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Intervista a Susy Galluzzo

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Nata in Calabria ma residente a Roma da tempo, Susy Galluzzo svolge la professione di avvocato ma ha una grande passione per la scrittura. Il suo esordio letterario è un romanzo che riesce ad affrontare senza ipocrisie temi piuttosto delicati e ancora troppo spesso taciuti. Riusciamo a contattarla tramite l’ufficio stampa della sua casa editrice, Fazi, e con lei affrontiamo questioni legate a maternità, fragilità, dolori, sensi di colpa, lettura e scrittura.




Qual è l’ispirazione da cui nasce il tuo romanzo Quello che non sai?
Nasce dallo sguardo sconvolto di un’amica, che mi confessò anni fa di sentirsi un mostro perché aveva sognato di essere libera, senza i suoi due figli. Nasce da varie confessioni che negli ultimi anni ho raccolto da amiche, colleghe, a volte anche semplici conoscenti, che mi hanno descritto le loro difficoltà, la loro stanchezza, lo scoramento che a volte assale il cuore e il corpo di una madre.

Si è trattato di un lavoro scritto di getto o sono state necessarie una lunga elaborazione e/o revisione? Quali sono, se ce ne sono state, le difficoltà che hai incontrato?
È stato un lavoro che ha attraversato un arco di circa tre anni e mezzo e ha sofferto di molte pause, soprattutto perché è stato uno strumento di elaborazione del lutto di mia madre. Ho avuto un coach di scrittura creativa, Christian Delorenzo, che non ha mai smesso di incoraggiarmi, facendomi iniziare dalle schede dei personaggi. È arrivato a farmi pensare, durante la mia giornata, cosa potessero fare o dove potessero essere in quel momento i miei protagonisti, come fossero vestiti, quale fosse il loro piatto preferito.

Sei un avvocato, anche piuttosto affermato. Da dove nasce la tua passione per la scrittura?
Viene da lontano. Da ragazzina pubblicavo poesie e novelle su alcune riviste. Poi, ho scelto un altro percorso, che mi ha dato molte soddisfazioni. Ma i sogni, le passioni, ti rincorrono, non ti mollano mai.

A quale tipo di pubblico hai pensato scrivendo la storia di Ella? A chi è rivolto il tuo romanzo?
Quella di Ella non è solo la storia di una maternità sofferta, ma anche di una grande solitudine, dell’incapacità di perdonarsi, di comprendere noi stessi e di chiedere aiuto. Questo può riguardare chiunque di noi.

Elemento determinante della storia che racconti è la consapevolezza dei contrasti e degli inciampi che occorrono nella vita e nel ruolo di madre. Si tratta secondo te, ancora di un argomento tabù? Ritieni se ne parli troppo poco?
Sì, assolutamente. Questo posso dirlo alla luce delle confessioni che mi sono state fatte, così aperte forse proprio perché non sono madre. Anche lo psichiatra Domenico Mazzullo, che mi ha supportato nella revisione degli snodi psicologi più importanti del romanzo, mi ha spinto a parlare di questo argomento, dopo aver avuto in cura tante pazienti che non accettavano di provare, in taluni momenti, sentimenti di ostilità verso i propri figli.

Hai trovato difficoltà a raccontare del rapporto di Ella e della figlia Ilaria senza esprimere giudizi e senza dare consigli?
Devo ammettere di no. Ho cercato però in ogni momento di trattare l’argomento con rispetto e con la soggezione di chi come me non ha figli, quello sì.

Esiste ancora, secondo te, la “famiglia del Mulino Bianco”, quella perfetta che non vive alcuno scivolone, oppure dietro ad ogni nucleo familiare è inevitabile trovare una sofferenza o un contrasto?
Siamo umani, fragili sensibili, fallibili. I due aspetti convivono.

Quando Ella diventa madre, immediatamente ogni altro ruolo perde colore. Secondo te, considerarsi solo ed esclusivamente madri aumenta la sensazione di inadeguatezza di questa donna e, di riflesso, di ogni donna?
Nel caso di Ella, c’è l’aggravante di aver rinunciato, a causa di un tragico evento, a una carriera che era la sua ragione di vita. Credo che sia sano preservarsi degli spazi, una propria identità, ma è pur vero che spesso non ci sono adeguati supporti alla maternità che concedano ad una donna di conciliare maternità, professione, amicizie, interessi.

Spesso, quando si rifugia nella casa della madre, Ella trova conforto nella musica, che pare lenire le sue angosce. Si tratta di qualcosa che aiuta anche te?
Sì, mi aiuta molto. In realtà la colonna sonora che mi ha accompagnato nella stesura è stata realizzata proprio da Christian Delorenzo, che ha selezionato pezzi di musica classica che potessero aiutarmi ad entrare nella mente di Ella e nella casa di sua madre.

Che tipo di lettrice sei? Hai un genere letterario preferito? Leggere ti ha aiutato nel tuo approccio alla scrittura?
Mi aiuta moltissimo. In questo momento sto leggendo L’Università di Rebibbia di Goliarda Sapienza. Voglio scrivere di vite nelle carceri femminili e penso che per un po’ mi accompagnerà questo tipo di letture.

I LIBRI DI SUSY GALLUZZO