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Intervista a Szilvia Molnar

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Nata a Budapest e cresciuta in Svezia, Szilvia Molnar ha lavorato come traduttrice durante il college e ora è direttrice dei diritti esteri per un’agenzia letteraria di New York. Farsi strada come autrice in un settore che conosce bene come l’editoria, ma con un ruolo diverso da quello consolidato, l’ha spinta a dare sempre il massimo e ancora di più, sapendo quanto sia competitivo il suo ambiente di lavoro. Szilvia si racconta in modo sincero e generoso su zoom dalla sua casa di Austin, Texas.



C’è una ragione che ti ha spinto ad allontanarti – almeno per un po’ - dal lavoro sui diritti esteri per dedicarti alla scrittura?
Sono nel settore dell’editoria dai tempi del college e all’interno di questo ambiente ci sono molte persone che ammiro e con cui mi piacerebbe lavorare. Non appena mi sono affacciata sulla scena internazionale, sono rimasta incantata da questo mondo e attratta dall’idea di scrivere, ma dovevo prima capire come ci sarei arrivata. È strano come quando pubblichi il tuo primo libro le persone parlano di un “debutto”, senza sapere veramente quanti libri hai provato o iniziato a scrivere prima di completare quello che viene pubblicato. La nursery è tecnicamente il mio terzo romanzo, ma solo il primo che sono riuscita a finire e pubblicare; credo che ciò sia legato anche alla maternità, avere una figlia mi ha davvero spinta a dare il massimo anche nella scrittura. È stata la combinazione di momento giusto e di una nuova determinazione che mi ha condotta qui. Mi piacerebbe scrivere altri libri, ma non per il piacere di scrivere in sé, lo farò se avrò qualcosa di importante da comunicare, non sento pressioni nel dover subito pubblicare altro.

Cosa hai imparato dal tuo lavoro nel dietro le quinte dell’editoria che ti ha facilitata nella scrittura e nella pubblicazione del tuo libro? E dal punto di vista eminentemente letterario invece c’è qualche autore da cui hai tratto ispirazione?
Tantissimi autori mi hanno ispirata. Ho imparato che, a causa dei tempi ridotti che si riesce a dedicare alla lettura e alla capacità di attenzione del pubblico, riuscire a descrivere il tuo libro in un paio di frasi aiuta a definire l’idea e il messaggio del romanzo e a conquistare i lettori. Nonostante ciò, la difficoltà di lavorare nello stesso settore, quando pubblichi un libro, è che conosci quell’ambiente talmente bene che è difficile non perdere la speranza e mollare, almeno all’inizio, perché sai quanto è difficile. Ho sempre amato la scrittura e il cartaceo, e, oltre che scrivere per me stessa, mi piace anche condividere storie che possano aiutare gli altri. E questo mi ha aiutata molto. In merito agli autori che mi hanno ispirata, ce ne sono tanti, sia del passato che ancora vivi. Pensando all’Italia, direi Elena Ferrante.

Il tuo stile di scrittura è diretto e sincero. È una tua caratteristica personale oppure pensi che sia stato lo stile più adatto a questo libro?
Mi fa piacere sentire che la traduttrice italiana, Francesca, sia riuscita a trasmettere le stesse sfumature nella traduzione e in qualche modo replicare lo stile originale in modo efficace. Ho iniziato a scrivere La nursery durante la pandemia di COVID-19, quando ho dato alla luce la mia prima figlia e sono rimasta incinta della seconda. È stata la combinazione di non avere molto tempo a disposizione per scrivere e allo stesso tempo portare il lettore al punto, pensando che potesse non avere tempo per sedersi e leggere 500 pagine. Ho sempre desiderato essere efficace e diretta. Il paradosso dei libri è che rispecchiano sempre alcuni aspetti dell’autore e alcune sue caratteristiche, ma si affidano molto anche allo storytelling e alla fantasia. Mi auguro che questo rifletta la parte trasparente, franca e onesta di me.

Nel libro chiami tua figlia Bottone. C’è un motivo particolare oppure è solo un soprannome per tutelare la sua privacy?
Mentre scrivevo il libro, ho provato a immaginare una versione romanzata di mia figlia come neonata, per renderla a tutti gli effetti uno dei personaggi principali del libro. Mi piacerebbe ricordare esattamente come mi è venuto in mente questo nome, ma di base mi piaceva l’idea di descrivere una neonata come qualcosa che si attacca, si aggrappa a te, non un oggetto appuntito o pesante, qualcosa di rotondo come un bottone, che non ferisce, ma è sempre talmente tanto agganciato a te che alla fine diventa quasi fastidioso. L’aver dato un nome di fantasia a mia figlia è anche un modo per il lettore di immedesimarsi ulteriormente, di vedere i propri figli come bottoni.

Uno suoi dei vicini di casa, Peter, viene a far visita alla protagonista e alla bambina quasi ogni giorno. Hai tratto ispirazione dalla tua storia personale?
Peter è un personaggio di fantasia al cui interno sono racchiuse molte persone da cui ho tratto ispirazione. È un’epoca difficile per vivere a New York, dove di vicini si incontrano per caso, si intravedono o se ne percepiscono solo gli odori, senza che ci siano veri rapporti o dialoghi con loro. Per rendere la storia più interessante, ho quindi pensato a un modo in cui una donna che non vuole uscire dal suo appartamento potesse entrare in contatto con qualcuno. Da lì l’idea di un vicino che bussa alla sua porta. E quindi ho pensato a chi potesse effettivamente essere questo vicino, quindi un uomo anziano, che sta elaborando il lutto per la perdita della moglie, che magari scende per lamentarsi dei pianti della bambina ma che allo stesso tempo vuole parlare con qualcuno e si instaura con il tempo una sorta di amicizia e rispetto reciproco. È un personaggio che si pone tra la donna e il marito, fuori per lavoro tutto il giorno. Inoltre, dopo il parto, una madre può essere molto felice per aver dato la vita a una nuova creatura, piena di possibilità e di futuro, ma allo stesso tempo può rimanere scioccata da un cambiamento così grande, difficile da accettare all’inizio in quanto cambia l’identità stessa della donna. Ho quindi utilizzato il personaggio di Peter per controbilanciare questo aspetto, quasi a farli incontrare al centro di una sorta di linea del tempo: la nascita della bambina da una parte, all’inizio della sua vita, e dall’altra parte la vecchiaia di Peter, vicino alla fine della propria vita.

Pensi di continuare a scrivere romanzi o La nursery è stato un’occasione speciale per mettere nero su bianco i tuoi sentimenti in merito alla maternità?
Scrivo da oltre dieci anni e mi piace, ma è stata la prima volta che ho davvero sentito una sorta di urgenza e di bisogno di raccontare una storia che potesse aiutare altre persone e altre donne, che dopo il parto possono anche essere colpite dalla depressione. Ho dovuto infatti crescere come persona e come scrittrice per dare il meglio di me in questo libro. Dopo tanti tentativi, questa esperienza mi ha aiutata a prendere molta più confidenza con la scrittura.

Qual è il messaggio che volevi trasmettere?
Spero che i lettori si sentano immersi e catturati dalla storia, perché non riguarda solo la maternità e la nascita. Altri temi vengono trattati, come l’identità, l’importanza di ricevere amore e supporto mentre si attraversano momenti difficili o peggio ancora la depressione.

I LIBRI DI SZILVIA MOLNAR