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Intervista a Silvia Avallone

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Non appena esco dalla fermata della metropolitana mi rendo conto che, nonostante sia venerdì pomeriggio inoltrato, il Salone del Libro è in pieno fermento: insegnanti che aspettano che i genitori vengano a prendere i propri figli dalla “gita” scolastica, hostess che controllano i biglietti all’ingresso, espositori che entrano con delle scatole zeppe di libri, giornalisti che aspettano fuori dall’hotel qualche scrittore da cui farsi rilasciare un commento. Tra questi ci sono anche io, in attesa di Silvia Avallone, vincitrice del premio Campiello nel 2010 con il romanzo d’esordio e presente al Salone del Libro per presentare il suo ultimo romanzo, vincitore del Premio Croce Pescasseroli e il Premio Cimitile 2021. Una volta sedute sul divano, ben presto la mia necessità di appuntarmi le sue risposte lascia spazio alle sue riflessioni, espresse in modo vivo e quasi poetico, dalle quali finisco per farmi completamente incantare. La foto è utilizzata per gentile concessione di Tiresia 19.




Hai spesso dichiarato che il romanzo “è il luogo della verità di ciò che senti”. Puoi spiegare che cosa intendi?
In realtà è un’affermazione “divertente”, perché da un lato il romanzo è menzogna, è sortilegio, ti cattura e ti incanta, quindi la verità può sembrare lontana dal meccanismo del romanzo; dall’altro, esso è il luogo in cui i personaggi sono descritti e si rivelano nella loro interiorità e tra l’altro ciò si pone in netta contrapposizione con l’era attuale dell’immagine e del social usato come vetrina, dove prevale l’esteriorità e l’apparenza. Ecco, il romanzo è agli antipodi perché ascolti in presa diretta l’anima dei personaggi che è piena di vuoti, di imperfezioni, di problemi, di infelicità, di perdite che danno origine alla storia. Alla fine noi siamo immagini e siamo storie e abbiamo bisogno dei romanzi per affrontare, abbracciare e perdonare la nostra verità.

Nel tuo romanzo Un’amicizia viene messo in risalto il discorso della genitorialità con la presenza di queste due madri, molto diverse tra loro, e che si sacrificano, seppur in modo diverso per la famiglia. A proposito di questo, che cosa pensi della condizione della donna nella nostra società?
Il tema della genitorialità - e in generale della condizione femminile - è uno dei cuori pulsanti di questo romanzo, ma anche delle mie ricerche e delle mie lotte, nel senso che ritengo che la nostra società sia profondamente impari, violenta e discriminante. Dobbiamo assolutamente non accettarlo e liberarci da tutti gli stereotipi culturali che ci ingabbiano e che rispecchiano nella realtà le differenze enormi che ci sono. La maternità è un evento chiave in questa riflessione perché è proprio quando nasce il bambino che alla donna che viene chiesto di fare un passo indietro, di cessare di avere la felicità della propria missione e di dedicarsi agli altri. Ancora oggi si chiede alla donna di cessare di essere donna quando diventa madre: non può essere lavoratrice, amica, non può tenere la sua complessità e deve assurgere a una sorta di Madonna con il bambino. Non può essere spazientita, stanca e tutto questo sacrificio che le viene chiesto la porta a lasciare il lavoro e a rinunciare a dare il suo contributo alla società per restare a casa dietro a una finestra. Sembra la storia di mia nonna, ma è la realtà. Così, come dobbiamo liberarci dallo stereotipo della “donna che deve essere conquistata”: perché non può essere la donna che conquista e che si fa spazio verso la propria libertà?

Parlando di questa condizione, c’è un Paese che hai in mente cui ci si potrebbe ispirare?
Qualche anno fa sono stata in Svezia e sono rimasta particolarmente colpita dal fatto di vedere dei papà in giro con la carrozzina. Sembra una piccola cosa, ma in realtà è proprio da queste che bisogna partire perché sono sintomatiche di una mentalità diversa. In quella circostanza, appunto magari le donne erano a lavoro, mentre erano i papà ad occuparsi dei figli. Un cambio di mentalità completamente diverso da quello che riscontriamo oggi nel nostro Paese, ma anche in tante altre realtà del mondo.

“La vita ha bisogno di essere raccontata per esistere”. Sulla base di questo, quanto è importante il ruolo dello scrittore per la società e che cosa ti ha spinto a diventarlo?
Io sono sempre stata “monopassione”, fin da quando ho imparato a leggere perché ho sempre ritenuto che la lettura fosse uno strumento straordinario per capire che la nostra vita non è frutto di un destino, ma di scelte che facciamo e che è doveroso fare per discostarci dalle aspettative che la società ripone in noi. La lettura rappresenta uno strumento di riscatto perché, ‘vedendo’ le storie di chi leggi, puoi capire le possibilità e le opzioni che magari hai anche tu a disposizione. Invece, quello cui assisto e che spesso mi fa rabbia è che la lettura è pubblicizzata poco, male e spesso è rilegata a una passione per gli intellettuali, senza capire che cosa c’è dietro. Quindi, per rispondere alla tua domanda, il ruolo dello scrittore è importante e ogni volta che scrivo, spero sempre che il mio romanzo possa essere un’occasione per uomini e donne di liberarsi dagli stereotipi.

Il tuo libro tratta di adolescenti, però, al centro è messo il tema dell’amicizia. Che cosa ti ha spinto a mettere al centro l’amicizia?
Anche se è vero che il mio romanzo ha per protagoniste due adolescenti, comunque non può definirsi certo un romanzo young adult perchè non è solo per loro. Ho scritto dell’adolescenza perché se scrivere è restituire quello che è perduto, in un certo senso l’adolescenza è come una seconda nascita, non si nasce come “figlio di…” o “figlio del tuo quartiere”, ma è la fase in cui scegli chi vuoi diventare. Questo spesso significa essere in rottura con la società o in rottura con i tuoi genitori e, quando si è adolescente, l’amicizia diventa il punto saldo grazie al quale ti emancipi e cresci. L’amicizia è come una sorta di officina dell’identità perché sei amico della persona che magari è quella più diversa da te, come nel caso di Elisa e Beatrice, però, nonostante la diversità, quel rapporto, quell’amico che magari poi negli anni ti perdi, è la persona cui confidi tutto ed è fondamentale per questa emancipazione.

Elisa è una ragazza che legge molto, vuole diventare scrittrice. Quanto c’è di te in lei? E tu che tipo di lettrice sei?
Si può dire che Elisa non è me, piuttosto sono io che dono un po’ di me a tutti i personaggi. I libri che legge Elisa sono i libri che leggo io, Beatrice ha la mia determinatezza, però io mi ritrovo molto più nei luoghi che nei personaggi. Comunque, anche se non sono loro, non riesco mai a giudicarli e mi sento come se volessi bene un po’ a tutti loro. Per quanto riguarda la lettura, amo molto i classici, soprattutto francesi e russi perché mi piace che vi sia questo ritratto della società intorno ai protagonisti e che tutta la struttura sia costruita come una sorta di grande cattedrale, che tutto ruoti intorno alla loro umanità. Poi, mi piacciono naturalmente le poesie e, sotto questo profilo, amo gli italiani: la Pozzi, la Sereni e, fra tutte, Elsa Morante che ritengo sia stata la più stimata del suo secolo, ma non adeguatamente riconosciuta per il fatto di essere donna.

Un tema centrale del libro è questo rapporto tra realtà e apparenza. Che cosa pensi dell’uso dei social network soprattutto da parte dei giovani? Sono i social che sono arrivati in modo troppo dirompente e se ne è fatto un uso distorto oppure è il contrario e c’è la possibilità di avere un buon uso dei social?
I social possono essere utilizzati in moltissimi modi: possono essere condivise le letture, ci si può incontrare per uno scambio di opinioni, addirittura possono essere usati per manifestare l’adesione a qualche protesta, insomma per dialogare e per far rete. Il problema vero è, tra i tanti, ad esempio il meccanismo dei like che ammazza il meccanismo del “mi interessi tu perché mi interessa quello che hai da dire”, questa storia della quantità per cui mi interessi e conta quello che hai da dire solo se hai un certo numero di like, perciò il social diventa il posto dove si conta se si piace agli altri, da qui occasione per un linguaggio volgare, per insulti ed è un posto dove nessuno è felice. Questo alimenta gli stereotipi e il modo con cui vogliamo essere guardati. Io ad esempio nel mio piccolo ho tolto da Instagram la possibilità di vedere quanti like ricevo per una foto perché non mi interessa, nel senso che io pubblico o condivido qualcosa perché credo che valga, indipendentemente da quello che percepiscono gli altri. Tutto ciò, infine, alimenta l’immagine per cui dobbiamo essere rappresentati solo come perfetti, come vincenti. Non è così: sono i tradimenti, i piccoli fallimenti che ci portano ad essere poi quello che siamo e gli adulti che vogliamo essere, a costruire la nostra identità.

Hai definito questo romanzo come un romanzo di chiusura: nei precedenti tre hai parlato della giovinezza e in questo di una donna adulta che fa i conti con il tempo passato. Quali sono i prossimi progetti?
Con questo romanzo mi sono liberata di un lungo ciclo. Ho esplorato territori diversi, ho fatto un elogio della fragilità e anche se l’adolescenza rimane un periodo caro, vorrei sperimentare qualcosa di diverso prossimamente, magari dedicando un piccolo capitolo all’adolescenza. Chissà!

Come è stato tornare al Salone del Libro di Torino dopo l’esperienza della pandemia di COVID-19?
Bellissimo. Prima della pandemia davo per scontato il contatto con i lettori, la possibilità di incontrare loro o comunque di incontrare la rete editoriale e i miei colleghi, scambiare un dialogo. Invece, adesso che sta capitando provo un profondo senso di gratitudine per il fatto di esser qua e di aver la possibilità di partecipare in presenza.

I LIBRI DI SILVIA AVALLONE