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Intervista a Tea Ranno

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Ogni suo romanzo è un po’ ricordo della sua terra d’origine - quella Sicilia che ha lasciato da oltre vent’anni per trasferirsi a Roma - un po’ celebrazione dei sentimenti che davvero contano, l’amicizia tra tutti e un po’ nostalgia. E la stessa delicatezza che pervade le sue storie Tea Ranno la riserva a noi di Mangialibri, che la seguiamo con attenzione da molti anni (nel 2007 Tea ha vinto il Premio Mangialibri con il suo romanzo Cenere). Accoglie con entusiasmo la proposta di un’intervista e risponde con generosità e grazia a ogni nostra curiosità. Ecco cosa ci ha raccontato.



Nel tuo ultimo romanzo, Gioia mia, la terra è per Luisa - la protagonista - un’oasi di felicità, soprattutto nei suoi ricordi di bambina. Poi è legata al dolore della perdita e, quando Carmine le regala lo stesso appezzamento di terreno che la sua famiglia aveva dovuto vendere per pagare un debito, dopo un’iniziale titubanza, torna a essere motivo di gioia per la donna. Da dove nasce l’idea di partire dal legame con la terra per elaborare il progetto della tua storia? Si tratta di uno spunto autobiografico?
La terra, da quando sono andata via dalla Sicilia per vivere a Roma, è diventata fulcro di quasi tutti i miei romanzi: parto da Lei per raccontarla nella sua essenza di nutrice, di luogo d’origine e di appartenenza, di radici – nell’accezione non solo metaforica del termine – che ti fanno sentire parte di una comunità con cui condividi lingua e abitudini, vicende personali e collettive. In Gioia mia il riferimento alla terra rappresenta anche il desiderio di restituirle dignità e bellezza dopo le violazioni che contro di essa vengono continuamente perpetrate (“l’impazzimento” del clima ne è soltanto una delle espressioni).

Il tema della sorellanza, che porti avanti in tutti i tuoi libri, è molto presente anche nella storia di Luisa, che viene protetta dalla rete delle amiche nel momento in cui si ammala ed è più indifesa. Cosa credi che possa imparare un lettore uomo, quando si avvicina al tuo romanzo e legge di un legame così particolare e intenso tra donne?
Un lettore ci si può riconoscere: madri, zie, nonne, cugine, sorelle fanno parte della famiglia in cui uomini e donne convivono. Molti lettori mi hanno detto di rivedere nelle protagoniste dei miei romanzi persone che hanno molto amato, così come moltissime lettrici mi hanno detto di rivedere in don Nino Sapienza – il nonno di Luisa – il proprio nonno. La sorellanza di cui racconto è un sentimento di benevolenza e di forza: donne che si affiatano per portare avanti un’impresa, per sanarsi, per confortarsi, per trovarsi quando tutto sembra perduto. Davvero le donne, quando vogliono, sanno farsi l’una per l’altra “corda che ti tira fuori dal pozzo”.

Che cos’è per te l’amicizia, tra donne e non solo?
È un bene prezioso, un sentimento d’amore che dà felicità. Gli amici sono vicinanza, possibilità di contare su un altro in grado di capire le tue difficoltà senza che tu le esprima, capace di condividere i tuoi momenti neri ma anche quelli di contentezza grande, il tutto in una condizione di reciprocità che è la vera forza dell’amicizia, dove niente è scontato, predeterminato, assodato, ma in continuo divenire, con tutti i rischi di fratture e incomprensioni che ogni rapporto umano comporta. Perciò ci vuole molta cura.

Hai definito il tuo romanzo “un viaggio nel mare della scordanza”. Vuoi chiarire cosa intendi con questa definizione?
È un viaggio nel rimosso, in quelle parti di sé così insopportabilmente dolorose da averle dimenticate, ferite profonde che continuano a far male anche se blindate nella stanza più profonda del cuore. Il riviverle a distanza di tempo – quando si è più forti e in grado di gestire la sofferenza – permette di farci pace, di guadagnarsi un futuro libero da zavorre emotive capaci di intossicare le possibilità di felicità.

Quanto è importante perdonarsi, fare pace con se stessi - concetti che tornano in tutta la tua produzione narrativa - per andare avanti nella vita?
È indispensabile. La vita è impietosa, da ogni parte giungono colpi che non sempre si riesce a schivare. Già da bambini, quando si è meno corazzati, si subiscono affronti e violenze che ci si porta appresso per anni, credendosi, il più delle volte, colpevoli o responsabili di esse. Bisogna guardarsi dentro e cercare di scindere le responsabilità proprie da quelle altrui, dare un senso al dolore, farci pace, e questo è possibile solo attraverso un lavoro di accettazione e superamento, che spesso passa – ma non solo – attraverso il perdono.

Dove hai trovato ispirazione per la figura di Giona - che già era apparso in Terramarina e torna in Gioia mia - personaggio poetico e bellissimo?
Dalla fotografia di una bottega che aveva per insegna la scritta: “Qui si riparano ricordi”. Fu una suggestione forte, un seme che lentamente mise radici: chi potrebbe riparare i ricordi, mi chiesi. Per risposta mi si parò innanzi un “vecchio” saggio, un uomo esperiente della vita, capace di alleviare i dolori altrui, dunque un medico, ma non un medico qualunque, uno saputo della mente e dei suoi processi, dei sentimenti e delle sue violazioni, in grado di curare i mali del corpo ma anche quelli dell’anima. Ecco, Giona è nato così. Poi, una volta posato sulla pagina, ha preso vita propria e mi si è rivelato per come mai avrei creduto. È un personaggio che amo moltissimo.

La lingua siciliana che utilizzi in tutti i tuoi romanzi, così poetica e musicale, sembra una vera e propria necessità. Ed è strano notare questo aspetto in una persona che vive da oltre vent’anni lontano dalla sua terra d’origine. Quanto sei legata all’idioma siciliano? In cosa, secondo te, arricchisce i tuoi scritti?
La lingua siciliana è stata la prima delle forti mancanze patite dopo l’abbandono della Sicilia (vivo a Roma da ventisette anni), così, per avvertire meno il dolore dello strappo, per vivere virtualmente in un luogo amatissimo, ho cominciato a scriverne e, visto che raccontavo proprio quella terra, con tutto ciò che la connota, non ho potuto prescindere dalle sonorità dalla lingua. È una necessità, sì. È essere dentro una bolla spazio-temporale che mi permette di realizzare meglio l’illusione di vivere lì. La lingua siciliana dà ai miei scritti un’impronta lirica, credo sia questa la sua ricchezza.

Che tipo di lettrice sei? Cosa ami leggere? Cosa detesti? Quale libro hai sul comodino in questo momento?
Leggo moltissimo, ma prediligo le storie scritte bene. Detesto le approssimazioni stilistiche, la banalità di una lingua standard, le storie preconfezionate con un tanto di suspense, un tanto di erotismo, un tanto di “esotismo”, un tanto di poliziesco, molti luoghi comuni e l’ammicco a ciò che è commercialmente utile. Sul comodino ho i libri di Chaim Potok, ma anche quelli di Elisabeth Strout, di Rosetta Loy e Irène Némirovsky. Sono tutte riletture.

Per concludere, quali sono i tuoi prossimi progetti? Stai già lavorando a qualcosa?
Il progetto più importante è quello che mi vede fuori dalla Sicilia. Tornerò in terra d’amurusanza, ma non presto (Giona, Agata la Tabbacchera, Violante, Toni Scianna e gli altri sapranno avere pazienza), adesso voglio indagare altri luoghi, altre difficoltà, calarmi in un presente così pieno di contraddizioni da confondermi: scrivere mi permette di capire, di prendere uno dei tanti fili di questo reale così composito e vedere dove mi porta.

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