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Intervista a Tuğba Doğan

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È venerdì, tardo pomeriggio. Tuğba Doğan ha appena chiuso un racconto sul binomio Femminismo e Letteratura che uscirà presto per una rivista turca. Il weekend è alle porte, gli animi si rilassano. C’è il tempo ancora per accendersi una sigaretta e chiacchierare una mezzoretta a distanza con questo italiano che parla un turco dinoccolato e ha apprezzato molto il suo romanzo da poco uscito in Italia.



Il protagonista del tuo Il bistrò delle delizie, Salih, cittadino senza bandiera e senza appartenenza, vuole andare via dalla Turchia. Con lui descrivi una tipologia di persona che non crede più nella retorica del proprio stato e vuole ricominciare da zero. Se ce la farà o meno questo lo lasciamo al lettore. Ma quanto è comune oggi nel tuo Paese questa condizione?
Questa situazione è piuttosto diffusa e negli ultimi anni si è intensificata, specialmente fra i giovani. Del concetto di fuga dei cervelli credo si sia parlato molto: l’insoddisfazione professionale o intellettuale nel proprio paese che conduce a trasferirsi altrove. La situazione della Turchia degli ultimi anni va molto al di là di questo concetto; si è trasformata in una questione esistenziale; la gran parte della giovane generazione vuole andarsene, non vuole vivere in Turchia, quasi tutti per motivi simili. Certo la motivazione di ciascuno può essere diversa, personale, se ne parla anche nel libro: chi vuol andarsene per motivi ideologici, chi per motivi economici, chi perché qui non riesce a respirare e si sente parte di una minoranza. Fatto sta che la gran parte dei giovani vuole partire, non sono più in grado di immaginare un futuro favorevole. C’è una situazione sociopolitica così assurda in Turchia oggi… Ogni giorno ti svegli pensando che non potrà succedere qualcosa di ancora più assurdo, e invece succede. Ogni sorta di anomalia diventa consuetudine. Le scelte politiche delle persone vengono criminalizzate. Puoi essere etichettato come terrorista anche solo per il partito che hai scelto di votare, utilizzando un tuo basilare diritto democratico e per di più votando un partito legittimo. Per questi motivi, la gente non riesce a progettare un futuro e vuole andare via. Anche io per un periodo ci ho pensato e l’ho desiderato. Dopo la laurea pensavo di fare un dottorato in Cultural Studies e farlo in Turchia non mi sembrava la scelta migliore, non mi apriva grandi prospettive accademiche. Ma poi ho rinunciato, ho deciso di rimanere, perché ho preferito concentrarmi sulla letteratura e la scrittura invece che sulla ricerca. Se avessi fatto il dottorato sarebbe stato difficile portare a termine il mio primo romanzo. Questi erano gli elementi in gioco nella mia scelta. Certo, se avessi dato la precedenza alla carriera accademica, molto probabilmente sarei partita.

Salih emerge dal romanzo come una persona profonda, gentile, anche interessante. Ma ogni sfera della sua esistenza sembra scivolargli via dalle mani: il lavoro, l’amore, l’amicizia, persino il passato della sua famiglia… Inoltre è un giornalista che è stato cacciato dal suo giornale, sente che nel suo Paese non c’è posto per la verità. Perché tutto gli scivola dalle mani?
È una domanda molto bella e molto profonda. Posso dire che sono molto contenta che il romanzo abbia incontrato un lettore come te. Questi sono i momenti che ripagano la fatica della scrittura. Devo rifletterci un attimo: se mi chiedessero che tipo di personaggio è Salih, direi che è una persona che cerca l’autenticità, nella vita e nelle cose, ha una sua personale esigenza di autenticità. E la cerca: nelle relazioni, nelle amicizie, nell’amore, e quando non riesce a trovarla fa fatica a vivere le relazioni, si blocca, si deprime. Ma verso la fine del romanzo si accorge che questa ricerca esterna di autenticità ha in realtà a che vedere con la propria autenticità. Quando riflette sulla motivazione che lo spinge a partire per Rio, si accorge che rimanendo potrebbe trasformarsi in tutto ciò che egli ha fino ad allora sempre criticato. La domanda da cui sono partita e che ha messo in moto il processo di scrittura è stata questa: cosa fa, come vive una persona che sente di non essere amata abbastanza? Come trasforma le persone la percezione di questa carenza? Questo è il cuore, il punto da cui sono partita, chiaramente poi sono entrati anche altri elementi nel romanzo. Ma Salih l’ho costruito come un personaggio al cui centro c’è la mancanza di amore. Se guarda la sua vita in maniera razionale si accorge di ritrovarsi speso all’interno degli stessi pattern, rivive situazioni che si assomigliano, che ripropongono le medesime caratteristiche. Quel momento di consapevolezza in cui ti accorgi di questi pattern in cui sei legato, porta a una rottura, una frattura. Per questo tutto forse gli scivola dalle mani. Lui in testa ha un’immagine di sé che viene continuamente smentita. Essere buttato fuori dal lavoro smentisce la sua realtà professionale. L’esperienza dell’amore autentico da lui vissuto si smentisce in momento traumatico. Qualcosa si annoda al passato, alla carenza dell’amore materno. Quando si interroga su sé stesso, vede la differenza fra il discorso che ha nella testa e la sua realtà. C’è una netta frattura fra le motivazioni che lui immagina dentro la sua testa e le motivazioni reali che spingono le sue scelte. E così, quando arriva a questa consapevolezza, tutto gli scivola via dalle mani.

Chi è lo gnomo che parla a Salih? La coscienza, l'inconscio, il senso di colpa?
Se lo chiede anche Salih, se sia uno di questi. Ma alla fine giunge alla conclusione che non sia una sua voce interna, ma una voce esterna. Come un coro di tutto ciò che è all’esterno. A volte può essere la voce di un insegnante, la voce di un genitore, la voce dello stato, del potere. Ma è qualcosa che va in conflitto con la sua voce interiore. È qualcosa che lo guarda dall’alto e lo mina alle fondamenta, lo critica, gli dice: “non lo sai fare, non hai fatto bene, e non sarai mai in grado”.

La perdita sembra una tematica centrale del tuo romanzo. Ho letto che è stata anche fra i tuoi oggetti di studio per la tesi di laurea. Possiamo dire che sia il punto di gravità attorno cui ruota la tua scrittura?
Sì, possiamo dirlo, è un tema per me importante. C’è però una certa differenza fra il concetto di perdita della mia tesi e quello del romanzo. Nel romanzo c’è soprattutto la perdita di una persona vicina, un lutto. Ma c’è anche la storia della sconfitta di Salih, come persona, come personaggio. Perdita nel senso di sconfitta, appunto, di non farcela. Non riuscire a partire, non riuscire a tenere il lavoro di giornalista, una sconfitta privata. Anche nella mia tesi mi sono occupata un po’ del tema della sconfitta nella vita, lì non era tanto il lutto quanto il concetto di perdere, venire sconfitti, fallire. Lì ho analizzato tre romanzi importanti della tradizione turca (Mai ve Siyah di Halit Ziya Uşaklıgil -1896; Serenità di Ahmet Hamdi Tanpınar -1949; Tutunamayanlar di Oğuz Atay – 1972) dalla fine del ‘800 fino agli anni ’80 del ‘900 con Oguz Atay, un secolo insomma. In quei tre romanzi ho visto un tema comune: i loro personaggi erano dei perdenti e tutti e tre erano degli intellettuali: un traduttore, un giornalista e un ingegnere. Ho cercato di leggere lo sviluppo e l’evoluzione della figura dell’intellettuale nella società turca attraverso questi libri. In effetti, ora che ci penso, sì, Salih e il mio romanzo possono essere letti come una continuazione di questa tradizione. Speriamo che la vedano così i critici del futuro, ah ah. Comunque, io la vedo così, credo che nella vita delle persone ci siano delle questioni fondamentali attorno cui tutto ruota. Per me, come scrittrice, queste sono il tempo – un concetto su cui rifletto molto – la perdita, la morte, l’allegria. E sicuramente c’è una continuità fra il mio lavoro di ricerca e quello di scrittura.

Sembra che nel romanzo ci sia anche un sottile discorso filosofico – esplicitato nei dialoghi del protagonista con l’amico Metin -. C’è in fondo un ragionamento sulle possibilità che gli individui hanno di dare forma al proprio destino e quanto invece pesino gli eventi che ci accadono attorno, non è così?
Risposta secca: sì, è così. Metin e Salih si conoscono al circolo dei lettori dell’università. Lì, il primo giorno, Metin dice: “non leggiamo letteratura, leggiamo teoria, filosofia” e questo suscita la curiosità di Salih col quale nasce un’amicizia. A un certo punto del romanzo, mentre si lamenta per la sua difficile situazione economica, Metin dice una cosa come “maledetti tutti quei testi esistenzialisti! Sono stati quelli a rovinarmi”. Inizialmente, loro credevano di poter essere artefici dei propri destini, ma sono sicura che al punto in cui si ritrovano vogliono mettere in discussione questo libero arbitrio. C’è quella frase famosa di Spinoza in cui dice che se lo chiedessimo alla pietra lanciata in aria ci risponderebbe che sta volando per una sua libera scelta. Io paragono un po’ la condizione di Salih a quella pietra. Come se all’improvviso la pietra si rendesse conto che non vola per propria libera scelta, ma perché è stata lanciata. Questo è quel che prova Salih. Questo è un tema su cui ho riflettuto spesso: in alcuni momenti della mia vita ho creduto che potessimo essere fabbri dei nostri destini, mentre altre volte mi sono sentita un giocattolo rigirato nelle mani del destino.

Inoltre sei una sociologa. La letteratura può essere un buono strumento per l’analisi sociologica?
Non mi va di pensare alla letteratura come strumento di alcunché. Non la formulerei in questo modo. Penso che siano due diverse aree che possono nutrirsi a vicenda. Spesso, durante le mie ricerche di sociologia, la letteratura mi sembrava l’indirizzo giusto in cui trovare l’anima, lo spirito sociale di certi periodi storici. Anche leggendo romanzi poco “sociologici”, anche nei romanzi diciamo più individualisti o astratti c’è traccia della società di una certa epoca. Letteratura e sociologia sono come due diverse regioni geografiche in rapporto fra loro, con scambi continui.

Nel romanzo, specialmente all’inizio, il cibo ha un ruolo molto importante. Ritieni che sia un veicolo di contenuti e significati particolari?
Sì, assolutamente. L’esperienza del cibo fin dai primi attimi di vitta ha a che fare con il dare e l’avere, fa parte del processo di comprensione dello scambio fra noi e il mondo esterno. Per questo è un argomento cruciale per me. Inoltre la tavola, il ritrovarsi con altre persone, il condividere: anche queste sono cose a cui riservo una certa importanza. La storia di Salih del resto inizia con una cena d’addio, a cui siedono tutte le persone importanti per lui. Anche nella sua infanzia il cibo è importante, nel rapporto con la madre. La storia di come Afitap, la proprietaria del bistrò delle delizie, prepari e riservi sempre per Salih una porzione di Sütlü Nuriye, il suo dolce preferito, è importante, ha chiaramente un valore simbolico. E quindi sì, questa scelta della centralità del cibo è stata una mia scelta consapevole. Il momento della tavola e della condivisione mi piace e mi interessa. Mi piace cucinare, essere a tavola insieme agli altri. Non sempre sono situazioni allegre: ci sono sottili scontri, ironie, frecciatine, piccole violenze quotidiane che si consumano a tavola. In generale, mi piacciono le scene dei pranzi e delle cene nei romanzi che leggo.

Visto che hai nominato il personaggio di Afitap – che a me è piaciuto molto: possiamo leggerlo come una metafora della Turchia? Di un Paese che allo stesso tempo offre qualcosa a Salih, ma che poi sparisce, si sottrae...
Sì, c’è questo legame fra Afitap e il paese. E anche fra il personaggio della madre di Salih va aggiunto nel paragone. Fra queste due figure di donna oscilla l’immagine del paese in cui vive Salih. Da un lato paragono la Turchia a una madre, ma una madre paranoica, incerta, minacciosa, nevrotica. Una madre che cerca di tenere i figli sotto il suo controllo, che non li sostiene, che cerca di renderli dipendenti da sé. Afitap, in questo senso, forse è il lato bello, la madre amorevole, quella che dice a Salih “vai, ma sentirò la tua mancanza”. Ma in effetti ci rifletto solo ora che me lo chiedi, è un bel collegamento, devo pensarci ancora.

Che sensazione ti dà vedere il tuo romanzo tradotto in italiano?
È la lingua di Calvino, uno scrittore che amo molto e che torno a leggere spesso. Spero di venire da voi per delle presentazioni, forse sarò in Sardegna presto. Conosco Torino e Roma. Appunto, parlavamo di cibo, di vini, di cucina: non potrei trovare posto migliore.

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