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Intervista a Torey L. Hayden

Sguardo attento e vivace, sorriso aperto e grande desiderio di raccontarsi. Così si presenta la psicologa infantile e docente universitaria statunitense Torey L. Hayden, da sempre impegnata a lavorare con bambini problematici, di cui racconta le esperienze più significative nei suoi libri. Impegnata in una lunga serie di interviste per promuovere la sua ultima pubblicazione, si mostra tuttavia estremamente disponibile e parla volentieri di sé e del proprio lavoro. Ecco cosa ha raccontato agli amici di Mangialibri in due distinti incontri a distanza di più di un decennio. Le domande/risposte che trovate in alto sono del 2022, quelle più in basso sono le meno recenti, datate 2009.



Partiamo dalle radici. Dal momento che ti occupi in particolare di bambini e adolescenti, nasce la curiosità di sapere che bambina e che ragazzina sei stata tu…
Questa è una domanda insolita. E vi assicuro che non è facile trovare domande così curiose, quando si è impegnati in un giro di interviste così fitto come quello che sto facendo ora. Sono contenta, quindi, di rispondere a qualcosa di più originale. Sicuramente sono stata una bambina che ha messo abbastanza alla prova i genitori. Avevo un’immaginazione molto vivace e questo, spesso, poteva irritare mia madre. Avevo tantissimi interessi fin da piccola. In particolare, già durante le scuole superiori – avevo all’epoca quindici o sedici anni- ero interessata al lavoro che faccio oggi. Per esempio, ho avuto l’opportunità di lavorare con un gruppo di bambini che erano nativi americani. C’era una riserva di indiani molto importante poco lontano da casa mia e io ero molto affascinata da questi indiani d’America e dalle loro tradizioni. È così che, in parte, è nato l’amore per questo lavoro.

I tuoi studi universitari sono stati in psicologia dell’educazione e in istruzione speciale. Che cosa ti ha fatto scegliere questo difficile percorso?
In realtà, ho iniziato studiando scienze naturali. Casa mia non era molto distante dal parco di Yellowstone. Ero quindi naturalmente affascinata dal parco e dalla vita all’aria aperta. Volevo diventare una biologa, se non addirittura un Ranger del parco. Inoltre, poiché venivo da una famiglia abbastanza povera, avevo bisogno di una borsa di studio e fui anche costretta a trovare un lavoro per potermi mantenere agli studi. Mi fu proposto un programma di educazione speciale per bambini in età prescolare. Accettai questo lavoro semplicemente perché gli orari si incastravano bene con quelli delle mie lezioni all’università. Il direttore del programma era la persona che poi ha avuto un ruolo importantissimo nella mia vita, fino a diventare più tardi il mio mentore. Il primissimo giorno di lavoro questa persona mi chiese di occuparmi di una bambina che non voleva parlare con nessuno, doveva essere trascinata di peso giù dal bus e poi, appena entrava in classe, si nascondeva dietro il pianoforte. Quello che mi fu chiesto di fare era sedermi accanto a lei e passare un po’ di tempo in sua compagnia, tentando di farla parlare. All’epoca avevo diciotto anni e non avevo la più pallida idea di cosa fare. Così il primo giorno mi accovacciai accanto al pianoforte e cominciai a parlarle. Le parlavo veramente di qualsiasi cosa, le raccontavo dei miei studi dell’università e di quel che facevo. Però i mesi trascorrevano e non avevo più tante cose da raccontarle. Così iniziai a leggerle dei libri. Un giorno, mentre ero lì con lei- all’epoca finalmente ci eravamo seduti e non ero più accanto al pianoforte- le leggevo un libro che raccontava una storia di animali. Io le dissi che quello era esattamente ciò che avrei voluto fare da grande, ma lei mi riprese subito, affermando che da grande io mi sarei dovuta occupare degli orsi. Fu la prima volta in cui mi rivolse la parola. L’intero processo di avvicinamento a questa bambina mi aveva veramente affascinata. Ero al primo anno di università e riuscii a laurearmi in biologia, ma sapevo già che la mia strada non sarebbe stata quella, perché trascorrevo più tempo nella scuola insieme ai bambini in difficoltà che all’università. Quindi, dopo la laurea in biologia, continuai gli studi per la magistrale in educazione speciale.

Perché negli anni hai ritenuto importante romanzare in qualche modo quelle che, immagino, siano state tue esperienze reali, vissute sul campo? Chi e in che modo ritieni di aiutare, narrandole? E la letteratura, in generale, cosa può fare?
Le storie che racconto non possono essere definite fiction, perché trattano persone reali. Realissima, per esempio, è Sheila, la protagonista di Una bambina. Quando ho scritto il libro su di lei, negli anni Sessanta e Settanta, la mia motivazione era quella di far capire alla gente le problematiche relative ai ragazzini di cui mi occupavo. Mi ero accorta che si faticava a capire che bambini con bisogni speciali dovevano essere considerati semplici esseri umani, bisognosi delle stesse attenzioni, delle stesse cure di qualsiasi altra persona. Lavoravo all’epoca in una piccola città, in un contesto di grandi privazioni. C’erano un campo di immigrati, una prigione e un ospedale per malattie psichiatriche ed erano tutti nella stessa cittadina. La gente si chiedeva perché perdessi tempo a lavorare con quei ragazzi in difficoltà, quando invece avrei potuto sfruttare la mia laurea in scienze e occuparmi di ben altro. Ma io desideravo portare le persone all’interno delle mie classi, volevo mostrare loro cosa accadeva in aula e speravo che ognuno desiderasse essere insieme a me, mentre vivevo quell’esperienza così intensa. Con il passare degli anni, poi, ho dovuto un po’ travestire i personaggi delle mie storie, in quanto ovunque sono state approvate una serie di normative sulla protezione della privacy. Giustamente, aggiungo, anche perché all’epoca non prestavamo troppa attenzione; al massimo si cambiava il nome del protagonista della vicenda e non ci si chiedeva quale potesse essere l’impatto delle nostre storie sulla vita di quei personaggi di cui ci occupavamo. Devo dire, ad esempio, che Sheila ne ha risentito molto; il fatto di essere stata la protagonista di un libro ha avuto un grosso impatto su di lei. Oggi nelle mie storie devo mescolare le vicende di due o tre persone e farne una sola, in modo tale che nessuno dei personaggi sia riconoscibile. Per quanto riguarda invece la letteratura, penso che essa possa dare tantissimo. Ognuno di noi deve poter avere la possibilità di guardare e vedere che cosa accade agli altri e, attraverso un romanzo di finzione, tutto questo è più facile che non immedesimandosi in una storia reale. Ci si identifica meglio in un personaggio di finzione, ci si mette alla prova e ci si domanda come ci si sarebbe comportati nella stessa situazione. In questo modo, attraverso le storie di altri personaggi, si finisce per conoscere meglio se stessi.

Qual è il ruolo della famiglia, e quali sono le sue responsabilità, nei caso di ragazzini disturbati, come Eloise, la protagonista del tuo La ragazza invisibile?
Il ruolo della famiglia è quello di dare un senso di presenza; deve sempre essere pronta ad ascoltare. L’adolescenza è un periodo difficile per i ragazzi, che cominciano a criticare i propri genitori, ma in realtà li vogliono accanto a sé. Sembrano respingerli ed è normale, perché il processo di separazione dai genitori è necessario per diventare adulti indipendenti, ma rimane il fatto che hanno bisogno di una presenza genitoriale, anzi la desiderano in maniera potente. E i genitori devono essere presenti e pronti ad ascoltare, pur dando libertà ai ragazzi e concedendosene per sé. Quindi è necessario non ignorare gli adolescenti e far loro capire che li si sta davvero ascoltando; occorre mostrare il proprio interesse, dare aiuto, spiegare quello che si sta facendo e non limitarsi a dare istruzioni e correggere errori.

Sei molto brava a tratteggiare, in tutti i tuoi lavori, i tempi lunghi della terapia, i continui vicoli ciechi, le incertezze e i dubbi di una professione che non può avvalersi di risposte definitive. Come se ne viene fuori? Dove si trova l’energia per affrontare queste difficoltà quotidiane senza soccombere alla disperazione? E come si riesce a convivere portando nel cuore il peso di vicende spesso devastanti, quali quelle che racconti nei tuoi libri, senza perder la fiducia nell’umanità?
Non so dove trovi la forza. Per me è sempre stata un’esperienza naturale. Appena ho capito l’importanza di questo lavoro, ho intuito che faceva per me. Quando ho iniziato a lavorare con Sheila, per quel programma di cui parlavamo prima, avevo diciott’anni ed è scattata subito la scintilla; ho sentito che era la cosa che più mi prendeva. Da ragazza, tornando alla primissima domanda, ero una studentessa abbastanza insopportabile. Ero convinta di poter essere sempre la migliore e la più brava di tutte, senza dover lavorare troppo. Addirittura, provocavo i miei insegnanti in questo senso. Diciamo che non avrei mai voluto essere una dei miei professori, perché ero veramente insopportabile. Quando iniziai a lavorare con Sheila, capii subito che non importa se hai ragioni o se hai torto; non arrivi mai a conoscere completamente la mente umana, perché ognuno di noi è una storia diversa, una mente diversa e porta con sé una esperienza diversa. Ogni volta devi tornare a imparare tutto quello che ha appreso in precedenza, devi ricominciare daccapo. È stato questo ciò che mi ha sempre veramente affascinato. Con Sheila ho imparato il senso di sconfitta giornaliera: ogni giorno era una gara persa e ogni giorno dovevo riprovarci. È stato proprio questo aspetto a colpirmi: la possibilità di non smettere mai di imparare. Non mi sono dedicata a questa professione con grande spirito umanitario. Non la faccio perché voglio aiutare ma, piuttosto perché mi incuriosisce, voglio capire la mente umana. È come avere a che fare con un grande puzzle e il mio compito è quello di sbrogliare un’intricata matassa. Forse è il desiderio di capire qualcosa in più che mi ha permesso di andare avanti negli anni. Il non avere la spinta umanitaria mi ha salvato dal cosiddetto burnout. Ho sempre nutrito un forte interesse intellettuale per la professione e forse proprio questa distanza mi ha permesso di non essere schiacciata e di non esaurirmi. Inoltre, sono convinta che in tutti ci sia del bene, che fondamentalmente siamo tutti persone buone. Si tratta semplicemente di andare a scoprirlo, questo bene. Sono dell’idea che il male non sia la modalità di default negli esseri umani.

Ritieni che l’isolamento cui il periodo del lockdown per la pandemia da COVID-19 ci ha costretto abbia influito negativamente su quella fascia di ragazzini indifesi, vittime di abusi e sevizie di cui da sempre ti occupi? Cosa puoi dirci in base alla tua esperienza personale?
Sicuramente la pandemia ha avuto un grande impatto sulla vita dei bambini con esperienze traumatiche, ma in generale anche sulla vita degli adulti. Si è trattato ovviamente di una situazione totalmente innaturale, soprattutto per la vita dei più piccoli che hanno già subito dei traumi. Alcune ricerche dimostrano come la violenza domestica nel Regno Unito durante la pandemia sia cresciuta del 60%. Mi riferisco a episodi di violenza fra marito e moglie. Si tratta di un dato tristissimo, che mette in luce il fatto che, quando un rapporto non funziona, lo stare chiusi ed essere costretti a vivere insieme sicuramente non aiuta. La pandemia ha reso più difficili da sopportare le situazioni di abuso, non solo per l’impossibilità ad avere accesso ad un aiuto sia fisico che psicologico, ma anche perché i bambini non hanno potuto incontrare i propri insegnanti, gli amici, i genitori di altri bambini, finendo in questo modo per isolarsi ancora di più.

Che tipo di lettrice sei? Cosa ami leggere? Hai autori che porti nel cuore? E chi o quale genere, invece, proprio non ti piace?
Sono una lettrice eclettica e leggo veramente di tutto. Mi piacciono le letture molto leggere e amo la fantascienza. Tuttavia, mi piacciono anche le letture belle toste. In questo momento, per esempio, sto rileggendo Il giuoco delle perle di vetro di Hermann Hesse, che avevo letto trent’anni fa. Durante tutto il periodo del lockdown sono andata a ripescare i libri classici che cui mi ero dedicata quando avevo vent’anni. Che cosa non leggo? Non mi piacciono i romanzi à la Jane Austen, i romanzetti rosa di fine Ottocento. Quelli proprio non li sopporto e non li leggo.

La foresta dei girasoli è uno spazio mentale o un luogo fisico?
È decisamente uno spazio mentale, un prodotto di fantasia. Ma è anche un luogo mentale che ha una connessione forte con la realtà tangibile nella vita della protagonista del libro che ho intitolato così.

In Come in una gabbia, il silenzio era una nicchia in cui Kevin si nascondeva, qui la madre sembra intrappolata nei suoi ricordi. C’è una similitudine tra queste due situazioni?
Credo di sì. Entrambi gli spazi sono luoghi segreti, realtà personali che non si riescono a condividere con nessun altro, perché appartengono solo e soltanto a quell’individuo e alla sua difficoltà di comunicare.

Nella tua esperienza con i bambini, quali ritieni siano gli errori principali che fanno i genitori e che stai personalmente cercando di evitare?
Il primo errore è credere di conoscere i propri figli, ritenere di fare gli stessi, identici pensieri. Siamo tentati di crederlo perché li abbiamo creati noi, li vediamo come parti di noi stessi. Il secondo grande errore è l’idea che come genitori siamo chiamati a rendere la loro vita in linea con quello che vogliamo noi. Noi invece dobbiamo imparare a guidarli ad essere quello che dovrebbero essere, degli individui separati, diversi da noi.

Molti tuoi libri hanno avuto o hanno difficoltà di pubblicazione. La foresta di girasoli per molti anni non è stato ripubblicato e Il gatto meccanico non esiste in versione inglese. Non trovi che questa situazione sia irritante?
Credo che non valga la pena di offendersi o irritarsi, perché le cose funzionano così. È estremamente importante e d’aiuto rimanere calmi e pazientare...alla fine le cose si sistemano. La foresta di girasoli per esempio, alla fine è stato ripubblicato in Inghilterra (la prima edizione è del 1983). Poi mi ritengo un autore internazionale, quindi, sono contenta di condividere la mia esperienza con un pubblico così vasto.

I tuoi libri sono definiti “nonfictional narrative”. Se fosse per te, quale etichetta sceglieresti?
Mi piace molto scrivere romanzi e definirli romanzi, perché a differenza dei saggi ti permettono una libertà d’azione maggiore. Quando crei una storia di sana pianta, ogni blocco nella scrittura può essere facilmente superato con un cambiamento. Quando si racconta invece di personaggi reali non si possono modificare gli eventi.

I LIBRI DI TOREY L. HAYDEN