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Intervista a Valentina Mira

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Valentina Mira è una giovane scrittrice che ha appena fatto il suo esordio con un libro molto coraggioso e diretto, nel quale parte dalla sua esperienza personale per raccontare un tema delicato come quello dello stupro, troppo spesso al centro di fraintendimenti ed equivoci. Raggiungiamo Valentina per farle alcune domande, alle quali risponde con la stessa forza e sincerità che già avevamo ritrovato nella sua scrittura. La foto è di Giuseppe Di Piazza.




Nel tuo X scrivi che i libri migliori “sono proprio quelli in cui l’autore ha piazzato dentro un pezzetto di cuore”. Leggendolo, si ha l’idea che tu in questo libro abbia messo molto più di un pezzetto del tuo cuore, cosa anche non facile visto il tema. Dove si trova la forza per riuscire a mettere il proprio cuore in un libro? E come si riesce a trovare la giusta distanza per scrivere un romanzo e non un’autobiografia?
A volte quando penso al momento e ai motivi per cui ho iniziato a scrivere X mi dico che più che forza ci fosse una certa dose di disperazione, e il tentativo goffo ma assolutamente tenace di tenere vivo un barlume di speranza, di non far vincere quella disperazione. Quanto alla giusta distanza tra romanzo e autobiografia, non so dettare mica delle linee generali, sai? So che lasciare il mio nome alla protagonista era una scelta politica, che prescindeva dalla letteratura e che è stata una decisione difficile - proprio perché nel libro ci sono ovviamente anche dei punti che ogni volta devo chiarire che sono romanzati - ma che sentivo necessaria per affermare che non mi vergogno dello stupro, che non è una mia vergogna. Volevo mettere in pratica un principio.

Uno dei punti centrali di X è il tentativo di raccontare quella che tu stessa hai definito come “la banalità dello stupro”, parafrasando Hannah Arendt. È un modo per riportare al centro il vissuto di chi ha subito quella violenza, senza cercare il facile colpo ad effetto che rischierebbe di deviare l’attenzione?
Semplicemente corrisponde a quello che mi è successo. Non è necessario un coltello alla gola, o filmare e diffondere video di una violenza sessuale senza consenso, per stuprare. Io ti ho detto di no e tu l’hai fatto lo stesso: questa dinamica è la più diffusa (più di 40.000 casi l’anno solo in Italia) e la meno denunciata (il 90% di noi non denuncia). In letteratura quasi non c’era traccia di questo. Nel mio piccolo volevo mettere il mio mattoncino nel modo in cui i libri possono far sentire meno sole le persone che hanno vissuto una cosa simile, e in questo senso i messaggi super belli che mi mandano alcune persone che lo hanno letto mi fanno pensare che forse - forse - un po’ ci sono riuscita e mi fanno tirare un sospiro di sollievo.

Il tuo libro tratta anche altri temi ma è un po’ come se lo stupro subito dalla protagonista si riflettesse anche in altre forme di violenza con cui lei deve fare i conti. È tutta la nostra società ad essere violenta?
La violenza di genere è sistemica, come quella di classe e di razza. C’è uno slogan del movimento Non una di meno che dice “lo stupratore non è malato, è figlio sano del patriarcato”, ed è esattamente questo il senso del dire che la violenza di genere è sistemica. Non sono eccezioni. Dire questo è diverso dal dire che tutti gli uomini sono stupratori, evidentemente: è che una società in cui si ripete che “la donna dice no e intende sì” forma gli uomini all’insistenza e le donne al fatto che i loro no non valgono nulla.

Alla luce anche dei recenti fatti di cronaca, si è parlato di come la motivazione di certi stupri, anche da parte di giovanissimi, possa essere dovuta al sempre maggiore bombardamento di pornografia che i ragazzi possono trovare facilmente in rete. Questo fattore potrebbe avere un suo peso? O rischia di essere l’ennesimo modo per parlare d’altro e non guardare in faccia la realtà?
Quando sento questa argomentazione resto piuttosto scettica. E non perché non creda che il porno possa entrarci, come tante altre cose che riempiono una gigantesca lacuna di discorsi non fatti sul sesso in una società sessuofobica come la nostra, ma perché lo stupro è primariamente assenza di consenso. Il sesso che si vede nel 99% dei video porno mainstream è tante cose - irrealistico, spesso brutto in vari sensi, stereotipato, finto in ogni modo in cui può essere finto, con orgasmi femminili simulati à gogo, fallocentrico in modo spesso grottesco e francamente poco eccitante per una donna - ma non è il motivo principale per cui si stupra. Tra l’altro ho spesso l’impressione, soprattutto quando sono giornalisti di una certa età a collegare le due cose e a dire che sono i ragazzi a stuprare, che stiano trovando un capro espiatorio facile. Anche dal punto di vista generazionale. La nostra generazione non stupra più di quelle precedenti. La nostra generazione ne parla - che è differente.

In chiusura del libro tu fai un appello a tuo fratello, che suona un po’ come un appello a tutti i maschi ad assumersi le loro responsabilità e a fare un cambiamento culturale. Come vedi questa possibilità, vista la situazione generale del nostro Paese? Pensi che questo appello possa trovare una risposta? O che le donne dovranno continuare a “fare senza”, a combattere da sole le loro battaglie?
Guarda, considerato che la persona a cui era rivolto l’appello l’ha colto ed è tornata, direi che c’è decisamente speranza anche per gli altri. Tra l’altro sono molti anni che il femminismo non è separatista e che le battaglie non ce le combattiamo da sole. Non credo dimenticherò mai quando nel 2019 sono andata alla manifestazione di Non una di meno che aveva chiamato persone da tutto il mondo in risposta al WCF (World Congress of Families, l’internazionale antiabortista e omofoba): a parte che eravamo una marea umana, ma poi tipo la metà erano uomini, c’era una tale varietà di persone in piazza da ogni punto di vista - la signora in sedia a rotelle, i ragazzini, il pischello trans e così via - e mi sono sentita libera e a mio agio come non mi sentivo da tempo, come forse non mi sono sentita mai. È questo che vogliamo, e sole non lo siamo affatto. Più che un appello mi piace pensare al finale del libro come a un avvertimento. Magari a lungo, magari a lunghissimo termine: ma le cose cambiano. Che piaccia agli stupratori e ai loro amici o no. Cambiano.

In chiusura vorrei farti una domanda sul tuo futuro. Tu stessa hai detto che ora il pericolo è che i media ti confinino nel ruolo di “stuprologa”. Come ti stai attrezzando per evitare questo rischio?
Mi sembra che per ora il rischio l’abbiamo scampato. Per fortuna la casa editrice spacca e ci sono persone dentro con cui c’è una comunanza di sensibilità, e anche questo aiuta non poco. Dal canto mio sto attenta a consultarmi con una collettività di persone preparate prima di parlare sui temi più delicati di X, e questo proprio perché aver scritto un libro su un tema non ti rende un’esperta suprema di quel tema, c’è una responsabilità quando si parla di cose così delicate e prescinde dalla tua storia personale. Per il resto, è abbastanza evidente che i media pure se provassero non riuscirebbero a farmi passare per stuprologa: non lo sono. So fare solo una cosa, scrivere, continuerò a fare quello. E sto già scrivendo il secondo libro, testa e cuore stanno là dentro.

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