Intervista a Tibor Fischer

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Abbiamo intercettato Tibor Fischer di passaggio a Milano nella sede della Marcos y Marcos, dopo essere stato a Ivrea, ospite del festival La grande invasione. Un appuntamento telefonico, tra un impegno e l’altro, che si trasforma in una piacevole chiacchierata a proposito della riedizione del suo esilarante romanzo incentrato sulle avventure di un filosofo briccone molto particolare. Dato l’argomento, l’intervista non poteva che prendere una piega particolare riguardo alla filosofia, alla zetetica, all’onestà che non porta al successo e alla scrittura.




Che effetto ti fa parlare di un tuo libro uscito più di vent’anni fa?
Naturalmente mi fa molto piacere che ancora se ne parli. Certo, è passato un po’ di tempo e forse alcuni dettagli non li ricordo perfettamente, ma sono davvero contento che le persone mi facciano domande su questo romanzo.

Non mi vergogno a confessare che Eddie è un po’ il mio eroe. Naturalmente non per ciò che fa, rapinare banche, ma per il suo originalissimo modo di ragionare. Da dov’è sbucato un personaggio come Eddie Coffin?
Quando inizi a scrivere non sai mai cosa può diventare il personaggio che hai in mente e solo quando arrivi alla fine capisci quello che in realtà hai scritto e cosa sia diventato quel personaggio. Almeno questo è ciò che succede a me. Ho iniziato immaginando Eddie come a un filosofo e una pagina bianca, sapevo solo questo. Tutto è iniziato perché ho cominciato a riflettere sull’arrivo del nuovo millennio, a come sarebbe stata la società e allora ho pensato a Eddie, a un filosofo, che poi durante la stesura è diventato il personaggio che trovate nel libro. Ho voluto anche aggiungere il personaggio di Hubert: il dualismo tra i due porta avanti la storia, Eddie e Hub si trasformano a vicenda, e questo è fondamentale.v

A proposito del momento storico in cui hai scritto il romanzo, Eddie vive in una società vecchia di 25 anni, eravamo nel 1994. Secondo te come si troverebbe in quella del 2020? Cosa farebbe? Ci hai mai più pensato a lui?
Scrivere un romanzo è un processo molto impegnativo, per cui per me è difficile pensare di nuovo a Eddie, oggi. Ho cominciato a pensare a lui mentre mi trovavo a Brazzaville, in Congo. Mi sono detto che quello sarebbe stato un bel posto dove Eddie avrebbe potuto nascondersi dopo tutto quello che aveva combinato in Francia.

Come ti è venuta in mente la scena della seduta spiritica per richiamare lo spirito di Ipponatte?
Ho voluto citare lui perché mi piace molto la sua poesia e perché era famoso per essere un combinaguai, quindi ho pensato che sarebbe stato divertente farlo entrare nella storia. Ci sono scrittori che pianificano tutto, per me invece non è così, l’ispirazione arriva mentre sto scrivendo ed è quello che è successo per la scena di Ipponatte.

Pensando alla zetetica e alla verità perseguita da Eddie, mi viene in mente una cosa legata al senso dell’olfatto nella filosofia. Ho letto che Aristotele sosteneva fosse il più mediocre dei sensi, perché evanescente. Kant ne diffidava ritenendolo il più necessario ma anche il più ingrato. A me queste definizioni fanno assomigliare l’olfatto alla verità, che è altrettanto sfuggente, necessaria e, molto spesso, ingrata. Cosa ne penserebbe Eddie, secondo te?
In realtà non ci ho pensato, anche se è un concetto molto interessante. Così come Proust, in Alla ricerca del tempo perduto, ha utilizzato il senso gusto con la madeleine, io ho pensato di utilizzare un altro senso, tutto qui.

In un punto del libro, Eddie ragiona anche sull’onestà, sostenendo che la gente veramente onesta nessuno l’ha mai sentita nominare e che dunque essere buoni preclude l’accesso alla fama. Dice: forse la bontà è come un naso aquilino, come le sopracciglia folte. Sembra quasi che la bontà sia irraggiungibile come la verità...
Sono d’accordo, Eddie infatti riflette il mio pensiero, ciò che davvero penso, e cioè che raramente le persone buone raggiungono i vertici della società. Le persone di successo sono spesso arroganti e volevo esprimere questo concetto per bocca del mio personaggio.

“Inutile lamentarsi” è l’assioma della maggior parte dei sistemi filosofici. Al giorno d’oggi i canali social ci permettono di farlo, trasformandoci in piccoli e meschini rivoluzionari che alla fine non agiscono. Tu che hai studiato il linguaggio moderno cosa ne pensi di questo nuovo linguaggio? In cosa ci sta trasformando?
I greci pensavano che lamentarsi non portasse a nulla, in realtà è nella natura umana farlo per ciò che non si ha, ricercando costantemente il meglio, senza magari fare davvero qualcosa per ottenerlo, semplicemente continuando a lamentarsi. Per quanto riguarda i social media, sono capaci di tirare fuori il meglio ma anche il peggio dalle persone. Una volta, al pub trovavi sempre qualcuno che diceva cose inutili o scorrette o che criticava un altro. Ora tutto ciò si è ovviamente amplificato. Quando mi capita di usare i social media a volte scopro cose interessanti, ma mi rendo conto che non mi posso fidare. Già è difficile avere fiducia nei giornali o nei media tradizionali, a maggior ragione i social media sono pieni di cose potenzialmente interessanti, ma a cui non sai se credere oppure no.

Quindi, parafrasando il titolo di un romanzo di Paolo Sorrentino: hanno tutti ragione?
Sui social, alla fine, nessuno ha ragione perché la verità devi sempre andartela a cercare altrove.

Ho letto che anche i fumetti della Marvel Comics ti hanno influenzato molto. Qual è il personaggio che preferisci?
I miei personaggi preferiti sono I fantastici 4, tutta la serie, ma in particolare l’edizione speciale numero 6 e naturalmente sono molto arrabbiato per le terribili trasposizioni cinematografiche.

Nel libro ipotizzi che ci sia un unico flusso di coscienza, che passa da un’epoca all’altra attraverso il tempo e lo spazio e che dunque “il male che fai lo fai a te stesso”. Si tratta di un pensiero molto interessante che mi piacerebbe tu approfondissi un po’...
Sì, è un concetto un po’ complicato che avevo e ho voluto inserire dentro al romanzo. Se pensi che la coscienza non sia limitata dal tempo c’è questo grande e unico flusso; se invece pensi che esista il tempo cronologico come fattore a quel punto la coscienza va avanti e indietro dolo in base a quello.

Che cosa ti spaventa di più di quest’epoca moderna? 
Trascorro molto tempo a Londra e trovo che le grandi città siano deprimenti. Cioè, ti rendi conto che in una città così c’è poco calore e poca umanità. Ciò che mi spaventa è questo: un futuro simile in tutto il mondo, fatto di grandi metropoli senza calore, mentre basta uscire da Londra per trovare gente diversa, un contatto umano vero.

Com’è cambiata la tua scrittura dall’esordio con Sotto il culo della rana?
Quando ho iniziato a scrivere La Gang del pensiero sapevo che sarebbe stato il mio libro più stravagante dal punto di vista linguistico. Per certi versi è un po’ il mio personale Finnegans Wake. Ho cercato di usare un linguaggio particolare ed è buffo il fatto che i non inglesi che hanno letto il mio libro in lingua originale lo hanno trovato divertente, mentre le persone di madrelingua mi chiedevano come mai avessi usato un linguaggio così strano. Da allora, la mia scrittura è cambiata perché anche io sono cambiato e non mi piace ripetermi. E poi sono diventato meno paziente. Il mio linguaggio è più semplice, concreto e lineare. Ad esempio, il libro che ho appena consegnato al mio agente potrebbe essere legato a La Gang del pensiero, perché si parla di crimine ed è ambientato nel sud della Francia, ma il linguaggio e completamente diverso.

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