Intervista a Tullio Avoledo

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In tempi di pandemia, ciò che manca di più è il contatto diretto con gli autori. Le presentazioni sono momenti insostituibili durante i quali la vicinanza ci dà la possibilità di conoscere l’uomo dietro il libro. Perché un romanzo non solo si legge, ma si vede e si sente, quando a parlarne è l’autore stesso. Gli incontri sui social hanno in parte mitigato questa nostalgia, ma abbiamo anche bisogno di un dialogo più intimo, che ci dia la possibilità di soddisfare più curiosità e di entrare nei dettagli e nei meccanismi di un racconto. Nel caso di Tullio Avoledo, recente vincitore del Premio Scerbanenco con il romanzo Nero come la notte, una lunga telefonata ci ha permesso di parlare di molte tematiche, non solo legate al romanzo vincitore. Perché Avoledo è uno scrittore che attinge da suggestioni diverse tra loro e lontane, avido e curioso così come un vero scrittore dev’essere.




Com’è vincere un premio come lo Scebarnenco? Te lo aspettavi?
No, perché la concorrenza era agguerrita, c’erano bei libri e per questo la soddisfazione è ancora più grande, perché sai che in gara con te ci sono romanzi e scrittori che stimi.

Molti lettori hanno immaginato un sequel per Nero come la notte. Ci sarà? E, in questo caso, sarà ancora “un romanzo di denuncia, ma anche un noir a tutti gli effetti”, così come hai definito tu stesso la storia di Sergio Stokar?
Sì, lo sto scrivendo in questi mesi, è vero. L’ho cominciato a novembre e sono già a buon punto. Ma, prima del seguito di Nero come la notte, quest’anno uscirà un nuovo romanzo per Marsilio, che non avrà come protagonista Sergio Stokar, che è un personaggio molto nero, molto crudo. Avevo bisogno di prendermi una vacanza da lui perché, quanto convivi troppo con un personaggio cominci a prendere alcune delle sue caratteristiche e quindi avevo bisogno di un personaggio un po’ più politicamente corretto. Il romanzo sarà ambientato in una località di mare immaginaria che potremmo definire come un ibrido tra Rimini, Grado e Lignano, in un futuro prossimo che potremmo immaginare come la primavera del 2022, quindi ho cercato di immaginare come sarà la vita post pandemia. Però, come dicevo, da un paio di mesi ho ripreso il personaggio di Stokar che avevo lasciato sull’isola.

Quindi Sergio si sta di nuovo impossessando di te…
Sì, è così. Però è cambiato, perché l’anno che ha trascorso sull’isola e la pandemia lo hanno cambiato. Certo, resta sempre un duro e dalla lingua franca, ma ha acquisito una certa coscienza di quello che è il suo ruolo nel mondo. Ci saranno poi molti altri personaggi, oligarchi russi, un avvocato inglese e Stokar viaggerà parecchio tra la Russia, la Cina e l’Africa.

Una curiosità, visti i temi e i personaggi che usi nei romanzi: quando scrivi hai già un’idea chiara di dove andrai a finire oppure la storia si costruisce un po’ alla volta?
Diciamo che all’inizio la storia nasce da una suggestione. Come se vedessi le prime scene di un film senza sapere cosa succede dopo. Poi, mi rendo conto che, con la mente contorta che mi ritrovo, in realtà la trama ce l’ho già in testa e scopro che alla fine tutto si incastra a dovere. Ho una forma mentis particolare ma che fino ad ora ha funzionato perché, arrivato ad esempio a tre quarti del romanzo, capisco sempre il perché di certe azioni compiute da un certo personaggio. Naturalmente c’è poi il lavoro dell’editor che è una figura importantissima. Ce ne sono molti di bravi e che ora sono diventati anche scrittori. Ne cito solo tre: Marco Peano, Marco Lazzarotto e Fabiano Massimi con i quali ho avuto la fortuna di lavorare.

A proposito di film, su RaiPlay è disponibile il film Breve storia di lunghi tradimenti del 2015 per la regia di Davide Marengo, tratto dal tuo omonimo thriller uscito per Einaudi nel 2007. Che effetto fa vedere un tuo libro diventare film? Sei soddisfatto?
Questo film intanto mi ha dato la possibilità di conoscere uno sceneggiatore bravissimo come Antonio Manzini. Ho assistito anche ad alcune riprese girate a Torino. Tutto sommato è stato divertente, ma occorre dire che è liberamente tratto dal mio romanzo ed è dunque piuttosto diverso. Purtroppo devo anche dire che è stato un po’ sfortunato. Girato nel 2012, come altri film prodotti dalla Rai, a causa della spending review non è uscito nelle sale e, per un meccanismo strano e perverso, a causa di ciò non si può nemmeno noleggiarlo. Paradossalmente, è stato possibile vederlo nelle sale cinematografiche asiatiche, mentre in Italia è disponibile solo su RaiPlay.

Invece, com’è stato scrivere un libro a quattro mani? Mi riferisco a Un buon posto per morire, scritto assieme a Davide Boosta Dileo, dei Subsonica. Ti sei dovuto adattare al tuo compagno di scrittura o è stata una cosa naturale?
Innanzitutto è stato divertente, faticoso e divertente. Quando lavori su un testo tutto tuo hai il tuo ritmo, la tua lingua. Davide ha uno stile tutto suo, si trattava di amalgamarlo con il mio. Ed è stata anche una sfida perché non ci siamo divisi i personaggi, per cui ciascuno avrebbe potuto scrivere con la propria lingua, ma abbiamo scritto assieme. Ci lanciavamo sfide impossibili, dove uno chiedeva all’altro di descrivere una certa scena e devo dire che Davide era micidiale. Poteva capitare che un paio d’ore dopo mi arrivasse il brano fatto e finito. Lui poi è uno che viaggia molto quindi non era sempre facile contattarlo. Si può dire che il romanzo sia nato dall’incontro di due fantasie che si sono trovate in sintonia. Una specie di partita di ping pong, però più complicata.

Tornando al Premio Scerbanenco, la motivazione spiega che è stato apprezzato l’aver affrontato i temi dell’emigrazione, della clandestinità e dell’emarginazione in una storia che ibrida noir e distopia e che richiama la tradizione dell’hard-boiled. Cosa hai pensato di queste parole che hanno accompagnato il premio e quanto le senti calzanti con le intenzioni del romanzo?
Ho trovato la motivazione bellissima ed estremamente gratificante. Io sono cresciuto con i gialli dell’hard-boiled, che erano il mio pane quotidiano. Del ciclo di Marlowe di Raymond Chandler adoravo i dialoghi, sempre ironici e brillanti. Prima di diventare scrittore e giornalista, ero sceneggiatore. Il mio maestro è stato Elio Bartolini che mi ha insegnato un sacco di trucchi, per cui i miei dialoghi sono sempre molto cinematografici, potrebbero essere direttamente recitati. Con Sergio Stokar ho creato un personaggio hard-boiled che prende un sacco di botte eppure ne esce sempre vivo. Una specie di carro armato in versione umana che pensa di essere un nazista, secondo me invece è un anarchico. Lo avrei visto bene nella Comune di Parigi, durante la rivoluzione. Lui è un uomo tutto d’un pezzo che però si vergogna un po’ dei suoi principi. Non si sognerebbe mai di fare un apprezzamento per un cibo etnico o per una persona con un colore di pelle diverso. Ha un forte senso dell’odio di classe. Stokar è uno delle classi basse che è finito a fare la guardia ai potenti e questo gli sta stretto. Per crearlo sono partito da una definizione di Fenoglio che veniva considerato “un guerriero di Cromwell sulle colline delle Langhe”. Cromwell è sempre stato storicamente un mio personaggio di riferimento, perché è un possidente di campagna senza nessuna competenza e nessuna velleità politica che vorrebbe solo invecchiare tranquillamente. Quando viene chiamato in causa, va in guerra contro il Re, lo sconfigge e lo fa decapitare. In Sergio Stokar c’è un po’ di Cromwell. Non sa di essere un rivoluzionario.

In Stokar c’è un germe di poesia, di “quella bellezza che salverà il mondo”, come diceva Dostoevskij. Anche tu vedi nell’arte una speranza di salvezza e la bellezza, secondo te, da dove arriva?
Sergio è uno che si salva perché ha la fortuna di aver avuto una formazione classica, per una serie di strani casi della vita. Si trova a poter sovrapporre al mondo per come lo vediamo noi quella griglia spirituale che fa sì che la bellezza emerga. Cito spesso questi versi di Sandro Penna, che viveva nello squallore, di fatto in una specie di tana, ma che però distillava poesie di una bellezza incredibile e che dicono: “il mondo che vi pare di catene / tutto è tessuto d’armonie profonde”. Io sono fermamente convinto che sia così. Ci sono dei gesti, dei volti che sono delle icone di quello che è il mondo vero che sta sotto lo squallore apparente che vediamo.

In Furland® hai preso il passato e lo hai trasformato in un presente proiettato in un futuro che però è dietro l’angolo, nel 2023. Come lo vedi il tuo Friuli tra tre anni? Quali rischi sta correndo e quali talenti avrebbe a sua disposizione?
Il progetto che in questo momento una minoranza di gente legata al passato ha è di trasformare il territorio friulano in un’enorme piattaforma logistica. Quindi, sempre più cemento, sempre più asfalto, sempre più centri di smaltimento rifiuti, hub logistici come quelli di Amazon. Il territorio deve tremare per queste cose. Invece le cose importanti sono ben altre. Mi sono battuto per la difesa del fiume Tagliamento, in cui credo molto e ho partecipato a manifestazioni nelle quali ho incontrato persone, anche da fuori regione, che hanno mollato tutto per tornare alla natura, all’allevamento di capre, alla produzione del formaggio biologico, hanno aperto una scuola di Kayak perché si sono innamorati del nostro territorio che è ancora sano e potrebbe sostenersi da sé. Ma non abbiamo l’intelligenza politica per capire che è un tesoro che stiamo svendendo, proprio come fece il personaggio biblico di Esaù, che vendette la propria progenie per un piatto di lenticchie. Furland® era una distopia, ma l’idea di separarci almeno dal punto di vista ideologico potrebbe contribuire alla costruzione di un Friuli “green”, di un Friuli migliore.

Ho notato che in alcuni romanzi ci sono rimandi, nomi di luoghi e personaggi, al tuo primo romanzo. Mi riferisco a L’elenco telefonico di Atlantide, come se quel libro fosse un nucleo dal quale tutto è partito e che è ancora vivo…
In effetti quel romanzo per me è stato un libro-mondo, nel senso che mi sono reso conto che quello che avevo scritto non esisteva prima, talmente lontano da me che era come se si fosse scritto da solo. Nato perché voleva essere scritto proprio durante il cambio di secolo, quando tutti erano entusiasti per la web economy, per le azioni delle compagnie telefoniche. Quel libro era una specie di profezia, anche dell’uso dei telefoni cellulari. È nato quando, per ragioni di lavoro, mi sono trasferito a Milano e una sera, tornando dal lavoro verso Piazza della Scala, ho visto quattro persone tutte vestite di nero, con gli occhiali da sole, che avanzano parlando ciascuno al proprio cellulare. Sembravano uscite da Matrix o da Men in black. Mi sono chiesto: ma che mondo sta venendo avanti? E poi, all’epoca, c’era questa linea di giocattoli che rappresentavano dei dell’Egitto. Il fatto che mio figlio, nel 2000, giocasse con delle divinità egizie ha creato in me un corto circuito.

La letteratura è sempre stata, nella storia, una forma di resistenza. Chi sono oggi, a tuo parere, gli scrittori di riferimento che permettono ai lettori di resistere?
Il mio riferimento principale è sicuramente George Orwell, devo andare però agli anni Trenta per trovarne altri. Oggi ci sono saggisti e filosofi molto importanti, come Slavoj Žižek che per me è un altro punto di riferimento. Un autore per così dire utile è Don Winslow, che ha scritto molte cose importanti sul cartello della droga. Può sembrare una cosa strana, ma secondo me oggi l’autore più rivoluzionario che io conosca è Chuck Palahniuk, perché con Fight Club e con i suoi altri libri ha detto una cosa molto importante e cioè che c’è un capitale umano di giovani che vengono sottopagati e sfruttati. Secondo me alcune sue affermazioni verranno capite solo tra venti o trent’anni.

Come è andato l'incontro con l’universo di Metro 2033? Un tuo bilancio a qualche anno di distanza…
Come diceva David Foster Wallace, è stata una cosa divertente che non rifarei mai più. Quello che ho fatto è stato creare una fan fiction su una scala sbagliata. Ho scritto tre libri, più di due anni di vita letteraria, ho investito molto tempo in un qualcosa che ho fatto solo per il gusto di entrare in quel tipo di universo, anche se poi ho ottenuto le mie soddisfazioni, perché ho avuto ad esempio il piacere di presentarlo alla Biblioteca di Stato di Mosca.

Secondo te c’è differenza tra i lettori italiani e quelli stranieri?
Io credo che i miei lettori siano lettori di qualità, e questo naturalmente mi fa molto piacere. I miei libri non sono facili da leggere e sono anche piuttosto corposi. I lettori più interessanti, dal mio punto di vista, sono i lettori polacchi che mi hanno posto domande difficili, profonde. Anche i giovani lettori russi sono molto interessanti. Entrare nella metropolitana di Mosca e vedere otto giovani su dieci che affondano il naso in un libro e non in un cellulare è notevole. Qui in Italia vincono i testi facili. È molto più facile che tra loro gli scrittori italiani parlino di royalties, di trasmissioni televisive piuttosto che di libri. Poi, è risaputo che in Italia si legge molto poco.

Che lettore è invece Tullio Avoledo?
Sono un lettore avido. Leggo tantissima saggistica. Da un anno a questa parte sto leggendo un sacco di libri sulla Britannia romana, dal III al V secolo dopo Cristo, perché ho un’idea talmente folle in testa che ancora non posso dirti niente. Leggo anche molti romanzi storici, poca narrativa italiana. Quando scrivo non devo leggere libri in italiano di altri scrittori. Perché è un po’ come quando in lavatrice metti un capo bianco in mezzo ad altri rossi. Poi ti diventa tutto rosa. Così è per la scrittura. Leggendo altri romanzi rischi di prendere il loro ritmo, acquisire i vezzi e le cattive abitudini di altri scrittori. Se invece leggo in inglese o in francese, come faccio spesso, questo non mi capita. Paradossalmente potrei leggere più scrittori italiani tradotti, però, in un’altra lingua.

I LIBRI DI TULLIO AVOLEDO



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