Salta al contenuto principale

Intervista a Tommaso Avati

Articolo di

Tommaso Avati è da sempre nel mondo del cinema come sceneggiatore e ha vinto premi prestigiosi come il Montreal World film Festival e il Nastro d’argento. Negli ultimi anni si è accostato anche alla letteratura con la pubblicazione di tre romanzi. È anche molto appassionato di fotografia. Con questa intervista cercheremo di saperne qualcosa di più di lui e della sua scrittura.



Parliamo di idee. Quando ne trovi una che ti attrae sai da subito se sarà una sceneggiatura o un romanzo? O la lasci vagare qua e là prima di decidere?
Le idee hanno una gestazione curiosa. Ray Bradbury diceva che le idee, beato lui, erano come i suoi gatti, cioè gli andavano addosso sul letto al mattino, appena si svegliava. Ma ognuno ha il suo modo personale per produrle, farsele venire, molti ad esempio partoriscono le migliori camminando, percorrendo strade conosciute, in cui il comportamento motorio entra in una modalità di automatismo e la mente può permettersi di vagare. Ho detto “partoriscono” non a caso perché la realizzazione di un’idea somiglia in tutto e per tutto a quella di un figlio, di un bambino. Considero le idee, infatti, come qualcosa di infinitamente piccolo (una buona idea deve essere riassunta in una manciata di parole) e insieme però completo, in cui è già contenuto tutto il materiale genetico che la farà crescere, sviluppare, diventare un romanzo o un film. Detto questo, quando si fa un mestiere creativo che sia sceneggiatore, autore, romanziere, si sa che di idee se ne hanno sempre tante e che si è abituati a prendere nota di tutto quello che stimola la nostra curiosità. Perché le idee ci visitano quando pare a loro, ma molto spesso le appuntiamo, prendiamo nota, ce ne dimentichiamo, e solo in un secondo momento, magari dopo anni, le rispolveriamo e ci accorgiamo del loro valore.

Tempi di scrittura, tempi di consegna di un lavoro, che sia un romanzo o una sceneggiatura: come ti regoli? Quanta la libertà e quali i vincoli?
Nei romanzi, per definizione, non ci sono grandi vincoli, c’è molta più libertà, si cerca insomma di trarre il massimo dalla storia e di scriverla nel migliore modo possibile, a prescindere da quanto tempo ci possa volere. È anche per questo che scrivere un romanzo è infinitamente più gratificante e divertente (ma anche più faticoso e snervante) che scrivere una sceneggiatura. Detto ciò, nonostante tutta questa libertà, è bene darsi dai compiti, degli obblighi e delle scadenze. Lavorare quindi con costanza, ogni giorno, per un numero di ore stabilito al proprio romanzo aiuta a migliore la produttività non solo quantitativamente ma anche qualitativamente. Una sceneggiatura, se hai già abbastanza chiaro in mente la storia, la scrivi anche in poche settimane. Per un buon romanzo devi aspettarti di impiegare almeno un paio di anni.

Nei tuoi romanzi hai usato sia voci narranti maschili che femminili, con la stessa sensibilità. Questo talento deriva dalla tua capacità di osservare le persone, dalle tue esperienze personali o che altro?
Il mio handicap, la mia sordità congenita, mi hanno indotto per forza di cose a vivere - soprattutto nella primavera della mia vita - in modo defilato. Sono stato quindi un bambino - e poi un ragazzino - molto timido, riservato e appartato. Alle feste non ero certo tra i più intraprendenti, rimanevo spesso da una parte ad osservare quel che facevano gli altri, le persone normali. E, se non era certo piacevole né divertente, soffrivo sì ma, non me rendevo conto, imparavo anche molto: osservavo, immagazzinavo e studiavo il comportamento umano.

I tuoi romanzi sono usciti per case editrici diverse. Quanto è difficile per uno scrittore trovare la sintonia giusta con un editore e uno staff che lo segue durante la lavorazione di un romanzo?
Molto, almeno per quel che riguarda me. Non voglio parlare delle diverse case editrici che ho attraversato perché parrebbe ovviamente piaggeria nei confronti dell’ultima, quella attuale, né vorrei affrontare il solito discorso sullo stato della editoria attuale in generale perché non saprei aggiungere nulla di nuovo a quel che già si sa e di cui si discute quotidianamente. Di certo il meccanismo editoriale sta raggiungendo un livello di confusione pericoloso, davvero eccessivo. Di libri se ne pubblicano sempre di più, troppi, e se ne leggono sempre meno, troppo pochi e tutto questo va a discapito degli autori poco noti che faticano sempre di più a sopravvivere col loro mestiere di scrittore (anzi, di fatto non possono sopravvivere) ma anche a discapito dei lettori che si trovano dinanzi ad un’offerta eccessiva, dispersiva, inutile e ridondante.

Le tue fotografie: panorami, volti, quotidianità, sono molto piene di vita e bellezza. Un altro tuo talento. La Francesca de Il silenzio del mondo è una fotografa. Tu con quale occhio scatti? Istinto, studio, cuore?
Il fatto che una delle protagoniste de Il silenzio del mondo fosse fotografa mi sembrava interessante rapportato alla sua diversità, cioè alla sua sordità. Mi pareva che il non poter sentire potesse essere stato un motore che avesse messo in moto un meccanismo tale per cui Francesca aveva dovuto privilegiare l’immagine nella sua vita, l’immagine muta soprattutto, e immobile, e calarsi in essa come all’interno di un quadro senza tempo e senza rumore. Mi sembrava insomma che la fotografia, che è anche un mio hobby, fosse il mestiere più giusto per una ragazza sorda dei nostri giorni.

Concludiamo l’intervista con qualche domanda più personale, per renderci conto che un autore è anche un uomo calato nella realtà quotidiana e che non vive sulle nuvole. Tommaso, sei mattiniero o tiratardi? Amante del buon cibo e di cucinarlo? Geloso dei tuoi oggetti: libri, vestiti, orologi…? Spesa e spazzatura, queste sconosciute? Ami fare sorprese o essere sorpreso? Un dolce far niente lo contempli mai?
Ah ah ah, mi piace questa domanda. Ho un figlio di nove anni che va ovviamente a scuola, quindi ci svegliamo tutti piuttosto presto e spesso lo accompagno io. Sono un Toro quindi amo le cose buone della vita tra cui la cucina (amo cucinare) e bere (amo il vino e il whisky). Da giovane, complici le mie patologiche insicurezze, sono stato molto geloso e qualche mia ex fidanzata ricorderà improbabili pedinamenti e spericolati inseguimenti automobilistici tra le vie del centro. Col tempo la gelosia se ne è andata, ma posso dire di essere rimasto molto protettivo nei confronti dei miei affetti.

I LIBRI DI TOMMASO AVATI