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Intervista a Tibor Fischer

Negli ultimi mesi abbiamo intercettato Tibor Fischer una prima volta di passaggio a Milano nella sede della Marcos y Marcos, dopo essere stato a Ivrea, ospite del festival La grande invasione, e poi in occasione dell’edizione del ventennale di Più Libri Più Liberi, l’evento editoriale più importante della Capitale, dedicato agli editori indipendenti italiani. In entrambi i casi con Fischer un appuntamento telefonico, tra un impegno e l’altro, che si trasforma in una piacevole chiacchierata che - conoscendo il tipo - non poteva che prendere una piega particolare riguardo alla filosofia, alla zetetica, all’onestà che non porta al successo e alla scrittura.



Baxter Stone, protagonista di Come governare il mondo, è “una calamita di calamità”, come viene definito dal cameraman Semtex che lo segue nei suoi lavori. È un personaggio estremo, quindi, che polarizza le sfortune e si pone antipodi rispetto a un’altra tua figura, Eddie Coffin - protagonista de La Gang del pensiero - incredibilmente baciato dalla fortuna. Perché scegli sempre questi personaggi limite per i tuoi romanzi?
Effettivamente mi rendo conto si tratti di figure piuttosto inusuali, ma è difficile scrivere di qualcuno che non abbia caratteristiche peculiari che lo rendano interessante. Baxter è un personaggio singolare, che fatica a tenersi il lavoro e combatte perennemente con la malasorte e con il cambiamento dell’industria televisiva, per la quale anche io stesso ho lavorato negli anni Ottanta. All’epoca si trattava di un’occupazione ben remunerata, che prevedeva parecchi benefit e quindi era un lavoro appetibile. Poi tutto è cambiato, molti hanno lasciato l’attività e, per un documentarista, per esempio, decidere di fare altro è diventato piuttosto complicato. Eddie, poi, è un personaggio ancora più catastrofico. Baxter, se non altro, riesce a occuparsi di un lavoro che si svolge dall’altra parte del mondo, anche se non è l’essere umano più fortunato della Terra.

Dio, nel tuo ultimo lavoro, è un Concessionario, qualcosa quindi di molto pratico e commerciale, che evita accuratamente di dare una mano ai miseri, come se tutto ciò costasse troppa fatica persino per lui. Sembra quasi che, così come per Londra, tu voglia mostrare l’altra faccia della medaglia, la faccia buia della Luna relativamente a ogni persona, città o divinità. È così?
Hai ragione. Sono stato accusato parecchie volte di cinismo e pessimismo. Non è qualcosa di voluto. Credo sia un riflesso del mio temperamento. Sono cresciuto a Londra - ovviamente gli atteggiamenti e i comportamenti cambiano invecchiando - ma quando ero giovane era tutto più divertente rispetto ad ora. Era tutto più accessibile e non te ne fregava nulla se eri costretto a dormire sul divano a casa di qualcuno o se non ti nutrivi abbastanza. Poi c’erano coloro che lasciavano la città, perché desideravano vivere altrove o cercare un lavoro altrove o vivere in campagna. La differenza rispetto a quel periodo sta nel fatto che, negli ultimi dieci anni, i professionisti- avvocati, insegnanti, giornalisti- appartenenti alla classe media lasciano Londra perché è divenuta invivibile. Lo stipendio non è più sufficiente. Quindi molti si trasferiscono con la famiglia in luoghi meno costosi. Parecchi, poi, tra i venti e i trent’anni, se ne vanno, che so, a Berlino, perché lì la vita costa meno. Vivere a Londra è duro, a meno che tu non sia davvero ricco.

Ironia e cinismo sono presenti nei tuoi libri. Quale delle due caratteristiche, secondo te, è meglio coltivare nella vita? Perché?
Probabilmente ciò che serve maggiormente nella vita è l’ottimismo. Io ci ho provato, ma con me non ha funzionato. Anche essere realisti credo aiuti davvero molto. Per quel che mi riguarda, mi piace pensare che compenso, quando non riesco ad essere troppo ottimista, con il senso dell’umorismo.

Il tuo libro è un mondo che non ti aspetti e l'intera vicenda è permeata di fatalismo. Ciò corrisponde al tuo personale modo di vedere la vita o è qualcosa che hai semplicemente voluto sperimentare nel tuo lavoro?
È inevitabile mettere un po’ di sé nelle proprie produzioni, ma un romanzo deve essere un po’ più di questo. I punti di vista presentati nei miei lavori non sono sempre e necessariamente i miei. Trovo non sia bello ripetere tutto il tempo solo e soltanto le tue idee. Personalmente ritengo che il terreno comune di ogni mio libro sia il senso dell’umorismo. Io ci provo davvero ad essere serio e a non scrivere battute divertenti, ma non ci riesco. Potrei, se mi puntassero una pistola alla tempia, scrivere un libro che non contenga battute, ma non sarebbe un buon lavoro, perché non corrisponderebbe a ciò che so fare. È in questo senso che vedo il fatalismo: è parte della mia natura, del mio destino, del mio fato produrre un certo tipo di libri. Come scrittore, ritengo si debba avere una sorta di intelligenza critica, che fa fare un passo indietro, guardare ciò che si sta realizzando e capire se ne valga la pena. D’altra parte, chiunque scriva sta sperimentando e cercando risposte, anche se il risultato a volte può sembrare debole.

Hai già un'idea per il tuo prossimo romanzo? Vuoi condividerla con i lettori di Mangialibri?
L’idea è la parte più semplice e può essere elaborata in un pomeriggio. Tutto quello che viene dopo è invece assai complicato. Dopo aver concluso Come governare il mondo mi ha stuzzicato l’idea di realizzare una non-fiction, per cambiare un po’. Mi interessa molto l’argomento della criptovaluta e negli ultimi tempi ho pensato spesso a come raccontare lo sviluppo e i cambiamenti verificatisi nel mondo della criptovaluta. Tuttavia, ho realizzato che si tratta di una realtà che si muove così rapidamente e cambia così velocemente che diventa complicato e difficile capirla e spiegarla, al pari della fisica quantistica. Penso, quindi, che tornerò ad occuparmi di fiction e proverò a scrivere un romanzo in cui la criptovaluta sia comunque parte della storia, perché ritengo di riuscire, in questo modo, a gestire meglio la complessità dell’argomento. Per quanto riguarda il resto, vivo a Budapest ora, ho un buon posto come insegnante e ho studenti cui sono piuttosto legato. Mi piace molto la città e trovo che sia più facile vivere lì piuttosto che a Londra e quindi penso che nel prossimo futuro me ne starò a Budapest, pensando al mio nuovo romanzo e alla criptovaluta.

Non mi vergogno a confessare che Eddie è un po’ il mio eroe. Naturalmente non per ciò che fa, rapinare banche, ma per il suo originalissimo modo di ragionare. Da dov’è sbucato un personaggio come Eddie Coffin?
Quando inizi a scrivere non sai mai cosa può diventare il personaggio che hai in mente e solo quando arrivi alla fine capisci quello che in realtà hai scritto e cosa sia diventato quel personaggio. Almeno questo è ciò che succede a me. Ho iniziato immaginando Eddie come a un filosofo e una pagina bianca, sapevo solo questo. Tutto è iniziato perché ho cominciato a riflettere sull’arrivo del nuovo millennio, a come sarebbe stata la società e allora ho pensato a Eddie, a un filosofo, che poi durante la stesura è diventato il personaggio che trovate nel libro. Ho voluto anche aggiungere il personaggio di Hubert: il dualismo tra i due porta avanti la storia, Eddie e Hub si trasformano a vicenda, e questo è fondamentale.v

A proposito del momento storico in cui hai scritto il romanzo, Eddie vive in una società vecchia di 25 anni, eravamo nel 1994. Secondo te come si troverebbe in quella del 2020? Cosa farebbe? Ci hai mai più pensato a lui?
Scrivere un romanzo è un processo molto impegnativo, per cui per me è difficile pensare di nuovo a Eddie, oggi. Ho cominciato a pensare a lui mentre mi trovavo a Brazzaville, in Congo. Mi sono detto che quello sarebbe stato un bel posto dove Eddie avrebbe potuto nascondersi dopo tutto quello che aveva combinato in Francia.

Come ti è venuta in mente la scena della seduta spiritica per richiamare lo spirito di Ipponatte?
Ho voluto citare lui perché mi piace molto la sua poesia e perché era famoso per essere un combinaguai, quindi ho pensato che sarebbe stato divertente farlo entrare nella storia. Ci sono scrittori che pianificano tutto, per me invece non è così, l’ispirazione arriva mentre sto scrivendo ed è quello che è successo per la scena di Ipponatte.

Pensando alla zetetica e alla verità perseguita da Eddie, mi viene in mente una cosa legata al senso dell’olfatto nella filosofia. Ho letto che Aristotele sosteneva fosse il più mediocre dei sensi, perché evanescente. Kant ne diffidava ritenendolo il più necessario ma anche il più ingrato. A me queste definizioni fanno assomigliare l’olfatto alla verità, che è altrettanto sfuggente, necessaria e, molto spesso, ingrata. Cosa ne penserebbe Eddie, secondo te?
In realtà non ci ho pensato, anche se è un concetto molto interessante. Così come Proust, in Alla ricerca del tempo perduto, ha utilizzato il senso gusto con la madeleine, io ho pensato di utilizzare un altro senso, tutto qui.

In un punto del libro, Eddie ragiona anche sull’onestà, sostenendo che la gente veramente onesta nessuno l’ha mai sentita nominare e che dunque essere buoni preclude l’accesso alla fama. Dice: forse la bontà è come un naso aquilino, come le sopracciglia folte. Sembra quasi che la bontà sia irraggiungibile come la verità...
Sono d’accordo, Eddie infatti riflette il mio pensiero, ciò che davvero penso, e cioè che raramente le persone buone raggiungono i vertici della società. Le persone di successo sono spesso arroganti e volevo esprimere questo concetto per bocca del mio personaggio.

“Inutile lamentarsi” è l’assioma della maggior parte dei sistemi filosofici. Al giorno d’oggi i canali social ci permettono di farlo, trasformandoci in piccoli e meschini rivoluzionari che alla fine non agiscono. Tu che hai studiato il linguaggio moderno cosa ne pensi di questo nuovo linguaggio? In cosa ci sta trasformando?
I greci pensavano che lamentarsi non portasse a nulla, in realtà è nella natura umana farlo per ciò che non si ha, ricercando costantemente il meglio, senza magari fare davvero qualcosa per ottenerlo, semplicemente continuando a lamentarsi. Per quanto riguarda i social media, sono capaci di tirare fuori il meglio ma anche il peggio dalle persone. Una volta, al pub trovavi sempre qualcuno che diceva cose inutili o scorrette o che criticava un altro. Ora tutto ciò si è ovviamente amplificato. Quando mi capita di usare i social media a volte scopro cose interessanti, ma mi rendo conto che non mi posso fidare. Già è difficile avere fiducia nei giornali o nei media tradizionali, a maggior ragione i social media sono pieni di cose potenzialmente interessanti, ma a cui non sai se credere oppure no.

Quindi, parafrasando il titolo di un romanzo di Paolo Sorrentino: hanno tutti ragione?
Sui social, alla fine, nessuno ha ragione perché la verità devi sempre andartela a cercare altrove.

Ho letto che anche i fumetti della Marvel Comics ti hanno influenzato molto. Qual è il personaggio che preferisci?
I miei personaggi preferiti sono I fantastici 4, tutta la serie, ma in particolare l’edizione speciale numero 6 e naturalmente sono molto arrabbiato per le terribili trasposizioni cinematografiche.

Nel libro ipotizzi che ci sia un unico flusso di coscienza, che passa da un’epoca all’altra attraverso il tempo e lo spazio e che dunque “il male che fai lo fai a te stesso”. Si tratta di un pensiero molto interessante che mi piacerebbe tu approfondissi un po’...
Sì, è un concetto un po’ complicato che avevo e ho voluto inserire dentro al romanzo. Se pensi che la coscienza non sia limitata dal tempo c’è questo grande e unico flusso; se invece pensi che esista il tempo cronologico come fattore a quel punto la coscienza va avanti e indietro dolo in base a quello.

Che cosa ti spaventa di più di quest’epoca moderna? 
Trascorro molto tempo a Londra e trovo che le grandi città siano deprimenti. Cioè, ti rendi conto che in una città così c’è poco calore e poca umanità. Ciò che mi spaventa è questo: un futuro simile in tutto il mondo, fatto di grandi metropoli senza calore, mentre basta uscire da Londra per trovare gente diversa, un contatto umano vero.

Com’è cambiata la tua scrittura dall’esordio con Sotto il culo della rana?
Quando ho iniziato a scrivere La Gang del pensiero sapevo che sarebbe stato il mio libro più stravagante dal punto di vista linguistico. Per certi versi è un po’ il mio personale Finnegans Wake. Ho cercato di usare un linguaggio particolare ed è buffo il fatto che i non inglesi che hanno letto il mio libro in lingua originale lo hanno trovato divertente, mentre le persone di madrelingua mi chiedevano come mai avessi usato un linguaggio così strano. Da allora, la mia scrittura è cambiata perché anche io sono cambiato e non mi piace ripetermi. E poi sono diventato meno paziente. Il mio linguaggio è più semplice, concreto e lineare. Ad esempio, il libro che ho appena consegnato al mio agente potrebbe essere legato a La Gang del pensiero, perché si parla di crimine ed è ambientato nel sud della Francia, ma il linguaggio e completamente diverso.

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