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Intervista a Tatjana Đorđević Simić

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Tatjana Đorđević Simić, giornalista di origine serba ma dal 2006 residente in Italia, collabora con molte riviste di geopolitica italiane e internazionali; attualmente scrive per Al Jazeera Balkans e per la versione in serbo della BBC; è membro dell'International Federation of Journalist e dal marzo 2020 è il Consigliere Delegato dell'Associazione Stampa Estera Milano. Ospite del Festival Passaggi di Fano, che ringraziamo per la disponibilità insieme all’ufficio stampa della casa editrice Besa Muci, l’autrice si presta volentieri ad un’intervista per Mangialibri e parliamo di ex Jugoslavia, di guerra, di nazionalismo, ma anche di amore e di libertà.




Con il tuo romanzo Il pioniere porti l’attenzione del lettore su una realtà non molto conosciuta, ma che ha stravolto gli equilibri di un intero Stato. Che ricordi hai della guerra? Ci sono aspetti del giovane Boško che riconosci come tuoi?
Si, una realtà molto vicina geograficamente, ma purtroppo poco conosciuta storicamente. Forse, proprio per questo motivo ho scritto Il pioniere. Boško, il mio protagonista ha vissuto tanta storia in queste poche pagine del libro che ho scritto. Dal bambino incosciente della realtà di uno Stato (la Jugoslavia) che stava per disgregarsi, dal ragazzo curioso e fiducioso durante gli anni Novanta quando la guerra stava per cominciare e lui non ne aveva nessuna consapevolezza, fino a diventare grande e lasciare tutto emigrando in un altro Paese. In Serbia non c’è stata la guerra civile nonostante la regione fosse “insanguinata fino alle ginocchia” per il suo ruolo dominante nelle guerre in ex Jugoslavia. Da maggiorenne Boško - quando si trova sotto le bombe della NATO che ha bombardato la Serbia nel 1999 - finalmente capisce che le guerre esistono veramente. Il mio protagonista a volte sembra il mio alter-ego, ma le vicende e le storie che lo riguardano non sono solo le mie. Attraverso questo personaggio ho raccontato anche la vita delle persone a me care, dei miei amici, insieme alle storie di alcuni conoscenti.

Come è possibile che, a tanti anni di distanza dalla guerra dei Balcani, ci sia ancora tanto odio tra persone che, prima di quell’evento drammatico, erano un unico popolo? È una questione esclusivamente politica, religiosa o cos’altro?
L’odio è una parola difficile e non è facile spiegare il conflitto che alla fine ha portato alla dissoluzione della Jugoslavia. Quello stato era fondato su principi di fratellanza e unità, i valori in cui lo stesso presidente Josip Broz Tito credeva, in cui anche il popolo credeva. Tito per un lungo periodo è riuscito a frenare i nazionalismi che esistevano anche prima tra i popoli di questo stato che, pur avendo le stesse radici, le stesse tradizioni e pur parlando la stessa lingua, appartenevano a religioni diverse. Nonostante siano trascorsi quasi trent’anni dalla guerra, oggi, gli stati indipendenti come Serbia, Croazia oppure Bosnia non hanno fatto ancora i conti con il proprio passato, si incolpano tra di loro. Tale situazione gioca molto a favore dei politici al potere, che spesso usano l’odio e il nazionalismo per i propri motivi politici, appunto. D’altra parte, nell’ultimo periodo c’è tanto movimento da parte dei giovani che vogliono cambiare, uscire da questo “stato di limbo”. Per esempio, in Croazia, alle elezioni amministrative per il sindaco di Zagabria recentemente è stato eletto il giovane attivista Tomislav Tomašević, membro del partito ecologico “Možemo/Possiamo”. È la prima volta dopo la guerra che accada che vinca un giovane di un movimento politico che guarda soprattutto verso il futuro.

In un passaggio del romanzo Boško afferma: “La mia libertà sottratta è la conseguenza della errata percezione delle generazioni precedenti, cieche di fronte a una politica oscura e a un regime che ha sfregiato le future generazioni”. Che cosa è per te la libertà?
Quando sei privo di libertà, riesci capire meglio cosa significhi essere liberi. Per esempio, la mia generazione negli anni Novanta non poteva uscire dal Paese, non si poteva viaggiare da nessuna parte. Oppure, durante i bombardamenti della Serbia nel 1999, c’era il coprifuoco e non si poteva uscire sulle strade. Il coprifuoco lo abbiamo sperimentato anche durante la pandemia qui in Italia, ma non è la stessa cosa. Le bombe e il virus non si possono paragonare. Ricordo bene che quando sono finiti i bombardamenti, siamo usciti tutti sulle strade, cantando e urlando “Siamo liberi, abbiamo vinto”. Sinceramente non so cosa abbiamo vinto, la NATO sicuramente no. Ma questa sensazione di libertà, in cui non ti nascondi più dalle bombe, è una sensazione unica. D’altra parte, nonostante in quel momento avessimo tutti pensato che da allora saremmo stati liberi, non era così. La libertà, in termini politici è condizionata e non è gratis, la devi meritare. Però, dal punto di vista dell’individuo, la libertà di scelta è un dono prezioso. Ogni individuo è libero di scegliere in che cosa vuole credere, che approccio vuole seguire.

Esiste un solo bene, la coscienza, e un solo male, l’ignoranza”. Vuoi spiegarci qual il significato che attribuisci a questa affermazione filosofica citata nel romanzo?
Questa affermazione è di Socrate, non mia. Ma credo profondamente che l’ignoranza sia la cosa più pericolosa. Essere ignoranti delle cose che ti circondano o accadono in un momento preciso, come per esempio l'inizio dei conflitti in ex Jugoslavia, ha portato a far scoppiare la guerra più crudele in Europa dopo il secondo conflitto mondiale. In queste circostanze, è molto facile manipolare l’opinione di coloro che non sono capaci di distinguere il bene dal male o di individuare da che parte stare. Certo, la guerra è una situazione complicata, ma anche nei tempi più difficili bisogna rimanere lucidi, se si vuole sopravvivere.

Nel romanzo scrivi che “la fortuna è questione di carattere e di ambizione”. Per difendere la propria dignità e la propria unicità quanto è importante avere una personalità forte che eviti il rischio dell’omologazione?
Non è facile rimanere obiettivi, soprattutto se si porta con sé un bagaglio molto pesante, quello del passato. Il passato non si può cancellare, ma si può affrontare. Forse Boško non è stato fortunato, perché ha vissuto una buona parte della sua vita in “stato di emergenza”. Ma è fortunato per aver capito che il vittimismo è una debolezza. Il suo passato scomodo a volte gli sembra una sconfitta, ma alla fine capisce che tutto quello che ha vissuto rappresenta la sua forza e l’ha reso la persona che è diventato: un uomo consapevole, razionale e felice.

Boško lascia la sua terra e arriva in Italia, trovando nel nostro paese un suo riscatto. Abbandonare un luogo così lacerato è l’unica forma possibile di “salvezza” e l’unico modo per ritrovare la speranza?
Nel periodo dopo la guerra, in Serbia, era quasi normale lasciare il Paese; soprattutto i giovani volevano andarsene per trovare una vita migliore e la normalità. Però, non siamo tutti coraggiosi. Non è facile lasciare, anche quando si tratta di situazioni difficili. L’essere umano tende a rimanere a lungo in una situazione anche se non è contento perché ha paura del cambiamento, ha paura della novità. Questo lo vediamo anche nelle situazioni normali, per esempio nelle relazioni emotive oppure si ha paura di cambiare il lavoro anche se non si è contenti. Non penso che abbandonare un luogo tormentato sia l’unica via di salvezza e l’unica speranza. Si tratta più dell'abbandono delle opinioni, delle convinzioni e dei pregiudizi dominanti in quel luogo e, nel caso di Boško esse sarebbero potute rimanere a lungo, forse per sempre, in qualsiasi paese lui si fosse trovato. Quindi, dipende molto dall’individuo, dalle scelte che opera e da come vuole vivere la vita, libero o imprigionato nel proprio passato.

Tu vivi da tempo in Italia. Come ti ha accolta il nostro Paese? Pensi che sia aperto all’accoglienza di persone provenienti da culture diverse o ritieni ci sia ancora molto da lavorare in questo senso?
Personalmente, in Italia mi sento come se fossi a casa mia. È un Paese che mi ha accettata e adottata. Ma nel libro scrivo che “Vivi qui da tempo, e rimani sempre uno straniero; anche se sei nato qui dai genitori stranieri, comunque sei considerato sempre uno straniero”. Questo è vero, perché le migrazioni in Italia sono ancora giovani e serve tempo. Per quanto l’Italia sia internazionale, è ancora provinciale, e questo si nota soprattutto nelle piccole città, dove alcune comunità straniere non sono ben accettate. Bisogna anche dire che alcune comunità provenienti da culture completamente diverse non si integrano bene, alcune non si integreranno affatto. Questo è il vero problema e bisogna lavorare ancora su questo aspetto.

In che modo pensi si possano aiutare le nuove generazioni ad essere maggiormente empatiche nei confronti di culture e stili di vita diversi, per evitare quella rigidità che Boško lamenta anche in alcuni suoi coetanei?
I giovani di oggi hanno i strumenti per diventare persone consapevoli e per capire meglio, se lo vogliono. I progetti educativi e culturali sono importantissimi in questo senso. Oggi si viaggia molto di più- a parte il periodo legato alla pandemia- e il movimento, il conoscere nuovi posti, nuove culture, arricchiscono la vita e le persone. Il flusso di informazioni è enorme, come mai prima. Bisogna solo saper scegliere in che cosa si vuole credere. Non è facile.

Ritieni che il tuo romanzo sia adatto anche ai giovani lettori? Quali insegnamenti potrebbero trarne?
Sì, penso che proprio i giovani di oggi debbano conoscere le altre realtà, le realtà che spesso riteniamo scomode e non ci riguardano perché non sono vicino. La Jugoslavia era un Paese a pochi passi dall’Italia, in qualche modo era una piccola Unione Europea. Il conflitto che è scoppiato lì potrebbe essere un esempio di ciò che non deve accadere mai più, in qualsiasi parte del mondo. Il mio libro parla della guerra, parla dell’odio, di nazionalismi, di pregiudizi, ma parla anche dell’amore e della libertà, le vere armi che combattono tutto.

Per concludere, come immagini il futuro della regione dell’ex Jugoslavia che, dopo trent’anni, rimane ancora profondamente divisa?
I Balcani da sempre sono un territorio tormentato, “producono più storia di quanta ne possano digerire”, come ha detto Churchill. I paesi dell'ex Jugoslavia oggi sono paesi indipendenti, ma non indipendenti da influenze e decisioni esterne, soprattutto da parte della comunità internazionale. Negli ultimi anni ci sono stati tanti progressi, soprattutto per quanto riguarda la forza di alcuni movimenti di giovani politici che vogliono lasciarsi il passato alle spalle e guardare verso il futuro, soprattutto quello europeo. D’altra parte, il dominio dalla vecchia politica in tutti paesi dell’ex Jugoslavia, per rimanere al potere, utilizza ancora l’odio e i nazionalismi, manipolando l'opinione pubblica. Ci vuole ancora tanto sforzo, trent’anni sembrano tanti, ma in realtà non lo sono. È necessario che passi un'intera generazione per dimenticare o, per meglio dire, perdonare, perché alcune ferite non guariscono mai.

I LIBRI DI TATJANA ĐORĐEVIĆ SIMIĆ