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Intervista a Suad Amiry

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Il 2020, lo abbiamo capito, non passerà alla storia come uno degli anni più felici degli ultimi decenni. Ma cose belle possono capitare ugualmente. Come ad esempio conversare con Suad Amiry, a margine dell’incontro tenutosi al Circolo dei Lettori di Torino il 28 ottobre scorso nell’ambito di “Aspettando Scrittori in città”. Al telefono, dopo un primo saluto esitante, il ghiaccio si scioglie immediatamente, grazie al calore che promana dalla voce di Amiry, dalla sua meravigliosa, curiosa e vivace loquela italiana. La conversazione saltella qua e là, rimbalzando fra inglese e italiano: il Medio Oriente, le sue letterature, alcune possibili conoscenze comuni, la complicata grammatica dei verbi riflessivi italiani. Dopo una buona, piacevolissima mezz’ora, si comincia con le domande sul suo ultimo romanzo, sulle sue città e sul Mediterraneo che ci unisce. Foto Columbia GSAPP su licenza Creative Commons.




La prima domanda voglio fartela sui luoghi. Damasco, Ramallah, Gerusalemme, Giaffa. Mi sembra di capire che le città, i posti, abbiano un ruolo importante nei tuoi romanzi e nella tua scrittura. È così? E quanto conta la tua formazione da architetto?
Sì, certo. Fino ad ora ho avuto tre vite diverse: una come attivista politica, una come architetto e poi più tardi, sui cinquant’anni, sono diventata una scrittrice. Per cui, il modo in cui guardo al mondo e la mia identità professionale sono più quelli di un architetto che di una scrittrice, devo dire. Sebbene ora io apprezzi la scrittura più dell’architettura. Sai, parlare di Palestina significa parlare di luoghi, di perdita dei luoghi. Gerusalemme in Golda ha dormito qui, che parla della perdita della casa. Giaffa, la città di mio padre e la perdita della sua casa. Riguardo a Damasco per fortuna non ho perso la casa di mio nonno lì, ma tutto il libro è mosso dalla paura di perdere Damasco a causa della guerra civile. Devo dire anche che Damasco nella mia infanzia ha giocato un ruolo molto importante, per la sua bellezza, le sue ville, le sue case – fra cui quella di mio nonno. Sono cresciuta nella città vecchia di Damasco, nei suoi vecchi suq, che sono fra i più belli in Medio Oriente. Tutto ciò lascia impresse nei tuoi occhi tantissime immagini. Per cui sì, ho un forte attaccamento ai luoghi. Cerco sempre di capire se un posto mi parla oppure no. Forse per questo mi occupo di architettura vernacolare; è l’atmosfera, la storia, lo spirito che le persone creano in questi luoghi che mi interessa. L’Italia è uno di quei paesi in cui i luoghi ti parlano. Ho una conversazione, un dialogo, uno scambio con i posti e con la natura. Per cui sì, hai ragione.

Credi che i luoghi siano solo contenitori di storie oppure li vedi come elementi vivi che influenzano le trame delle nostre esistenze. E quanto conta l’attaccamento ai luoghi per i Palestinesi?
Noi esseri umani siamo una specie legata ai luoghi, al paese, alla città, alla casa, alla strada in cui siamo nati. Sono stratificazioni di spazi che divengono parte delle nostre vite e famiglie. In quale terrazza mangiamo, in quale giardino giochiamo. Per cui i luoghi sono parte integrante di noi. Quando sei privato dei tuoi luoghi d’origine, come per i Palestinesi, le fondamenta della tua identità sono instabili. Rimani senza la possibilità di dire “vengo da questo posto”. Per esempio, quando mi chiedono di dove sono, non so bene cosa dire. Sono di Amman, dove sono cresciuta fino ai diciotto anni? Sono di Giaffa, di cui mio padre ha parlato per tutta la vita. Sono di Damasco o Beirut, dove ho speso la mia infanzia? Sono dell’Italia, in cui negli ultimi vent’anni ho passato molto tempo? I luoghi inoltre cambiano, come noi. Diventano moderni, brutti, caotici, si deteriorano, muoiono. Per cui per me sono assolutamente degli oggetti viventi, nonostante siano fatti di pietre. Nel mio lavoro di riabilitazione urbana dico sempre che, nei centri urbani, noi non riabilitiamo pietre, ma vite. Quello che conta sono le esperienze.

Nel tuo romanzo Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea Giaffa è descritta nel dettaglio. Il lettore scopre la città attraverso gli occhi del protagonista, Subhi, che nei primi capitoli fa una lunga passeggiata per la città con il suo abito inglese nuovo di zecca. Puoi dirmi qualcosa in più sul significato di questa città per i Palestinesi?
Prima di tutto cosa significa Giaffa per me. Ci sono due città che hanno avuto un forte impatto su di me. Una è Damasco, in cui ho vissuto da bambina e ho ricevuto amore e attenzione famigliare. È stata l’àncora della mia vita, mi dava sicurezza. Giaffa, invece, è il simbolo della perdita. Mio padre veniva da lì, la più grande città del Medio Oriente. Nel 1948, durante la creazione di Israele, Giaffa fu bombardata per tre giorni. Io sono cresciuta ad Amman, come figlia di rifugiati, e i miei, mia zia, non facevano altro che parlare di Giaffa e di quanto fosse bella. Ma io vivevo in Giordania, potevo solo immaginarla. Così quando ho scritto questo libro, sono stata felice di trovare questo personaggio, un giovane ragazzo di famiglia povera che grazie al suo duro lavoro come meccanico ottiene in premio un abito elegante inglese di cui è orgoglioso e che mostra alla città, così che noi lettori possiamo scoprirla attraverso i suoi occhi. Quel ragazzo ha l’età di mio padre quando viveva a Giaffa. Attraverso i suoi occhi mi appare una città vivace, un porto aperto, Giaffa la ricca, con le sue arance, le diverse comunità: arabi, ebrei, italiani, libanesi etc. Tipica città mediterranea. Ma la guardo anche attraverso gli occhi di mio padre. Ovviamente, per scrivere il romanzo ho dovuto fare le mie ricerche, ho letto molti libri, e pertanto sono stata in grado di ricostruirla com’era prima del ’48, perché la storia si svolge nel 1947 proprio per mostrare quanto fosse bella quella città, che aveva due appellativi che mi piacciono molto: uno è “sposa del mare”, e il secondo “città degli stranieri”, che accoglieva rifugiati da ogni parte del mondo (Algeria, Egitto, Libano). Cosa che dobbiamo imparare nuovamente oggi.

Giaffa oggi è una città israeliana. Qual è, se c’è, la tua relazione con la letteratura israeliana? Ritieni che ci sia una sorta di competizione con gli scrittori israeliani per raccontare gli stessi posti da prospettive e storie diverse?
Affatto, non sono in competizione con loro. Non è una posa, anche perché non ne ho letti molti. Quando scrivo, scrivo le mie storie, non c’è competizione. Ci sono i sentimenti, la mia storia personale. Racconto di me come palestinese, ma le mie storie non sono mai ideologiche, rifuggo i cliché politici o la competizione. Voglio raccontare cosa la guerra voglia dire per gli individui. Voglio che il lettore venga fuori dai miei libri ricordando un personaggio. Da Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea si esce ricordando la storia di Subhi e Shams e ciò che accadde loro durante la guerra del ’48. Un capitolo che pochi conoscono. Credo che non ci debba mai essere competizione nel dolore, in chi ha perso di più o di meno. Il dolore è un fatto strettamente personale. Ma questo non vuol dire che, nel profondo della mia coscienza, io non voglia far sapere al mondo cosa è successo a noi Palestinesi. Spesso sento che la simpatia per Israele, per ragioni storiche, impedisca alla gente di vedere cosa abbia voluto dire creare uno stato, Israele appunto, sopra un luogo già esistente chiamato Palestina. Un luogo e un popolo. Siamo stati cacciati dalle nostre case, scuole, ospedali, per far spazio a un nuovo Stato.

Quando scrivi immagini un lettore prevalentemente palestinese oppure internazionale? Parli soprattutto alla tua comunità o al mondo?
Onestamente, nessuno dei due. Penso solo alla storia. Mi piace definirmi una hakawati, una cantastorie. In generale, nella vita, non solo nella scrittura, mi piace raccontare storie, barzellette, aneddoti. Mi ci è voluto un po’ per capire che la narrazione è l’essenza della scrittura di un libro. Prima pensavo che si trattasse di saper padroneggiare una lingua sul piano grammaticale. Invece ho scoperto che, essendo una hakawati e avendo molte storie da raccontare, potevo diventare scrittrice. Scrivere è prima di tutto una terapia per me stessa. È difficile descrivere quanto io sia calma, tranquilla e felice quando mi siedo a scrivere. Molti scrittori mi raccontano che soffrono molto nello scrivere e riscrivere; per me invece, se mi chiedi quali sono le cose più piacevoli della vita, ti rispondo: camminare nella natura, nuotare e scrivere. Per me si tratta di raccontare la storia che ho in mente. Se davanti a una storia pensiamo subito al lettore, partiamo già in perdita. Nel tempo ho scoperto una cosa grandiosa: che i lettori sono così intelligenti e così sensibili che sanno benissimo quando sei commossa, quando qualcosa ti tocca, quando parli dal profondo del cuore, rispetto a quando dici sciocchezze e non sei in vena di scrivere. È solo sotto questo aspetto che penso al lettore: una persona sensibile e intelligente che devo rispettare. Non importa che sia palestinese, italiano, arabo… Ma posso dirti che quando ho scritto Sharon e mia suocera, il mio primo libro, ero preoccupata che la comunità dicesse “ah, ma questa storia la conosciamo già, cosa c’è di nuovo?” Ma con mia grande sorpresa, la comunità che mi ha accolto e celebrato di più – oltre all’Italia, ovviamente – è la comunità palestinese di tutto il mondo.

Il supporto per la causa palestinese è sempre più appannaggio di una minoranza. Gli ultimi sviluppi, quali il riconoscimento statunitense di Gerusalemme come capitale di Israele, o i cosiddetti recenti Accordi di Abramo, hanno sollevato debolissime reazioni in occidente. Credi che ci sia ancora qualche istituzione internazionale oppure una forza di movimento che supporti autenticamente la causa dei palestinesi?
Cosa possiamo aspettarci dalla combinazione di Trump e Netanyahu... I peggiori politici – o forse i peggiori esseri umani – mai esistiti nella storia. Sono molto contenta che ci siamo liberati di uno di essi e non vedo l’ora di sbarazzarmi dell’altro. È vero, a volte noi palestinesi abbiamo la sensazione di non avere abbastanza sostegno dai governi, ai quali in fondo interessano solo i benefici economici. Israele purtroppo è diventato uno dei principali fornitori di armi nel mondo, ha i sistemi di sicurezza e sorveglianza più avanzati del mondo. Perciò, ha il supporto dell’Europa e dell’America. Non è un supporto ideologico, secondo me. Non sono sionisti, semplicemente ne traggono un beneficio economico. Abbiamo invece il sostegno dei popoli. È vero, cause come quelle della Palestina, anche in Italia, erano molto più seguite nella generazione precedente, la mia generazione, quella degli anni ’70 e ‘80. Oggi i giovani, in Italia e nel mondo, sono molto più preoccupati del loro consumismo, oppure stretti dal precariato cercano di trovare lavoro, per cui la politica è messa da parte. Ma voglio dire questo: nessuno può dare a Israele la legittimità che cerca, se non i palestinesi. Israele può anche avere il riconoscimento del mondo intero, ma, se noi non accettiamo la sua occupazione, non avrà mai legittimità. Continuano a guardarsi in giro per il mondo, pur di non guardare noi. Per non essere giusti nei nostri confronti. Quello che dico agli Israeliani è: “cari miei io ho bisogno di ciò di cui voi avete bisogno. Le stesse cose. Uno stato. La terra. L’acqua.” Non c’è motivo al mondo per cui gli Israeliani debbano consumare il 90% delle risorse idriche – dato che il numero della popolazione è identico, 5 milioni di israeliani, 5 milioni di palestinesi. Devono guardarci negli occhi e avere la forza di fare la pace. E sono sicura, fidati, che andrà come in Sud Africa, dove de Klerk arrivò e si rese conto che la pace non poteva che essere fatta con gli africani, la maggioranza della popolazione.

Torniamo al tuo Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea. Un altro elemento cruciale del libro è la Naqba (la Catastrofe). Ha un effetto dirompente sulla vita dei protagonisti e credo che tu abbia voluto mostrare l’impatto della storia collettiva sulle traiettorie di vita individuali. Quanto spazio occupa la Naqba nella cultura palestinese? Pensi che si sia rimasti incastrati in un discorso vittimista (di victimhood)?
No, non c’entra il vittimismo. La Naqba, che vuol dire la Catastrofe, è uno dei punti di svolta nella storia dei palestinesi. È avvenuta nel 1948. La promessa dei britannici di dare agli ebrei uno stato in Palestina, ha significato che il 90% del popolo palestinese fosse cacciato dalle proprie case, scuole, città, luoghi di lavoro. Un immenso disastro. Immagina che i francesi decidano di venire a Roma e di trasformarla in una città francese. Cosa significherebbe? Significherebbe dover cacciare via tutti gli italiani dai propri luoghi. E questo è quel che è accaduto con la creazione di Israele, che non è nato su una terra vuota, ma nella terra dove vivevano i palestinesi. Quando hai ottocento mila persone sbattute fuori dalla propria patria costrette a rifarsi una vita da qualche altra parte, ovviamente vieni marchiato a vita e ferito da un evento del genere; e non puoi fare altro che parlarne. Ma il problema non è il vittimismo, sono i sentimenti. Puoi far pace coi sentimenti solo quando ti viene data l’opportunità e il tempo di curarti, di avere una terapia. Però questa opportunità non c’è per i palestinesi, perché la Naqba continua ancora oggi. Mentre parliamo, gli israeliani stanno cacciando intere famiglie dalle loro terre, distruggono le loro case. Ad esempio a Silwan. Trump ha dato agli israeliani – non so a che titolo – il via libera per l’annessione del 30% delle nostre terre. Per cui la Naqba continua. Invece, il grande errore che credo i palestinesi abbiano fatto nel parlare della Naqba è quello di essersi focalizzati sulla perdita collettiva. Io penso invece che ciò che conti raccontare davvero sia la perdita personale. Per me il problema non è tanto perdere “la Palestina”, quanto la casa di mio padre, il vicino di casa, la scuola, il mare. Si parla sempre del fatto che abbiamo perso “la terra”, ma abbiamo anche perso il mare! La perdita è enorme. Certamente, c’è sempre speranza per la pace. Se i politici israeliani venissero con un po’ di senso della giustizia, proponendo di dividere la terra, oppure di vivere insieme come cittadini con pari diritti, i palestinesi sarebbero pronti a perdonare. Ma come puoi perdonare se nemmeno te ne viene data la possibilità?

La tua vita professionale ti ha portato spesso a contatto con il mondo occidentale. Quanto credi che questo “Occidente” sia ancora malato di quella malattia culturale che Edward Said ha chiamato “orientalismo”?
La posizione dell’Occidente verso la questione Israele-Palestina ha tre livelli. Uno è il divario fra Oriente e Occidente, per cui quest’ultimo crede che l’Est (o anche il Sud) del mondo sia arretrato, ingenuo, sottosviluppato e via dicendo. Chi è andato in Iraq, senza nemmeno saperlo, ha distrutto un mosaico culturale di religioni, tradizioni, gruppi etnici. E poi si vantano di essere una democrazia. Si badi bene, non sto difendendo Saddam Hussein. Ma sto parlando di un Medio Oriente in cui siamo abituati a vivere insieme, fra diversi gruppi etnici e religiosi. Da secoli. Per cui credo che ci sia una mancanza di comprensione di che cosa sia effettivamente l’Oriente. L’Occidente crede di essere il simbolo della democrazia, del vivere comune; non è vero. Giusto ieri, nella Seconda guerra mondiale, sono accadute le peggiori atrocità. Per cui sì, c’è ancora molto orientalismo nel non comprendere cosa sia l’Oriente, o a volte nel romanticizzarlo. Il secondo aspetto riguarda Israele. Il sionismo esisteva certamente prima della Seconda guerra mondiale, ma la nefasta storia di come gli ebrei sono stati trattati in Europa, specialmente durante il periodo nazista, le atrocità, i crimini, il razzismo. Tutto questo ha creato un senso di colpa. Giusto, peraltro: gli Europei debbono sentirsi in colpa per quel che hanno fatto. Ma al contempo, questo non dà a Israele il diritto di occupare un altro popolo e privarlo dei propri diritti. Sono due questioni diverse, sebbene i sionisti cerchino spesso di mescolarle. Questo senso di colpa si riflette nel presente. Noi siamo per l’uguaglianza di arabi, ebrei, musulmani, neri, di qualunque essere umano, anzi di qualunque specie. Terzo livello, è la cruda realtà degli scambi economici. Israeliani ed Europei hanno un sacco di accordi, scientifici, militari. I cinque paesi che vendono armi e creano guerra in questo mondo sono Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Italia e Israele. Ribadisco comunque, che dobbiamo distinguere i governi dai popoli. Ci sono ancora tanti movimenti che supportano il popolo palestinese.

In Italia c’è sempre grande interesse per i tuoi libri e sembri avere una connessione speciale con questo paese. Come mai?
Mi piace questa domanda. La prima volta che venni in Italia avevo solo diciotto anni e studiavo architettura. Andai a Roma, Firenze, Venezia, Milano e mi dicevo “Oh mio dio, questo è tutto ciò che sto studiando”. È un paese che è pieno di bellezza, bellezza, bellezza. Gli italiani non si rendono conto – o forse sì – di quanto siano fortunati. Parlano sempre del loro cibo, ma io credo che ci sia molto altro. A dirti la verità, la mia relazione con l’Italia ha anche a che vedere con il Mediterraneo. Credo che la mia identità più forte sia quella mediterranea. Attorno a questo bacino mi sento a mio agio. Che io vada in Marocco, in Grecia, Italia o Spagna, sento comunque di appartenere a questo bacino d’acqua. Non dimentichiamoci che nel diciottesimo secolo, e già da prima, esisteva una lingua mediterranea, il Sabir, mezza arabo, mezza berbero, mezza italiana, turca etc. Bisogna ricordarselo, perché emotivamente siamo molto vicini. Poi c’è una seconda e, devo ammettere, più profonda ragione. Sono cresciuta nel mondo arabo fra Damasco e Beirut, e negli anni ’50, ’60 e anche ’70, c’era lì una grande speranza, di svilupparsi in società aperte, plurali etc. Purtroppo il Medio Oriente non è stato molto fortunato, a cominciare dalla Palestina, poi il Libano, e poi guerre su guerre. Paesi distrutti. In Italia mi sento in pace. Per me l’Italia è quello che la Palestina avrebbe potuto essere se non fosse stata invasa dai sionisti. Ciò che Beirut avrebbe potuto essere se non avesse avuto tutti i suoi problemi politici. Per cui, in parte, sento che l’Italia è un po’ il sogno futuro del Medio Oriente. Ciò che noi abbiamo perso e non so quando tornerà. Io sono anche molto secolare e mi disturba il fatto che il Medio Oriente sia divenuto così religioso. A volte, a livello personale, mi dico che devo godermi la vita, e l’Italia è il posto che mi dà gioia, mi dà bellezza. Devo dire che, leggendo i miei libri, gli italiani hanno ricambiato l’amore che io ho per questo paese.

Abbiamo aperto con i luoghi, chiudiamo sulla stessa nota. In quale città sarà ambientato il tuo prossimo romanzo?
Non so ancora molto sul mio prossimo romanzo, ma posso dirti che sarà un romanzo sulle città in cui ho vissuto. Con qualche storia da Amman, qualcuna da Damasco, Il Cairo, Beirut, forse l’Italia. Potrebbe essere una sorta di tour delle mie città. Ma stiamo a vedere. Credo sempre di star scrivendo una cosa, ma poi finisco per scrivere qualcos’altro. Proprio come è avvenuto per questa storia di Giaffa, che avrebbe dovuto essere la storia di mio padre e della sua casa. Ma poi accadde questo: nel ’48 i miei genitori divennero rifugiati in Giordania; e per vent’anni, fino al ’68, mio padre, come tutti i palestinesi, non poté tornare. Nel ’68 ottenne un permesso dagli israeliani per andare a Giaffa a vedere la sua casa. Arriva in città e va a casa sua. Bussa alla porta e una donna israeliana apre la porta. Le dice “Sono Mohammed Amiry e questa era la mia casa. Vorrei solamente visitarla. C’era la foto di mia madre appesa al muro, permettimi di prenderla e portarla con me ad Amman”. La donna si innervosisce, chiama il marito che inizia a gridare “Vattene, o chiamo la polizia”, sbattendogli la porta in faccia. Mio padre rimane lì, senza saper cosa fare. Piange e lascia la città, guidando verso Amman e arrivando estremamente depresso. Fu la prima volta che lo vidi piangere. Un momento che fu, e ancora è, per me molto triste. Mi salgono le lacrime agli occhi ora che ne parlo. Per effetto di quel momento così amaro, quando io andai a vivere in Palestina, a Ramallah, che è solamente a quaranta km da Giaffa, dal 1981 fino al 2018, decisi di non andare a vedere la casa di mio padre, per non affrontare quella situazione. Ma alla fine, nel 2018 mi sono detta “Avanti Suad, trova il coraggio, e affronta questa storia”. Sono andata con mio marito a cercare la casa di mio padre, ma non sono riuscita a trovarla. Probabilmente è stata demolita come migliaia di altre case arabe a Giaffa, proprio nel quartiere in cui abita Subhi, il protagonista del mio romanzo. Mentre tornavo a Ramallah in taxi ero molto triste e dissi che non volevo più scrivere una storia su mio padre, Giaffa e la sua casa. Ma il tassista mi stava ascoltando e mi disse: “Signora, deve venire a conoscere Shams”. “Chi è Shams?”, chiesi. “È mia zia e ha una storia incredibile”, e cominciò a raccontarmene una parte e fui subito conquistata. Così gli chiesi di venire il giorno dopo e di portarmi da sua zia. Mi siedo ad intervistare questa donna di ottantaquattro anni, che durante la Naqba aveva solo dodici anni, e lei comincia a raccontarmi la sua storia: una perdita dopo l’altra, una perdita dopo l’altra. Davanti a me c’era questa donna, estremamente pacifica, calma, mentre dalla sua bocca uscivano parole tragiche, una tragedia greca in effetti. E così sono finita a scrivere Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea, la storia di Subhi, il giovane uomo che indirettamente rappresenta mio padre, e Shams. Pensavo di scrivere una storia e invece ne ho scritta un’altra. Per cui il mio prossimo romanzo, caro mio, potrebbe essere un romanzo sulle città in cui ho vissuto, oppure qualcosa di completamente diverso.

I LIBRI DI SUAD AMIRY