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Intervista a Tore Renberg

Articolo di

Primo romanzo tradotto in italiano dell’autore Tore Renberg, uno dei più acclamati nella natia Norvegia. Si tratta di un romanzo piuttosto breve, ma denso di significati e che tratta argomenti quanto mai attuali. Tollak, il protagonista e voce narrante, è un personaggio unico nel suo genere, che colpisce e incuriosisce il lettore. Per riuscire a comprenderlo più a fondo ho deciso di porre alcune domande al suo autore, che ho incontrato durante il Salone Internazionale del Libro di Torino 2024. La foto dell’autore è di Christine Urdal.



Chi è Tollak? Come è nato questo personaggio e qual è il significato del suo nome?
Dunque, iniziamo dall’ultima domanda. In Norvegia Tollak non è un nome particolarmente comune, potremmo dire che è più che altro tipico della parte rurale del nord del Paese, non di quella più urbana. È un nome piuttosto desueto per questa generazione… potrei dire che oggi suona abbastanza “vecchio”. E quindi l’ho scelto proprio per questi due motivi: la sua appartenenza alla parte più selvaggia della Norvegia e il suo essere ormai passato di moda. Per quanto riguarda il suo significato, potrei tradurlo come “guerriero”. Ho iniziato a scrivere questo libro all’incirca nel 2017, se non vado errato, e continuavo a chiedermi perché questo personaggio tornava continuamente a trovarmi. Lo sentivo arrivare con delle frasi cariche di rabbia. Lo percepivo pronunciarmi addosso cose del tipo “Non voglio più essere parte di tutto questo, mi rifiuto e rifiuto tutto ciò che mi circonda”. Lo sentivo pieno di odio e allora ho iniziato a chiedermi chi fosse questa persona che mi stava parlando. E solo oggi riesco a riconoscere questa voce: potremmo darle il nome di un famoso leader russo contemporaneo, ma anche di tantissimi altri personaggi che si aggirano attorno a noi nella nostra realtà quotidiana. Rappresenta la rabbia, l’odio nei confronti della società, della modernità e così via. Personalmente, sono stato catturato da questa voce e ho iniziato a interessarmi a lei proprio perché la sentiamo ovunque oggi, appartiene a tantissime persone. E quindi ho pensato “Ok, vediamo se riesco a entrarci dentro, a scoprire la sua vera interiorità”. La mia convinzione era che fosse interessante andarla a conoscere da dentro per analizzarla davvero e non soffermarsi solo alla superficie di ciò che si percepiva dall’esterno. Attraverso la letteratura, lo sappiamo, è possibile scoprire nuove realtà o vedere la propria con occhi diversi. Tramite questa voce, quindi, ho plasmato Tollak: è un personaggio particolare che continua a ripetere che odia tutto ciò che lo circonda, che non ha bisogno di nulla, che non vuole nulla. Con l’unica eccezione di Ingeborg. Sua moglie, l’amore della sua vita.

Lo abbiamo appena detto, Tollak sembra rappresentare un po’ la figura del patriarcato che, nonostante i tempi moderni, continua a esistere prepotentemente. Come hai appena ricordato, è qualcuno che vediamo ovunque, in qualsiasi nazione e campo della vita. Perché la scelta di farne il tuo protagonista?
Beh, in realtà potremmo dire che è stato lui a scegliere me per raccontare la sua storia! Credo che la ragione sia da ricercare nella cultura contemporanea nella quale viviamo al giorno d’oggi. Anzi, ne sono piuttosto convinto. Gli autori di oggi, come me del resto, fanno parte di questa cultura e prendono ispirazione dalle persone che li circondano e dai fatti che avvengono nel mondo. Sono tutti elementi che rappresentano ciò che siamo e che permeano profondamente un autore. O, per lo meno, lo hanno fatto con me. E devo dire che ho iniziato a interessarmi davvero a questa realtà e a preoccuparmene: il mondo sta cambiando sempre più velocemente dal punto di vista naturale, umano, culturale, politico e così via. Negli ultimi dieci anni sono avvenuti molti più cambiamenti che nei precedenti, che so, cinquanta. È da tutto questo sconvolgimento che nasce il mio interesse per questo personaggio. Ma posso anche dire che, avendo cinquantuno anni, io conosco personalmente questo personaggio, perché fa parte della generazione di mio padre. È una generazione che include anche tantissime persone meravigliose, non fraintendiamo, ma riconosco il loro senso di delusione, di disillusione. Comprendo la loro lotta per difendere la loro mentalità, il loro modo di vedere le cose, i valori con cui sono stati cresciuti ed educati. Come si può pensare di poter cambiare qualcuno con delle idee così radicate da più di sessanta o settanta anni? Si ha davvero il diritto di togliere loro tutto quello in cui hanno sempre creduto? Alcune persone di quella generazione sono stupende, vivono un’esistenza tranquilla nella parte più selvaggia del mondo, apprezzando ciò che hanno e godendosi a loro quotidianità. Altri, invece, non accettano il mondo moderno. L’uomo, lo sappiamo, ha da sempre un enorme problema con la violenza. Io stesso sono un uomo e lo comprendo benissimo. E quindi è solo impegnandosi a guardare la storia dall’interno, entrandoci davvero dentro, che si può provare a comprendere. Non si deve tentare di “aggiustare”. Non era questo il mio intento, tanto meno quello di condannare: volevo comprendere a fondo. Solo allora, dopo aver davvero ascoltato e interiorizzato il loro punto di vista, si può pensare di instaurare un dialogo con questo tipo di persone. Probabilmente, per quanto mi riguarda, è qualcosa che ho davvero toccato da vicino, perché sono cresciuto con questo genere di persone. Da un certo punto di vista sono anche da ammirare: hanno un certo tipo di fuoco interiore che li spinge ad agire, a proteggere i loro valori, quello in cui credono davvero, che sia la natura, o l’amore, o altro. È un discorso davvero molto profondo e complicato, si tratta di comprendere che non tutto è solo bianco o nero. Io stesso odio parecchie cose del mondo contemporaneo e non mi sento davvero completamente a mio agio con la modernità. C’è sempre un rovescio della medaglia in ogni cosa.

Tollak confessa, prima ai lettori e poi ai suoi figli, il suo crimine. È un tema molto attuale e delicato, che immagino sia tanto difficile da scrivere così come lo è da leggere. Però non posso negare che, grazie alle tue parole, si riesce quasi a provare empatia nei suoi confronti o, per lo meno, una sorta di compassione. Come hai fatto a renderlo possibile?
Wow, è proprio questo il punto secondo me. Se questo libro ha qualcosa di bello, se ha una qualche qualità è proprio questa: è questo sentimento che ho tentato di ispirare nel lettore. È un po’ quello che dicevamo prima, non è tutto bianco o nero nella vita reale. Nonostante ciò che ha fatto, Tollak è un uomo con tantissime qualità umane. È un uomo come un altro ed è normale che ispiri a tratti simpatia e a tratti paura. Mi chiedi come si possa al contempo apprezzarlo e disprezzarlo? Io stesso provo questi sentimenti contrastanti nei suoi confronti, e credo che il motivo sia che Tollak rappresenta un essere umano, così come lo sono io. Ti faccio un esempio: pensa a quando sente dire che vicino alla scuola ci sono persone che vendono droga ai ragazzini. Tu e io cosa avremmo fatto al suo posto? Credo che avremmo semplicemente pensato “Oh cavolo, che brutta cosa!” e basta, giusto? Cosa fa invece lui? Corre da loro e inizia a picchiarli fino a farli sanguinare di brutto. Non si limita a criticare il loro comportamento ma agisce in prima persona per far sì che imparino la lezione e spariscano dalla circolazione. Mentre stavo scrivendo quella particolare scena tutto d’un tratto ho sentito il mio pugno serrarsi e ho iniziato a pensare “Dai, Tollak, continua così!”. Ognuno ha centinaia di sfumature dentro di sé. Tollak afferma di essere la legge e da questo punto di vista non sono d’accordo con lui: non rappresenta la legge, così come non la rappresentiamo tu e io. E, quindi, per quanto riguarda il suo crimine è tutta un’altra faccenda. È un qualcosa che avviene repentinamente nell’arco di… forse nemmeno trenta secondi. Molti crimini di questo genere accadono in questo modo, come se si sperimentasse una sorta di blackout totale. Il perché sia accaduto o il perché nessuno abbia davvero indagato sulla sparizione di Ingeborg è il concetto da comprendere. Come ci si può rapportare a un crimine del genere? Il fatto è che da sempre esistono persone estremamente violente: donne che avvelenavano i propri mariti, uomini che battevano le loro mogli. E ciò che accade in questo libro è proprio questo: un’escalation di violenza che sfocia in quei trenta o quaranta secondi che portano all’azione peggiore che un uomo potrebbe mai compiere. Ma Tollak, con questo crimine, fa del male anche – e forse soprattutto – a se stesso. E credo che lui stesso sarebbe d’accordo con questa affermazione. È come se a un certo punto fosse arrivato sulla scena un secondo Tollak, non è più quello che esisteva fino a un attimo prima. Lui si definisce “un uomo d’amore”. E come può un uomo che ha commesso quel crimine pronunciare questa frase?

Se non sbaglio, il titolo originale significa letteralmente “Tollak che appartiene a Ingeborg”, mentre in italiano è La mia Ingeborg: sono un po’ il rovescio della stessa medaglia perché in effetti i due personaggi sembrano appartenere davvero l’uno all’altra. Si narra, infatti, di un rapporto possessivo, morboso. Ma chi è davvero e cosa rappresenta Ingeborg?
Beh, Ingeborg sembra essere una donna molto popolare all’interno della comunità, lavora in ospedale, frequenta dei locali con lei sue amiche. Ma non dobbiamo dimenticare che tutto il racconto è narrato dalla prospettiva di Tollak: qualsiasi giudizio su Ingeborg è senza dubbio filtrato e influenzato dai suoi sentimenti nei confronti della moglie. Scrivendo, occorre sempre attenersi alla prospettiva scelta in partenza. E io ho scelto quella di Tollak, quindi l’intera narrazione deve seguire la sua logica, i suoi pensieri e i suoi ricordi, anche – o forse soprattutto – per quanto concerne Ingeborg. Non sappiamo nulla della vera vita di Ingeborg all’interno della comunità o di come fosse realmente sul posto di lavoro. È Tollak a riportarci ciò che le amiche di sua moglie pensano di lei. Amiche che, tra l’altro, lui detesta, un altro comportamento davvero sciocco da parte sua. Possiamo sicuramente dire che Ingeborg è una donna che ama la vita tranquilla, la lettura e che desidera fortemente una famiglia. Percepiamo, sempre attraverso i ricordi di Tollak, che avrebbe desiderato trasferirsi in città, lasciare la casa sperduta dove hanno sempre vissuto per poter essere più vicina alla “civiltà”, al suo posto di lavoro e alle sue frequentazioni. È proprio lui che ricorda la volta in cui Ingeborg gli ha confidato di volere “Un po’ più di vita intorno a me, Tollak”. Ma, nonostante ciò, scrivendo questa storia sono sempre stato convinto del profondo legame che unisce Tollak e Ingeborg, della forza del loro amore, di quella enorme connessione anche dal punto di vista erotico. È un qualcosa che si percepisce, un rapporto che ti entra sotto la pelle. E questo anche se Ingeborg è consapevole di vivere con un uomo dal carattere difficile, a tratti davvero impossibile da sopportare. È una cosa piuttosto comune, se ci pensi. Ti parlo per esperienza personale: mia madre e io siamo vissuti per tanti anni in una casa dove la violenza era all’ordine del giorno, e lei semplicemente la sopportava. Le persone continuano a chiedermi perché non se ne sia andata via prima, ma non bisogna mai dimenticare il contesto sociale in cui si vive, il periodo storico, i valori con cui una persona è cresciuta. Durante gli anni Sessanta e Settanta in Norvegia non era così frequente che le persone si separassero. Occorreva avere davvero un enorme coraggio per prendere una decisione del genere e andare via di casa con i propri figli. Guardare con occhi moderni questo genere di situazioni è sciocco, bisogna sempre contestualizzare ciò che si legge o si sente in giro. Se la vicenda di Ingeborg fosse stata ambientata ai giorni nostri, probabilmente avrebbe fatto fagotto e sarebbe andata via di casa molto prima che le succedesse qualcosa… o almeno è quello che spero!

L’intero romanzo è narrato nell’attesa dell’arrivo dei figli di Tollak. Dalle sue parole e dai suoi ricordi emerge un’estrema differenza tra il suo rapporto con Hillevi e Jan Vidar, avuti con Ingeborg, e con Otto…
Sì, è vero, c’è davvero una differenza abissale. Credo che questo sia la dimostrazione che Tollak abbia un grande senso di protezione per chi dimostra di avere più bisogno di lui, per il più debole tra i suoi tre ragazzi. Si capisce subito che Otto è un mistero della natura, non è una persona come noi. Ha bisogno di aiuto e di tante cure. E Tollak lo sente, sa perfettamente che lui è l’unico a potersi occupare davvero di Otto. Ed è proprio quando la persona che ama di più al mondo – Ingeborg – si scaglia contro Otto che in Tollak si innesca quel meccanismo che lo fa scattare. È come se Ingeborg avesse premuto il grilletto, ha oltrepassato quella sottilissima soglia oltre la quale Tollak non può tollerare che nessuno si avventuri. Tra Tollak e sua figlia Hillevi, invece, c’è un rapporto davvero molto difficile, ma credo sia dovuto più che altro al fatto che loro due siano davvero molto simili: non si riescono a prendere proprio perché hanno entrambi dei caratteri così forti e complicati che sarebbe come guardarsi allo specchio e vedere i propri difetti venire a galla. Per quanto riguarda Jan Vidar, direi che si tratta di una persona piuttosto accomodante. Non gli piace mettersi in mezzo alle discussioni, preferisce starsene in disparte e pensare ai fatti propri. In questo romanzo do un grande spazio ai ragionamenti sulla genitorialità, perché è un argomento davvero particolare. Tollak, come molti uomini della sua generazione – parlo anche di mio padre – non ha avuto nessuno che gli insegnasse come essere un buon padre o cosa significasse davvero essere un genitore. Personalmente, mi ritengo fortunato di essere nato in un momento storico in cui l’uomo viene coinvolto nella crescita dei propri figli, mentre in tanti per secoli hanno perso questa opportunità a causa di una mentalità diversa da quella moderna.

La natura isolata e desolata che descrivi nel libro ben si accosta alla solitudine e al senso di abbandono che emerge dal personaggio di Tollak. È un’immagine molto diversa rispetto a quella Scandinavia da favola che solitamente viene in mente pensando al nord Europa…
Questa è una considerazione interessante. Dunque, il fatto è che in Norvegia tutti sappiamo che il nostro Paese è composto per una grandissima parte di una natura quasi completamente incontaminata, tra valli, boschi e montagne. Guardando la televisione si ha l’idea che la maggior parte dei norvegesi sia concentrata nelle grandi città, ma la realtà è che non è affatto così! Ci sono tantissime persone che vivono in mezzo a queste distese pittoresche, completamente circondate dalla natura, senza che risentano della mancanza di nulla. Ed è un po’ il succo di questo libro, ciò che sente Tollak. Il luogo dove ho ambientato il romanzo ti lascerebbe senza parole, è davvero un posto ricco di meraviglie e circondato da una natura molto selvaggia che sì, probabilmente è piuttosto diverso da quell’idea romanzata che si ha della Scandinavia. Ma questi posti sono così belli e particolari proprio grazie al loro essere così selvaggi e incontaminati. È questo che li caratterizza maggiormente e li rende davvero unici per noi. E, chiaramente, occorre essere altrettanto forti e selvaggi per poterci vivere.

Parliamo ora della forma: perché la scelta dello stream of consciousness e di questa frammentarietà dei capitoli?
Questo è un punto molto importante per me. Ho fortemente voluto scrivere questo romanzo usando la prima persona singolare e lo stream of consciuosness per riuscire davvero a entrare nella mente di Tollak. Era l’unica via per ascoltare la sua voce e sarebbe stato impossibile per me trascriverla in qualsiasi altro modo. Il mio intento era quello di risultare più reale e onesto possibile nel raccontare la storia di Tollak. Che poi è la storia di una confessione, la sua ultima – o forse prima e ultima – confessione. La scelta di questa forma narrativa era la più credibile, soprattutto se si considera che ci troviamo davanti a un uomo che sa che la sua vita è agli sgoccioli. I salti avanti e indietro nei suoi ricordi mentre racconta la sua storia sono quanto di più reale possibile in un contesto del genere. Per quando concerne i capitoli, ho voluto che fossero molto brevi e con tanto spazio attorno sempre per rimanere fedele alla scelta che avevo fatto per quanto riguardava la voce narrante. La composizione dei capitoli, infatti, rispecchia perfettamente la personalità di Tollak: non è uno che perde tanto tempo in chiacchiere. Al contrario, è un uomo di poche parole, capace di dire molto anche attraverso i suoi silenzi. E lo schema dei capitoli rappresenta benissimo queste sue peculiarità caratteriali e narrative. Ho immaginato la loro divisione po’ come un colpo, poi una pausa, poi un altro colpo, poi un’altra lunga pausa. Vedo Tollak camminare avanti e indietro per le stanze della casa mentre scorre i suoi ricordi e li accoglie nella sua mente senza alcun tipo di filtro od ordine. Credo fermamente che un buon libro debba essere perfettamente strutturato e sono convinto che la struttura di questo romanzo rispecchi la personalità del suo protagonista in modo molto lineare e immediato.

Questo è il tuo primo romanzo tradotto in italiano ed è subito entrato nella cinquina finale del Premio Strega Europeo. Cosa hai provato quando lo hai scoperto?
Wow, è stato davvero un momento grandioso! Quando ho ricevuto la telefonata della mia editor italiana che mi informava di essere stato nominato per un premio, ho pensato subito “Beh, sicuramente si tratterà del premio letterario meno famoso in Italia!”. E quando, invece, ho compreso di cosa si trattava, che La mia Ingeborg era stata scelta tra i romanzi dei più importanti autori europei, ho davvero provato una gioia immensa, è stato come se avessi già il premio nelle mie mani. Il solo essere stato nominato ed essere entrato addirittura nella cinquina finale per me è fantastico. È un traguardo davvero importante, non solo perché si tratta appunto di qualcosa come il Premio Strega Europeo. Sai, dentro di me vive ancora quel ragazzino quindicenne grande amante della letteratura con il sogno, un giorno, di pubblicare un libro. E quindi capire di essere arrivato a questo punto mi fa davvero esclamare “Cosa? Sta davvero succedendo tutto questo?”. Perché un autore scrive libri? Perché deve farlo, se io non scrivessi credo che, molto semplicemente, morirei. Ma di certo si scrive anche per il proprio pubblico, per la comunità di lettori: sarebbe sciocco dire che si scrive senza desiderare che il proprio libro venga apprezzato da chi sceglie di leggerlo.

So che, oltre alla carriera di autore, hai anche una grande passione per la musica…
Sì, è vero! Sai, con la letteratura occorre sempre fare uno sforzo. Io leggo ogni giorno, la lettura per me rappresenta l’ossigeno. E la musica è un po’ la stessa cosa, è come entrare davvero a contatto con la propria essenza. Anche chi non suona uno strumento quando passa accanto a un luogo dove qualcuno sta suonando una melodia non riesce a rimanere indifferente. In qualche modo la musica ti entra dentro, che sia musica classica, pop, rock o di qualsiasi altro genere. Fin da bambino ho iniziato a suonare il violino e il pianoforte, poi ho iniziato a strimpellare la chitarra da principiante e anche a cantare. È qualcosa che sento davvero radicato in profondità dentro di me, semplicemente ne sento il bisogno.

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