Salta al contenuto principale

Intervista a Stefano Vicario

Articolo di

Regista, sceneggiatore e narratore, Stefano Vicario attraversa da decenni linguaggi e forme di racconto differenti, mantenendo sempre al centro l'interesse per i personaggi e per le loro contraddizioni. Accanto a una lunga carriera nel mondo della televisione e del cinema, la narrativa gli ha offerto uno spazio in cui esplorare e raccontare la realtà e le sue zone d’ombra. Gli abbiamo chiesto di parlarci del mestiere di scrivere, delle fonti di ispirazione e del valore della narrativa quando riesce a dare voce a chi, troppo spesso, rimane ai margini. Ecco cosa ci ha detto.



Sei arrivato alla terza indagine di Andrea Massimi con questo tuo Essere o non essere. Da quale immagine, scena o intuizione nasce questo nuovo caso?
Lo spunto arriva da un fatto di cronaca realmente accaduto, proprio nel Parco della Caffarella, come ho raccontato nel libro: un giorno apro il giornale e leggo un minuscolo trafiletto che riportava la notizia di incontri clandestini di lotta gestiti dalla criminalità organizzata. A Roma, come in un film americano. Ho pensato che poteva essere una bella gatta da pelare per il povero Andrea Massimi, il re degli stracci. E ce l’ho mandato. Alla Caffarella, intendo.

Al centro del romanzo c’è il mondo dei combattimenti clandestini. Che cosa ti ha interessato di questo ambiente?
La pornografia della violenza, il desiderio osceno di gente che paga per vedere dei poveracci che si massacrano di botte. Mi ha fatto impressione. Lo stesso sgomento che prova Andrea, il mio protagonista, quando entra per la prima volta nella palestra dove si allenano i lottatori e assiste a quello che succede là dentro. Gladiatori di periferia, che rischiano la vita per due spicci.

Andrea indaga sulla scomparsa di un pugile, ma sembra anche indagare su se stesso. È questa la vera posta in gioco del romanzo?
È esattamente così. Andrea è costretto suo malgrado a rivolgere la sua attenzione verso se stesso, a leggersi dentro. Suo malgrado, ripeto, perché è l’ultima cosa che vorrebbe fare. Prova addirittura a costruirsi un’identità alternativa per far finta di non vedere come sta cambiando, che cosa è diventato. Ma la vita non fa sconti. E Anna neanche.

Nel romanzo tornano gli “invisibili”: clochard, migranti, persone ai margini. Quando hai capito che l’invisibilità poteva diventare una forza narrativa e come si evita il rischio del pietismo quando si raccontano queste vite?
Un invisibile può arrivare dove altri non arrivano: quando incontri uno straccione, un senzatetto, un avanzo di umanità sporco, triste, disperato, istintivamente distogli lo sguardo. Non lo vuoi vedere, è una reazione istintiva, primordiale. E Andrea ne approfitta. Non ho la pretesa, né la presunzione di raccontare in maniera realistica il mondo degli ultimi, è troppo complesso e forse un’impresa fuori luogo per una storia di puro intrattenimento come la mia. Ma ci tengo a far uscire dalle mie pagine dei personaggi che non hanno niente, neanche un pacchetto di cracker da mangiare, ma che hanno una grande dignità umana e una ricchezza di sentimenti tale da far invidia a chi invece ha tutto.

In Essere o non essere convivono violenza, ironia e malinconia. Come trovi l’equilibrio tra questi registri?
Violenza a parte, quello sono io.

Quanto Andrea è cambiato dal primo romanzo a oggi?
Tanto, è cambiato tanto. Nel primo romanzo era un alcolista tormentato dai suoi fantasmi, ora è un uomo diverso che sta tornando alla vita, anche se ha una paura boia di lasciare la strada e un’esistenza fatta di stenti e sacrifici, ma senza responsabilità. Sono le responsabilità che gli mettono il terrore addosso. Soprattutto verso la persona che ama di più al mondo: Anna. Ha fatto molto male nella vita di prima, quando era l’avvocato Andrea Massimi. Non è stato in grado di proteggere moglie e figlia, sono morte per colpa sua perché non era a casa quella sera, ma stava a divertirsi a letto con la segretaria. E adesso? Se abbandona la strada e ritorna a una vita normale, sarà in grado di non fare più cazzate, sarà capace essere una persona affidabile?

Vieni dal cinema e dalla televisione. Quanto il tuo sguardo da regista influenza la scrittura delle scene?
Hai detto bene, scene. E non capitoli. Quando scrivo le vedo. E se “vedi” anche tu quando leggi, vuol dire che ho fatto il mio lavoro.

I dialoghi nei tuoi romanzi sono molto vivi. Li costruisci a tavolino o nascono già con il ritmo della voce?
Assolutamente no, niente è costruito. I personaggi parlano e rispondono in tempo reale. Naturalmente prima devi dar loro un’anima. Poi parlano da soli, e spesso ti sorprendono: dicono cose che non ti aspetteresti. È il bello dello scrivere.

Quando scrivi, parti dalla trama, dai personaggi o da un’immagine?
Prima di cominciare la stesura vera e propria del romanzo parto da uno schema che traccia tutto l’arco narrativo della storia, la famosa “scaletta”. È articolata in 50, 60, 70 punti, a seconda di quello che devo raccontare. Ogni punto è una breve sinossi di ciascun capitolo: ambiente, quello che accade, temperatura emotiva dei personaggi. Finito questo lavoro il romanzo è ancora tutto da scrivere, ma sai che bestia hai davanti.

Il noir ti permette di raccontare anche temi sociali e morali. È questo che ti interessa del genere?
Il mio è un noir atipico. Nell’economia del racconto il plot, la detection, come dicono quelli bravi, hanno ovviamente un ruolo importante. Ma nel mio caso sono a servizio dell’umanità dei personaggi. E delle emozioni che provano.

I LIBRI DI STEFANO VICARIO