle persone trovavo davvero interessante e stimolante saperne di più su di loro, sulle loro vite e sulle loro culture. E, anche se avevamo dei background differenti, alla fine eravamo tutti ragazzi di venti anni con gli stessi pensieri e le stesse preoccupazioni. Però, purtroppo, sentivamo che nell’aria c’era qualcosa di strano, si percepiva che la situazione stava cambiando sempre più velocemente e che sarebbe accaduto qualcosa di grave di lì a breve.

C’è un sentimento di timore che aleggia nell’aria e pervade tutte le pagine del romanzo, specialmente quando fanno la loro comparsa i membri della polizia o della sicurezza nazionale. Cosa volevi far provare ai tuoi lettori?
Ormai sono passati circa trenta anni dalla fine della Jugoslavia e sembra che le persone abbiano dimenticato quello che è accaduto. Non era tutto così perfetto e limpido come volevano che sembrasse all’esterno, la Jugoslavia aveva anche i suoi lati oscuri perché, in fin dei conti, si trattava comunque di un totalitarismo. In questo genere di situazioni se una persona si adegua alla mentalità del regime, probabilmente riesce a vivere bene. Ma chi, invece, pensa con la propria testa si rende conto che davvero non è tutto oro quello che luccica. Quindi, volevo che le persone non dimenticassero ciò che è accaduto e ciò che noi tutti abbiamo dovuto vivere sulla nostra pelle. Nei film americani si vedono spesso agenti segreti o spie: anche noi li avevamo. Certo, i nostri avevano i baffi in stile uomo del sud (detta alla jugoslava) o dell’est (detta all’europea). Questo loro aspetto, a pensarci oggi, potrebbe fare sorridere. Ma lì per lì non era per nulla piacevole avere a che fare con loro, perché era risaputo che all’occorrenza non si facevano scrupoli ad agire in maniera anche piuttosto violenta. È per questo che ho inserito questi personaggi all’interno del romanzo, volevo che le persone ripensassero davvero a cosa volesse dire vivere durante quel periodo storico. Ultimamente si tende a fare una sorta di selezione dei ricordi per mantenere solo quelli positivi e, purtroppo, la memoria storica è sempre molto corta. Per esempio, sono in molti quelli che ricordano che tutti avevano un impiego stabile e quasi non esisteva la disoccupazione. Però sembrano dimenticare che eravamo costretti ad andare in Italia o in Austria per acquistare, che so, delle semplici banane. Per assurdo, la cultura pop valicava i confini della Jugoslavia entrando in real time nelle nostre case, e questo mi sorprende ancora oggi. Per tutto il resto, invece, avevamo problemi: l’acquisto di moltissimi beni di prima necessità come la benzina, il cibo o il detersivo per la lavatrice. Era diventato normale dover varcare il confine per andare a fare acquisti di questo tipo. Era quasi un gioco: quando si tornava si sperava che fosse un giorno fortunato e che le guardie preposte ai controlli doganali non chiedessero di aprire la macchina per dare un’occhiata approfondita beccandoti con il “bottino” straniero e rendendo vana la spedizione.

Le foibe sono un altro tema importante all’interno del libro, anche se non vengono mai nominate nello specifico. Si percepisce come, dagli anni Ottanta, le persone avevano iniziato a fare domande ma la paura e, forse, la vergogna, è ancora troppo grande. A questo proposito il nonno di Jan commenta: “Erano tutti vittime. Anche quelli che sparavano. Forse anche più di quelli che cadevano nelle forre.” Cosa intendevi con questa affermazione?
Il fatto è che, solitamente, quando coloro che detengono il potere non si comportano in maniera corretta, sono le persone semplici a soffrirne. Chiaramente c’è una grande differenza se, poniamo, c’è una guerra in atto e tu sei un soldato o una mamma con un bimbo piccolo. Nel primo caso probabilmente hai più possibilità di sopravvivere, essendo armato. Se sei un genitore che deve prendersi cura di un figlio hai un fardello importante che grava su di te. Ma, in fondo, sono convinto che in casi come questo siano davvero tutti vittime degli eventi. Tutti gli abitanti dell’ex Jugoslavia, visto cosa è accaduto al momento del suo smembramento, sono stati delle vittime. Il problema è che, quando le guerre finiscono, i colpevoli non vengono mai puniti. Lo abbiamo visto alla fine della Seconda guerra mondiale, ma è una cosa che accadeva anche prima e continuerà a succedere. Chi agisce in maniera abominevole durante una guerra sembra essere giustificato proprio a causa del fatto che ci sia un conflitto in atto. L’unica punizione per queste persone potrebbe essere un senso di rimorso o vergogna per ciò che hanno fatto. Ma non sempre si ha la coscienza per provare questo tipo di sentimenti. Però, ufficialmente, nessuno giudica colpevole chi in effetti lo è. E la cosa peggiore è che, alla fine delle guerre, questo senso di non colpevolezza per i crimini commessi durante le stesse lascia alla generazione futura la sensazione che si possa agire in maniera scorretta e rimanere impuniti. Così facendo non si attiva il processo di apprendimento dagli errori del passato e, quindi, è un po’ un circolo vizioso. Inoltre, e parlo per la mia nazione ma credo accada lo stesso un po’ ovunque, si tende sempre a incolpare l’altro quando le cose non vanno per il verso giusto, che è un altro fattore di intossicazione per le generazioni più giovani, un altro modo per evitare di prendersi le proprie responsabilità. Il lavoro degli storici, in questi casi, è fondamentale. È grazie a loro se possiamo imparare qualcosa dal passato ed evitare di commettere gli stessi errori, tramandando la memoria di fatti e avvenimenti accaduti, specialmente nel momento in cui coloro che ne sono stati testimoni iniziano a invecchiare e, piano piano, a venire a mancare. È fondamentale tenere viva la memoria di ciò che è stato.

Il padre e lo zio di Jan tra di loro parlano spesso della situazione politica jugoslava e temono che si debba tornare allo stato precedente, che possa scoppiare una nuova guerra civile in cui fratelli e amici siano costretti ancora una volta a combattere l’uno contro l’altro. Non si impara mai dagli errori del passato?
Ovviamente no. Purtroppo è evidente che siamo davvero dei pessimi alunni quando si tratta di storia. Siamo sempre pronti ad affermare che non accadrà mai più ciò che di brutto è si è appena concluso, ma poi bastano venti o trenta anni – che in termini di Storia è davvero un brevissimo lasso di tempo – e ci si ritrova punto e a capo a ricommettere gli stessi errori e, direi, orrori.

Quando, alla fine, scoppia la guerra che porterà alla disgregazione della Jugoslavia, Jan si chiede: “Da dove viene tutto questo odio? Da dove tanta voglia di distruggere, torturare e uccidere?”. Tu hai trovato una risposta a queste domande?
Di nuovo, purtroppo no. Sarebbe troppo bello se si riuscisse a trovare una risposta così facilmente. È un po’ quello di cui parlavamo prima: gli errori commessi si dimenticano troppo semplicemente e con troppa velocità, la memoria storica è molto breve e dopo poco tempo sembra che nulla sia accaduto. Ci si ritrova di nuovo pronti a imbracciare le armi alla prima occasione utile e usando la prima scusa futile che viene in mente a chi si trova al governo. Credo che l’attuale situazione nell’Unione Europea sia abbastanza simile a quella che si viveva durante gli anni Settanta nell’ex Jugoslavia, quando sono iniziati i primi scontri. Ho quasi la sensazione di trovarmi davanti a uno specchio e rivedere la stessa situazione di allora. Vorrei che le persone sentissero il desiderio di agire per l’unione delle nostre terre non imbracciando le armi, ma attraverso il dialogo e il rispetto reciproco. Non credo che le nazioni europee da sole potrebbero fare molto a livello mondiale. E quindi che senso ha cercare di tirare sempre l’acqua al proprio mulino senza prendere realmente a cuore gli interessi comuni, che sono quelli che davvero contano?

Voglio citare ancora una volta il padre di Jan riportando questa sua affermazione: “È vero che nei negozi non si trova tutto, bisogna fare la fila per l’olio e per lo zucchero, per il cioccolato, le banane e i limoni bisogna andare in Austria o in Italia, ma non moriamo di fame. Soprattutto, abbiamo la pace. Questo voglio dirti. Magari non è proprio tutto come vorremmo che fosse. Non è tutto come lo vediamo in Austria o in Italia. Ma abbiamo la pace. E la pace e la cosa più importante che si possa avere.” Nell’attuale momento storico è quanto mai una frase di grande impatto…
Dopo la Seconda guerra mondiale la situazione in Jugoslavia era pessima: c’era distruzione ovunque e poco con cui ricostruire. Ma anno dopo anno le cose sono effettivamente migliorate e dagli anni Settanta in poi, in effetti, la vita non era affatto male. È vero, come dicevamo prima, si doveva a volte oltrepassare il confine per acquistare il cibo, che non era così economico. Ma anche solo il fatto di avere la possibilità di farlo ti rendeva consapevole di essere “ricco”. Le generazioni precedenti, che chiaramente avevano sofferto le privazioni durante la Seconda guerra mondiale, erano abituate e disposte a tollerare maggiormente la mancanza di determinati prodotti nei negozi. E sì, la consapevolezza che finalmente nel Paese regnava la pace era più importante di qualsiasi altra cosa. Purtroppo, ancora oggi, non tutti se ne rendono conto...

I LIBRI DI SEBASTIJAN PREGELJ