Salta al contenuto principale

Intervista a Silvia Ferreri

Articolo di

Silvia Ferreri ama raccontare storie e lo fa attraverso i programmi Rai di cui è autrice e attraverso i suoi romanzi. È stata finalista al Premio Strega 2018 con il suo romanzo d’esordio e da poco è tornata nelle librerie con la sua ultima, emozionante fatica letteraria.




Nel tuo ultimo lavoro Le cose giuste ringrazi con coinvolgimento le cinque donne protagoniste delle altrettante storie che ne compongono il mosaico. Cosa ti ha lasciato ciascuna di queste madri, ciascuna di queste storie?
Il primo sentimento che mi viene in mente è certamente la gratitudine: mettere nelle mani di una persona estranea la tua vita, i tuoi sentimenti, il tuo vissuto, il tuo privato è sicuramente un dono. Ed è bellezza quando una persona si apre e lo fa senza barriere. Mi hanno insegnato che la vita e soprattutto essere madri, non è una gara di velocità ma di resistenza. Un famosissimo proverbio ebraico dice “Figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi” ci ricorda che la strada da percorre è lunga e quando la vita ti mette alla prova e tu diventi l’unico baluardo per la protezione dei tuoi figli, devi resistere e andare avanti. Mi ha dato coraggio perché quando ti confronti con storie gigantesche come queste (come un’ombra che si allunga, sproporzionata rispetto al corpo) impari a relativizzare i piccoli o grandi tormenti della tua vita e arriva la consapevolezza di potercela fare nonostante tutto.

Storie di madri che non si arrendono. Anche tu sei madre (di tre bambini, ndr): come ti definiresti? Cosa fa, a tuo parere, di una donna una madre?
Non riesco a definirmi come madre. Piuttosto posso provare a descrivermi. Ho desiderato avere una famiglia numerosa e sono molto felice di questa scelta. Non nascondo la fatica fisica, mentale, emotiva e psicologica di avere la responsabilità di tre piccole vite: mi caratterizza certamente la grande attenzione alle necessità degli altri, come accade per molte madri, e questa attenzione e tensione diventa faticosissima. Nonostante la fatica, non potrei mai considerare di non lavorare perché il mio lavoro, la scrittura, sono il mio primo grande amore al quale si è aggiunto, successivamente nel tempo, quello per i miei figli. In generale, credo che una madre non dovrebbe mai giudicare. Soprattutto dovrebbe imparare a non giudicare la genitorialità degli altri, quando i fatti di cronaca fanno dire, con una certa superficialità, “A me non potrebbe mai capitare”, presupponendo di essere migliori. Non esiste la madre perfetta (e Dio ci scampi dalla madre perfetta!) perché l’errore è dietro l’angolo per tutte e nessuna può dirsi esente dall’errore.

Resilienza è un termine molto utilizzato in questo periodo ma le tue storie, sebbene raccontino di donne resilienti, non ne fanno mai riferimento apertamente. È una scelta? Come si spiega?
Non sono mai stata particolarmente attaccata a questo termine che ho sentito per la prima volta nel 2010, intervistando un sismologo dopo un terremoto (in origine il termine era legato a questo fenomeno). È una parola a cui non sono legata, non la odio né l’adoro, non mi suscita alcuna immagine, non ha radice in nessuna tradizione storica o letteraria né nel nostro vissuto. Semplicemente non la uso perché non mi appartiene.

La tua scrittura è leggera e tagliente, essenziale e coinvolgente al tempo stesso. A chi ti ispiri? Quali sono i tuoi modelli di scrittura?
Più che modelli di scrittura parlerei di influenze. Certamente Oriana Fallaci, con il suo modo di narrare che parte dalla realtà. Un amore trasmesso da mia madre e che ho cominciato a leggere da ragazza, ed Emmanuel Carrère e la sua capacità di mescolare, con uno stile personalissimo, il reale con il personale. E poi Beppe Fenoglio, tutto gigantesco. Devo confessare che Una questione privata me lo tengo accanto al letto con la speranza che di notte per osmosi mi passi qualcosa di quel suo genio. Ché una cosa così non si insegna e non s’impara, ci devi nascere. Ci metterei anche Tabucchi, Safran Foer, più tutto il filone del New Journalism (da Truman Capote all’ultimo di Nicola Lagioia).

È evidente dal tuo impegno anche di giornalista e autrice di programmi Rai (sei giornalista del Giornale Radio Rai e autrice e voce di ‘Mangiafuoco sono io’ su Rairadio1) che la tua grande passione è la scrittura. Da dove nasce questo amore?
Credo che sia nato prima l’amore per la narrazione e poi quello per il giornalismo. Ho cominciato a scrivere intorno a 16 anni: raccontavo e mi raccontavo delle storie, parlavo da sola (una bizzarria che ancora oggi mi caratterizza…). Da lì nascono riflessioni importanti su di me che diventano anche storie. Il giornalismo è arrivato dopo perché ha messo insieme la mia passione civile con la narrazione, facendone perfetta sintesi.

Quali sono i tre libri che hanno segnato la tua vita? E quello che hai adesso sul comodino?
Per ragioni differenti e in momenti differenti, Kaddish di Allen Ginsberg. Lo amavo talmente tanto che ho cominciato a impararlo a memoria. Poi mi sono fermata, ma la prima parte ancora la ricordo bene. E il ritmo in quella scrittura è potente. Un romanzo che mi ha profondamente segnata, nonostante la lettura risalga a diversi anni fa, è Pastorale americana di Philip Roth, un libro non semplice che mi ha tramortita per la forza delle relazioni. La terza scelta ricade su un genere piuttosto che un libro: il teatro, che ha avuto una grandissima parte nella mia vita, nei miei studi e nelle mie letture. Soprattutto i classici del teatro di Shakespeare, García Lorca e Pirandello. In questo momento ho sul comodino Ragazza, donna, altro di Bernardine Evaristo: un libro bellissimo.

Ti immaginiamo già proiettata verso un nuovo progetto. Puoi anticiparci cosa bolle in pentola?
Al momento sono praticamente tramortita tra i turni al giornale radio, la promozione de Le cose giuste e i figli che richiedono energia. Non ho il tempo per sedermi e scrivere. Ma c’è qualcosa che mi sta attraversando, che sto osservando, un argomento su cui prendo nota. Qualcosa che mi coinvolge e sento che sta crescendo dentro di me. Come accade all’inizio per gli amori, ci stiamo studiando. Non c’è nulla di definito, ma riconosco in quello che mi sta accadendo il percorso vissuto con La madre di Eva: mi arrivando forti ondate di desiderio di raccontare e sono certa che a qualcosa porteranno.

I LIBRI DI SILVIA FERRERI