Intervista a Thomas Gunzig

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Thomas Gunzig - classe 1970, belga, già sceneggiatore di Dio esiste e vive a Bruxelles - racconta nel suo ultimo romanzo pubblicato in Italia da Marcos Y Marcos la vita, le sue difficoltà e le sue finzioni insieme al ruolo della letteratura e dell’universo editoriale. E racconta anche di come coraggio e risolutezza possano mutare il corso del destino, anche quando sembra che non ci sia via d’uscita. L’ufficio stampa della Marcos Y Marcos – che ringraziamo – ci ha messo in contatto con il poliedrico autore, che si è prestato con estrema cortesia a soddisfare la nostra curiosità e a rispondere, con sincerità e onestà, alle domande di Mangialibri. La foto è di Corentin Van den Branden.




Nel tuo ultimo romanzo affidi a Tom la tua definizione di “feel good book”, un libro che faccia stare bene e presenti la vita da un’angolazione positiva. Hai applicato tu stesso queste regole nella stesura del romanzo?
Scrivo romanzi da quasi trent’anni e mi è sempre stato detto che quello che facevo era oscuro e violento. Ho voluto allora scrivere un romanzo nel quale fossero presenti più o meno questi aspetti, ma che contenesse anche più luce. Il risultato è stato Feel good, che per certi versi segue la dinamica propria del genere, ma per altri versi è abbastanza fedele a quella forma di humor nero che a me piace molto.

In Feel Good Alice e Tom sono due perdenti: una ha perso il lavoro e l’altro è un romanziere che si dà molto da fare, ma senza successo. D’altra parte, Séverine - l’amica d’infanzia di Alice - è completamente diversa, appartiene a una famiglia abbiente ed è poco empatica. Che percentuale c’è di te nei tre personaggi?
Alice rappresenta tutte le mie ansie materiali. Queste ansie agiscono su di me in modo molto profondo, mi costringono ad agire. La paura della miseria mi costringe ad alzarmi la mattina, a lavorare tutti i giorni e a concedermi solo molto raramente qualche giorno di ferie. Quindi direi che sono per il 45% Alice. Tom è ciò che sono come artista. Ha questo desiderio, a volte contraddittorio, di essere perfettamente fedele a ciò che è e allo stesso tempo di ottenere un certo riconoscimento pubblico. È complicato, perché spesso il riconoscimento pubblico si ottiene solo facendo concessioni rispetto a ciò che vogliamo davvero raccontare. Direi che sono per il 45% Tom. Non sono mai stato veramente Séverine. O meglio, lo sono stato solo per brevissimi istanti, di cui in realtà mi vergogno un po’: quando ho firmato buoni contratti, che mi hanno dato l'illusione di avere un po’ di soldi e di sicurezza economica, ho sentito vagamente la facilità, il distacco, la tranquillità che derivano dal comfort materiale. Potrei essere al 10% Séverine.

Da dove nasce la tua esigenza di affrontare diversi generi letterari, e sempre in maniera piuttosto singolare, spesso cambiandone i codici?
Vorrei essere uno scienziato. Mi piacciono lo spirito e il metodo scientifico. Penso che il mio approccio alla scrittura a volte sia di tipo scientifico, nel senso che mi piace sperimentare. Quindi mi interessa comprendere un genere letterario così come si cerca di comprendere un fenomeno. E una volta compreso appieno, cerco di utilizzarlo per il mio lavoro. L’ho fatto con il genere horror nel libro 10 000 litres d’horreur pure. Modeste contribution à une sous-culture, con il poliziesco in Manuel de survie à l’usage des incapables e anche con il genere “Feel Good” in Feel good, appunto.

Ritieni che le ansie di Tom e Alice siano comunemente riscontrabili nell’uomo moderno o credi che i due siano particolarmente sfortunati e, diciamo, casi unici?
Ritengo che nella “classe media” le ansie di Alice e Tom siano molto presenti. Non conosco persone che non abbiano paura del domani, che non si sentano vulnerabili di fronte alle sfide dei grandi cambiamenti, che non si sentano impotenti di fronte alle crisi che stiamo attraversando. Non credo affatto che Alice e Tom siano casi unici.

Hai vissuto sulla tua pelle alcune delle loro angosce?
Sì, certo. Ovviamente. Le ho vissute e le vivo ancora, nel quotidiano.

Nel romanzo racconti alcuni aspetti legati al mondo dell’editoria, di cui in genere si preferisce tacere: la solitudine, la gelosia, l’incomprensione tra scrittori. Perché hai deciso di parlarne?
È una realtà che conosco molto bene. Mi ha sempre colpito come la gente non si renda conto che si tratta di un contesto in tutto e per tutto uguale alle più svariate realtà del mondo. Ci sono davvero gelosia, brutalità, cinismo. Ma ci sono anche fratellanza, ammirazione e altri aspetti interessanti. Credo che sia sempre giusto che un lettore sia messo a conoscenza di una realtà nella maniera più onesta possibile.

Che cosa occorre per fare di un libro un libro di successo?
Non lo so affatto e penso che nessuno lo sappia davvero.

Che cos’è scrivere, che cos’è la letteratura per Thomas Gunzig?
È qualcosa che cambia continuamente nel corso delle ore e dei giorni. È una grande gioia e anche un dolore, è qualcosa che voglio continui fino alla mia morte e qualcosa cui voglio rinunciare il prima possibile. È una ricerca costante, a volte è fonte di delusione e talvolta di immensa felicità. È l'occasione per cercare di capire il mondo, le persone e la vita. È un modo per essere qualcosa in più rispetto a se stessi. È un modo meraviglioso per trascorrere le giornate, ma è anche un lavoro che ti isola e a volte ti rende straniero al mondo. Allo stesso tempo, tuttavia, è un'attività che ti connette con chi ti circonda e con i tuoi lettori. Per concludere, penso sia il modo migliore che sono riuscito a scovare per cercare di essere umano.

I LIBRI DI THOMAS GUNZIG



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