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Intervista a Shida Bazyar

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Quando ho scoperto che Shida Bazyar avrebbe presentato il suo ultimo romanzo a Roma durante Più Libri Più Liberi 2023 ho deciso che avrei dovuto incontrarla a tutti i costi. Il suo è un libro che punta i riflettori sulla lotta, sulla forza dei legami e sulle numerose problematiche che deve affrontare chi è costretto a lasciare il proprio Paese d’origine per non rischiare la vita. Storia, storie e generazioni a confronto, di cui abbiamo parlato durante un’interessante chiacchierata.



Innanzitutto, grazie per il tuo libro Di notte tutto è silenzio a Teheran. L’ho letto tutto d’un fiato e mi ha profondamente emozionata. C’è una domanda piuttosto personale con cui vorrei iniziare: cosa rappresentano, per te, l’Iran e la Germania?
È una domanda difficile a cui rispondere… sono stata in Iran solo in vacanza e conosco la Germania attraverso la mia prospettiva di figlia di immigrati. È difficile fare un paragone tra queste due nazioni, anche se credo abbiano senza dubbio alcuni punti di contatto. Aiuto… è una domanda complicata e non so davvero come poter rispondere!

D’accordo allora, passiamo oltre. Sono presenti dettagli personali tuoi, della tua famiglia o di vostri conoscenti all’interno del romanzo?
Sì, certo. È una storia molto vicina a quella mia e dei miei genitori, ed è questo il vero motivo per cui ho sentito la necessità di scriverla. Il periodo in cui i miei genitori sono arrivati in Germania, per esempio, coincide praticamente con quello in cui Behsad lascia l’Iran. Però, per me, era molto importante creare dei personaggi totalmente inventati. Innanzitutto, perché non volevo ferire nessun conoscente descrivendolo magari nel modo sbagliato. In secondo luogo, perché credo sia davvero noioso scrivere di persone che conosci nella realtà! E poi non penso proprio che esistano davvero genitori come quelli che descrivo nel libro, persone che dicono sempre e solo cose interessanti. Però sì, ci sono dei brevi aneddoti che provengono dalla vita reale. Per esempio, ho descritto una cosa che mia zia ha davvero fatto quando mia madre è tornata in Iran per la prima volta dopo tantissimi anni. Mi riferisco alla scena in cui la zia di Laleh ride quando vede Nahid indossare dei vestiti che erano ormai passati di moda a Teheran. Era un ricordo ancora vivido nella nostra famiglia e ho pensato fosse divertente inserirlo all’interno del mio romanzo! Spesso, quando mi trovo a eventi di presentazione del mio libro e si legge ad alta voce questo passaggio, noto che le persone presenti si mettono a ridere e quindi capisco di aver fatto la scelta giusta. E quindi sì, ci sono dei piccoli dettagli ripresi da esperienze reali che ho inserito qui e lì all’interno del libro… chissà se il lettore riuscirà a capire di quali si tratta.

L’amore per l’Iran è un sentimento che pervade l’intero libro, nonostante gli eventi storici. Tutti i tuoi personaggi, infatti, continuano a provare un forte attaccamento per il loro Paese nonostante sentano di vivere in “esilio”, parola usata proprio da Nahid. Cosa volevi mostrare?
Non sono del tutto sicura che questo sentimento di amore sia rivolto alla nazione in sé e per sé. Direi piuttosto che si tratta di una grande speranza, dell’attesa di assistere a dei gesti, a degli eventi. Si tratta di speranze diverse, perché i personaggi appartengono a generazioni diverse, ma è come se tutti loro siano sempre in attesa che accada qualcosa di grande. E questo è il motivo per cui non riescono a prendere davvero le distanze dall’Iran: questo loro sentimento di speranza e attesa resta sempre così forte. È qualcosa di molto umano, se vogliamo. Questa perenne attesa, o speranza, affinché qualcosa accada credo sia un sentimento che possa essere avvicinato all’amore, ma non sono certa che si tratti specificamente di questo. Forse per quanto riguarda Behsad e Nahid si può parlare di qualcosa di vicino all’amore, ma per i loro figli credo sia qualcosa di molto diverso.

Tutte le donne del romanzo hanno delle personalità molto forti. La scena che ha maggiormente attirato la mia attenzione è quella ambientata nel salone di bellezza di Sara khanoom. Nei Paesi occidentali, infatti, sembra che ci si faccia belli per essere ammirati dagli altri, mentre tra le tue pagine appare evidente che la “vanità” delle donne sia privata, che si curino soltanto per loro stesse…
Sì, è il loro momento di libertà dall’essere sempre nascoste sotto tutti quegli strati e quei veli. In questo particolare passaggio che hai citato tu si parla di make-up, capelli o ciglia, ma in realtà sono convinta che si tratti di qualcosa di molto più profondo che potremmo effettivamente definire autostima. È un po’ un modo per definire che tipo di donna si vuole essere e per non dare a nessun altro la possibilità di prendere questa decisione al proprio posto. Credo si tratti più che altro di una specie di “guerra” che le donne iraniane stanno combattendo per se stesse.

Il titolo del libro, Di notte tutto è silenzio a Teheran, si ripete due volte all’interno del romanzo nelle parole di Laleh e sembra quasi l’inizio di un componimento poetico. Durante il suo viaggio in Iran, infatti, la ragazza sperimenta l’estremo caos diurno, seguito dal silenzio insolito della notte. Cosa volevi trasmettere al lettore attraverso questa dicotomia così particolare?
Il capitolo narrato da Laleh è quasi tutto composto da una sua lunghissima riflessione. E volevo che proprio lei raccontasse di queste giornate così caotiche piene di persone e rumore, contrapposte alle notti di silenzio e tranquillità. La decisione di dare questo titolo al romanzo viene dal fatto che nella realtà non c’è davvero mai silenzio a Teheran. Questa frase rimanda alla considerazione che tutti i narratori presenti nel libro parlano di se stessi e delle loro esperienze personali, quindi non è possibile stabilire se dicano cose del tutto vere o del tutto false. Sono le loro idee e i loro pensieri e, quindi, per loro si tratta chiaramente della verità. Amo quando le persone mi fanno notare la particolarità della frase riportata nel titolo: ogni volta viene interpretata in modo diverso e chiunque può leggerci ciò che preferisce. Riporta un po’ al fatto che, anche quando c’è del silenzio tutto intorno a noi, potrebbe comunque accadere qualcosa. Un po’ come le rivolte in Iran: il momento prima sembra tutto tranquillo e l’attimo dopo esplodono le voci delle persone che si riversano nelle piazze e nelle strade per protestare per un Paese migliore. Quindi sì, devo dire di sentirmi davvero soddisfatta per la scelta di questo titolo, perché per me si ricollega al fatto che qualcosa di importante può sempre accadere, soprattutto quando tutto è tranquillo e nessuno se lo aspetta.

C’è una sorta di parallelismo tra il primo e il quarto capitolo del romanzo. Nel primo, Behsad vive nel 1979 e partecipa in prima persona alla rivolta contro lo scià Mohammad Reza Pahlavi a cui, poi, sono seguite nuove proteste a seguito delle azioni del nuovo leader, l’Ayatollah Khomeyni. Nel quarto capitolo, invece, suo figlio Morad ascolta le informazioni sulle rivolte del 2009 in Iran tramite internet. Negli stessi giorni, poi, Mo partecipa ad alcune proteste studentesche in Germania, ma sembra farlo solo per omologarsi ai suoi compagni e non perché ci creda realmente. Quali differenze ci sono tra queste differenti rivolte e, soprattutto, tra chi vi ha preso parte?
Sì, è vero: Mo partecipa alle rivolte studentesche con i suoi amici, ma si rende conto che si tratta di proteste “di lusso”. Sono giovani che hanno tutto e stanno protestando per avere qualcosa di più, per migliorare il loro stile di vita. Non che creda che i motivi alla loro base siano futili, perché il problema delle esose tasse universitarie è molto sentito in Germania. Quindi non voglio dire che sia un nonsense quello per cui le persone stavano protestando. Però, chiaramente, c’è una differenza enorme tra quello vive Mo in Germania e ciò che contemporaneamente sta accadendo in Iran. Lì le persone si trovano a protestare per le loro vite e per i loro diritti. Non voglio dire che chi ha una vita più agiata debba semplicemente sopportare tutto e non abbia il diritto di protestare comunque per qualcosa che non ritiene corretto. Non è questo il punto che volevo dimostrare. Piuttosto, desideravo focalizzare l’attenzione su entrambe le proteste e su come queste possano coesistere, senza avere la presunzione di dare delle risposte. E volevo anche mostrare le differenze tra le diverse generazioni e i loro diversi punti di vista: quella di Behsad e Nahid, che proprio a causa delle rivolte del 1979 hanno dovuto lasciare la propria nazione e immigrare in occidente, e quella dei loro figli, che possono solo immaginare ciò che i loro genitori hanno vissuto, non avendolo realmente sperimentato sulla loro pelle in un’età in cui potevano davvero rendersi conto di ciò che stavano vivendo.

Vorrei farti un’ultima domanda, questa volta di tipo stilistico. Per scrivere Di notte tutto è silenzio a Teheran hai usato lo stream of consciousness, il flusso di coscienza di James Joyce e T.S. Eliot. Come mai la scelta è ricaduta proprio su questo stile narrativo?
La verità è che quando scrivo sento di non avere altra scelta. Mi sembra di seguire un ritmo, un po’ come una specie di musica che risuona nella mia testa. Con questo libro mi è accaduto in modo ancora più netto rispetto ad altri che ho scritto in precedenza. Ognuna delle voci narranti racconta fatti che avvengono nell’arco di pochissime settimane. Il modo per focalizzarmi maggiormente sulla rapida successione di questi eventi era proprio usare lo stream of consciousness, che mi permetteva di entrare davvero nelle menti dei personaggi e di guardare gli avvenimenti attraverso i loro occhi, e questo vale anche per il modo di riportare le conversazioni. È la tecnica con cui riesco a essere più vicina possibile ai miei personaggi che, poi, è quello che amo di più al momento di scrivere un romanzo.

I LIBRI DI SHIDA BAZYAR