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Intervista a Silvio Governi

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Si definisce un regista prestato alla scrittura, ma Silvio Governi in realtà le parole le maneggia con la stessa maestria con cui utilizza la macchina da presa. Sa scegliere quelle capaci di raccontare qual è stata la spinta che lo ha portato ad analizzare nel suo ultimo lavoro il mondo dell’adolescenza, quale sia per lui la sfida di chi si cimenta nella scrittura, quali letture e quali film hanno influenzato il suo modo di esprimersi. È stato interessante sentirlo parlare di amicizia, di verità, di rapporto genitori/figli, di emozioni, di scrittura e lettura. Ecco quello che ci ha raccontato.



Leggendo il tuo romanzo La lista di Greta, le parole che più di altre si sono fissate nella mia mente sono state: inadeguatezza, timore del giudizio, accettazione, opinione. La vita di Greta e il suo rapporto con le amiche del cuore è fortemente condizionato da queste parole. Sei d’accordo?
Sì, non vi è dubbio che tu abbia colto uno dei temi del libro. Forse quello più vicino alle dinamiche adolescenziali. Il riconoscimento di sé condiziona pesantemente, a quell’età, tutta la loro esistenza. La percezione degli altri, il loro giudizio, in quella fase della propria vita, contribuisce a determinare l’adulto del futuro. Certo, il cambiamento fa parte della vita stessa, ma non sempre i giovani sono in grado o hanno gli strumenti per poterlo attuare prima che tutto ciò abbia delle conseguenze, a volte irreversibili, sul loro modo di essere, sulle loro stesse esistenze.

“Ci sono tante verità e ognuno ha la propria.” Ma che cos’è la verità e qual è la verità di Greta?
Questa è una frase che pronuncia Giulia, una sorta di alter ego di Greta e dell’altra amica Viola. Una ragazza più grande d’età, ormai maggiorenne, molto carismatica, magnetica, che esercita sulle altre due una profonda e quasi ineluttabile attrazione. Forse, per Greta, ma anche per chiunque altro abbia un’obiettiva e libera capacità di discernimento, una verità assoluta non esiste ma è sempre mediata dai comportamenti altrui. E possiamo dire che è proprio questa la forza di Greta, cioè la sua capacità di riconoscere che non esiste un’unica verità incontrovertibile. Greta riesce a guardare il mondo che la circonda da più angolazioni, ma non è ancora in grado di capire quale sia la prospettiva migliore che le indichi la strada giusta da seguire.

Antonio è un ispettore di polizia ed ha un compito difficilissimo: capire cos’è accaduto a Greta, scomparsa nel nulla. Deve quindi scavare nella vita della propria figlia adolescente e scoprire che ci sono molte ombre che lui deve attraversare per scoprire cosa realmente sia accaduto. Quanto è stato difficile raccontare il dolore e la fatica di un padre che deve necessariamente affrontare e accettare la parte più buia della vita della figlia?
È stato molto difficile e doloroso perché, da autore, ma anche da padre di una figlia che ha appena varcato la soglia dell’età adulta, ho dovuto affrontare ciò che, solitamente, non osiamo neanche immaginare. Mi sono chiesto come mi sarei sentito nell’affrontare una cosa più grande di me. Ed è qui che ci si scontra con quei mostri interiori che ognuno di noi tenta di combattere o scacciare dalla propria mente ma che hanno a che fare, ogni giorno, con la nostra quotidianità. Solo che, ogni volta, pensiamo che non riguardino noi ma gli altri. Non accettiamo che gli altri potremmo essere noi stessi.

Greta Viola e Giulia sono tre figure rappresentative degli adolescenti dei nostri giorni. Quali ricerche hai fatto, come ti sei documentato per conoscerne gli aspetti più significativi e attribuirli alle tre amiche?
Sono partito dalla mia esperienza con mia figlia Emma, dalla sua amicizia esclusiva con due amiche del cuore che, inevitabilmente, si reggeva su un precario equilibrio, sempre sul punto di implodere o addirittura esplodere. Avevo notato che, al contrario di quello che sostiene la numerologia, il tre, in questo caso, era un numero imperfetto che destabilizzava il meccanismo stesso di quell’amicizia adolescenziale. Spesso l’una si alleava all’altra e la terza, inevitabilmente, ne rimaneva esclusa. Ecco, io sono partito da lì. Ma diciamo che questa storia s’ispira, molto liberamente, a fatti lontani realmente accaduti. Io non ho fatto altro che immaginare cosa potesse esserci dietro quel mondo così oscuro ma maledettamente affascinante che è l’adolescenza.

Quale personaggio hai amato di più? E ce n’è uno con cui, invece, hai litigato?
Quello che ho amato di più è proprio Antonio, l’ispettore di Polizia e padre di Greta. Per raccontarlo mi sono ispirato a me come genitore, al rapporto padre/figlia che scandisce ogni giorno la mia vita. Mi sono guardato dall’alto cercando di distaccarmi da questa storia, per essere più libero possibile di raccontarla senza preclusioni o giudizi di sorta. E non c’è un vero e proprio personaggio del libro che invece, in qualche modo, non ho amato. Alla fine tutti sono sempre un’emanazione dell’autore stesso. Credo che alla fine si racconti anche quello che non si è o che non ci appartiene.

Qual è il bacino di utenza della tua storia? A che tipo di lettore hai pensato mentre ideavi la vicenda di Greta?
È fuor di dubbio che, come mero riferimento, il mio libro abbia la sfera adolescenziale e indaghi il rapporto così difficile e condizionante quale è quello tra un genitore e un figlio. Due mondi così diversi, inconciliabili e apparentemente incomunicabili, in cui l’uno tenta di prevalere sull’altro e dove, molto spesso, noi adulti dimentichiamo l’adolescente che siamo stati, smettendo di rimanere in connessione con lui. Ma mi piace pensare, proprio per questo motivo, di essere riuscito a scrivere un libro che abbracci questi due mondi appunto, e che l’uno tenti, almeno per questa volta, di comprendere l’altro, senza pregiudizi. Io credo che a questi giovani, i “nostri” giovani, glielo dobbiamo.

Hai scritto la storia di getto o c’è un progetto narrativo a monte che hai poi seguito in fase di scrittura?
Non penso sia facile scrivere una storia di getto, per quanto uno possa sentirla piuttosto vicina o sia empaticamente in contatto con la tematica. Sostengo che ogni libro debba, per forza, partire da un progetto narrativo, un assunto, una tesi. Poi, quando si è riusciti a far quadrare tutto rendendo la storia plausibile, i personaggi e gli snodi escono fuori quasi naturalmente, come se avessero una vita propria. Vorrei che chi legge questo romanzo sentisse Greta, ma anche Giulia e Viola, un po’ come una figlia o un’amica. Sta a noi autori tentare di fare in modo che ogni lettore entri più possibile nelle pagine sentendosi vicino ora a quel personaggio e ora all’altro. Ma anche che si emozioni, s’indigni, che abbia un sussulto, un moto di rabbia. Questa, per me, è la vera sfida con cui ogni autore deve misurarsi.

Qual è la fase del processo narrativo che preferisci – progettazione, scrittura, riscrittura, editing, promozione – e quale invece ti sta stretta?
Quella che in assoluto prediligo è la scrittura, anche se io vengo da un mondo affine ma comunque diverso nel linguaggio e nel modo di raccontare: la regia. Amo definirmi un regista prestato alla scrittura. Il mio approccio letterario è quello cinematografico, in ogni suo aspetto. Tento di conciliare questi due linguaggi partendo da un’immagine per poi metterla su carta. Ogni volta, prima di scrivere una scena, mi chiedo come la girerei se fosse un film, cosa mi piacerebbe vedere sullo schermo. La fase che mi sta più stretta è, senza dubbio, la promozione. Ogni autore crede in quello che scrive e vorrebbe che anche gli altri, i lettori, ci credessero, sentissero che quella storia appartiene loro. Ma l’idea che debba essere io a promuoverla e non la storia stessa, trovo che sia quasi in contraddizione con il processo creativo. Tu guardi un quadro e non deve essere il pittore a spiegarti il perché potrebbe piacerti. A fare questo ci sono persone preposte, che lo sanno fare molto meglio degli autori stessi.

Quali letture hanno influenzato il tuo modo di scrivere e quali continuano a farlo?
Proprio per il fatto che non mi sento in nessun modo uno scrittore, posso dire che più che essere stato influenzato da certa letteratura sono stato ispirato da un tipo di cinematografia di cui mi sono nutrito fin da piccolo. In casa ho sempre respirato, a cominciare dai miei studi universitari, cinema e narrativa. Provengo da una famiglia di scrittori, autori televisivi e cinematografici e per me è venuto piuttosto naturale cimentarmi anche nella scrittura. Se proprio fossi costretto a dire quali letture mi abbiano influenzato direi quelle di Paul Auster, il narratore de La trilogia di New York. Non a caso lo cito anche ne La lista di Greta. E a proposito di caso, lo scrittore statunitense stesso si è cimentato anche nella regia cinematografica. Sarà per questo che sento una certa influenza.

Se leggi un romanzo che non ti prende lo concludi comunque o ti senti autorizzato a mollarlo a metà?
Non posso negare che mi sia capitato di non riuscire ad andare avanti nella lettura perché la scrittura, la narrazione, non hanno catturato la mia attenzione, non sono riuscite a connettermi con i personaggi perché è venuto meno quel processo imprescindibile di immedesimazione. Si dice che leggendo si viva più di una vita e, mollare a metà un libro, per spezzare una lancia nei confronti dell’autore che lo ha scritto, è un po’ come rinunciare a una di esse.

Qual è il romanzo non tuo che avresti voluto scrivere tu?
Credo che qui sia come se mi avessero chiesto “qual è il film che avresti voluto girare”. L’elenco sarebbe lungo e per ognuno ci sarebbe un motivo, un’affinità. Il grande libro è quello che, appena finito di leggere, continua ad accompagnarti ancora per giorni, e in cui ti sorprendi a pensare, nel tempo, a quel personaggio, a quella scena, alla tal frase. Perché il capolavoro letterario, in qualche modo, ti cambia la vita. Quindi, se proprio fossi costretto a dire quale romanzo avrei voluto scrivere, scelgo uno di Italo Calvino che io considero il più grande narratore del Novecento e che Cesare Pavese definì “lo scoiattolo della penna”: Il barone rampante. Il libro che da ragazzo mi ha insegnato cosa sia la ribellione e la sua importanza nella società in cui viviamo.

Quale o quali libri sono sul tuo comodino o sul tuo dispositivo di lettura digitale in questo momento?
Negli ultimi anni mi sono avvicinato al genere noir, thriller, come è lo stesso La lista di Greta. E ho letto uno dei più bravi di questo genere tra le nuove generazioni in Italia: Mirko Zilahy. Un autore capace di far brillare la città di Roma di una luce “nera” che si riflette in ogni personaggio dei suoi libri. Proprio per questo sul mio comodino c’è un’autrice tra le più brave degli ultimi anni, capace di tenere sempre alta la tensione narrativa. Lei è Paula Hawkins e il libro s’intitola Un fuoco che brucia lento. È l’autrice del bestseller La ragazza del treno, tradotto in tutto il mondo e da cui è stato tratto l’omonimo film campione d’incassi con la bravissima Emily Blunt. E non ti nego che amerei che un giorno, non troppo lontano, qualcuno si accorgesse della storia di Greta e che ne facesse un film, magari con la mia regia.

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