Abbiamo chiesto a Yassin Adnan dove nasce la sua scrittura, di parlarci del Marocco contemporaneo e del ruolo che la letteratura può ancora svolgere in un’epoca dominata dalla velocità della comunicazione. Ne è nata una conversazione ricca di spunti, che ci ha permesso di entrare nel laboratorio creativo di uno degli autori più interessanti della narrativa araba contemporanea. Ecco cosa ci ha raccontato.
Il tuo Hot Maroc racconta la vicenda personale di Rahhal La’awina, che però diventa progressivamente il ritratto di un’intera società. Quando hai iniziato a scrivere, avevi già in mente questo doppio livello di lettura oppure è emerso durante la stesura?
È nato in modo spontaneo, anche se forse sarebbe più corretto dire che è “cresciuto” durante la scrittura. In origine il libro era soltanto l’idea di un racconto breve, concepito nel corso di una residenza letteraria di tre settimane in Costa Azzurra, nel 2011. Rahhal doveva essere un personaggio raccolto, quasi privato: un uomo timido e ferito che si vendica del mondo attraverso una tastiera. Ma nel momento in cui ho iniziato a seguirlo davvero, mi sono reso conto che non potevo separarlo dall’università, dall’Internet café, dalla redazione di un giornale, dalle campagne elettorali. Le sue paure, i suoi rancori e le sue ambizioni non erano soltanto questioni personali: erano il riflesso di un Marocco sospeso tra due regni, due sistemi di valori e due diverse velocità del cambiamento. Così il ritratto della società non è stato qualcosa che ho deciso di imporre al romanzo: è nato naturalmente, perché Rahhal, per risultare credibile, doveva essere permeabile a tutto ciò che lo circondava. Alla fine, ho scritto il romanzo lontano da Marrakech, tra Francia, Belgio e Stati Uniti: avevo bisogno della distanza per riuscire a vedere la mia città nella sua interezza.
Rahhal La’awina è un protagonista molto particolare: fragile, invidioso, codardo e spesso moralmente discutibile. Perché hai scelto di affidare la storia proprio a un personaggio così distante dall’eroe tradizionale?
Perché Rahhal è molto più comune – e molto più umano – di un eroe. È timido, evita di mettersi in mostra, si vendica soltanto nei sogni o nei momenti di semi veglia, eppure dentro di sé custodisce un orgoglio ferito e un desiderio di rivalsa che non si placano mai. Volevo costruire un personaggio le cui debolezze fossero il motore stesso della narrazione. La sua incapacità di avvicinarsi alle donne lo trasforma in un collezionista ossessivo dei segreti altrui; la codardia nella vita reale diventa, dietro uno schermo, una straordinaria capacità di crudeltà. Ho incontrato molti Rahhal nella mia vita: su Internet, nelle redazioni dei giornali, nei corridoi delle istituzioni. Persone che non alzerebbero mai una mano contro qualcuno, ma che scoprono nell’anonimato una violenza di cui ignoravano perfino l’esistenza. Non volevo giudicare questo tipo umano da una posizione di superiorità morale. Mi interessava comprenderlo dall’interno, quasi con lo sguardo di un osservatore clinico, lasciando che fosse il lettore a riconoscere, magari con un certo disagio, qualcosa di Rahhal nelle persone che incontra ogni giorno... o persino in se stesso.
Quanto c’è di simbolico nel soprannome “lo Scoiattolo” e, più in generale, nella scelta di associare gli esseri umani agli animali?
Rahhal è convinto che ogni essere umano nasconda sotto la pelle un animale e che, osservando con attenzione un volto, un carattere o perfino il modo in cui una persona discute, sia possibile scoprirlo. Questa sua ossessione è diventata uno degli strumenti narrativi del romanzo. Mi ha permesso di spingere sempre più avanti la componente ironica del racconto, fino a trasformare l’ultimo capitolo in quella che io definisco una vera e propria “commedia animale”. Rahhal ama pensare a se stesso come a uno scoiattolo: agile, ingegnoso e perfino simpatico. Gli altri, però, vedono in lui il volto di un topo e due occhi stretti e diffidenti. È proprio questo scarto tra l’immagine che ha di sé e quella che gli altri percepiscono a essere, insieme, il lato comico e quello tragico del personaggio. Ho utilizzato lo stesso procedimento anche per molti altri protagonisti del romanzo: sua moglie Hassaniya ricorda un riccio, il padre una mantide religiosa, mentre i partiti politici finiscono rappresentati da animali come il cammello, la formica, il polpo o l’airone. Questo bestiario mi ha consentito di parlare di corruzione, vanità e codardia con una leggerezza che un racconto puramente realistico non avrebbe permesso, pur mantenendo uno sguardo estremamente preciso sui personaggi.
Il romanzo attraversa un periodo di profonde trasformazioni del Marocco. Quali cambiamenti ritieni abbiano inciso maggiormente sulla società marocchina degli ultimi decenni?
Ho scelto volutamente di ambientare il romanzo in un periodo di passaggio, dagli ultimi anni del regno di Hassan II al primo decennio di quello di Mohammed VI, perché anche il Marocco era – e sotto molti aspetti continua a essere – un Paese sospeso tra due epoche. Esisteva un autentico desiderio di modernizzazione, di aprirsi al mondo, ma allo stesso tempo permanevano forti resistenze istituzionali e culturali che rallentavano questo processo. A mio avviso, il cambiamento più dirompente è stato l’arrivo di Internet e dei social media. Non hanno creato i problemi del Paese – la debolezza dei partiti politici, la corruzione o il divario tra generazioni esistevano già – ma li hanno amplificati, dando loro una visibilità completamente nuova. Nel caso di Rahhal, hanno anche consegnato a un uomo qualunque, privo di qualsiasi potere reale, uno strumento capace di influenzare profondamente la vita degli altri.
Il romanzo restituisce un’immagine del Marocco complessa e lontana dagli stereotipi occidentali. Qual è il luogo comune che avresti più piacere di sfatare?
Che il Marocco sia una realtà uniforme. Persino una città come Marrakech, spesso ridotta dagli osservatori stranieri alla piazza Jemaa el-Fna e alla medina, è in realtà composta da mondi molto diversi: le antiche famiglie aristocratiche del centro storico, la nuova piccola borghesia dei quartieri sorti rapidamente negli ultimi anni, le periferie segnate dalla povertà alimentata dall’esodo rurale e dall’immigrazione subsahariana. Ognuno di questi mondi possiede un proprio linguaggio, aspirazioni e contraddizioni. Con Hot Maroc volevo raccontare questa complessità, non l’immagine da cartolina. Il Marocco non è un’identità fissa da decifrare, ma una società in continua trasformazione, attraversata da tensioni, esitazioni e contraddizioni. Ed è proprio questa ricchezza a renderlo molto più interessante di qualsiasi stereotipo.
Nel romanzo Internet cambia radicalmente la vita del protagonista. Oggi si parla continuamente di fake news, manipolazione e campagne di disinformazione. Quando hai scritto Hot Maroc immaginavi che questi temi sarebbero diventati così centrali nel dibattito mondiale?
Avevo intuito il pericolo prima ancora che in Marocco si iniziasse a parlarne in questi termini. Ho assistito alla nascita della stampa online indipendente e, poco dopo, alla sua trasformazione in un sistema fondato sul pettegolezzo, sulla diffamazione e sull’indignazione costruita artificialmente. Molto prima che l’espressione “fake news” diventasse di uso comune, esistevano già modelli editoriali basati proprio su questo meccanismo. Credo di aver lanciato un campanello d’allarme abbastanza presto; lo stesso Stato ha preso piena coscienza del fenomeno soltanto durante le prime settimane del confinamento dovuto alla pandemia. Ma io non sono un sindacalista dei giornalisti né un attivista per i diritti civili: sono un romanziere. Per questo non volevo limitarmi a denunciare il fenomeno. Mi interessava porre alcune domande: perché siamo così attratti da questo tipo di contenuti? Perché li diffondiamo? Perché trasformiamo in celebrità persone che costruiscono il proprio successo soltanto sull’ostilità e sul disprezzo? Credo che il problema non riguardi soltanto i giornalisti o il potere politico, ma l’intera società. Ed è proprio per questo che meritava un romanzo, non un editoriale.
Rahhal scopre che una tastiera può diventare un’arma molto più potente della forza fisica. Secondo te i social network hanno modificato anche il concetto stesso di potere?
Sì, profondamente. Rahhal è un uomo che non riuscirebbe mai a vincere uno scontro diretto: è timido, fisicamente poco imponente e terrorizzato dal conflitto. Eppure, dietro uno schermo, si trasforma in un funambolo virtuale, capace di distruggere una reputazione con un commento ben calibrato o con un profilo falso. È una forma di potere completamente nuova: anonima, sproporzionata rispetto a chi la esercita e, nella maggior parte dei casi, priva di qualsiasi responsabilità. Anch’io ho vissuto esperienze simili, subendo attacchi da parte di profili anonimi che avvelenavano il dibattito sui social network, e mi sono spesso chiesto chi si nascondesse davvero dietro quegli pseudonimi. I social media non hanno semplicemente aggiunto un nuovo terreno di scontro: hanno creato una nuova moneta di scambio fatta di visibilità, viralità e capacità di “uccidere” simbolicamente qualcuno nel giro di poche ore.
Nel romanzo nessuna categoria sociale sembra risparmiata: politici, intellettuali, giornalisti, accademici, imprenditori. La satira è per te soprattutto uno strumento letterario o anche una forma di impegno civile?
Prima di tutto è uno strumento letterario. Tuttavia, se è sincera, la satira finisce inevitabilmente per assumere anche un valore civile. Non volevo scrivere un pamphlet politico né un’inchiesta giornalistica, ma un romanzo. Attraverso Rahhal, un uomo collocato ai margini della società, cercavo di capire da dove nascessero davvero il rancore e la crudeltà gratuita, più che limitarmi a condannarli. Se il lettore, riconoscendo qualcosa di Rahhal in se stesso, finisce per riflettere sulle proprie piccole meschinità, non è il risultato di un intento militante, ma una conseguenza naturale di una satira che prova a raccontare la verità.
Hai lavorato per molti anni come giornalista culturale. Quanto questa esperienza ha influenzato la costruzione del romanzo?
Enormemente, sia dal punto di vista dei contenuti sia da quello del metodo. Anni trascorsi a seguire il mondo culturale e mediatico marocchino mi hanno permesso di conoscere molto da vicino redazioni, premi letterari, studi televisivi e le vanità che circolano in quegli ambienti. È da lì che nascono personaggi come Naim Marzouk o Anouar Mimi. Il giornalismo mi ha anche insegnato ad ascoltare i diversi registri linguistici delle persone – quello politico, religioso, poetico o burocratico – e ho cercato di trasferire questa varietà nei dialoghi del romanzo. In un certo senso, Hot Maroc mi ha permesso di raccontare, attraverso la narrativa, ciò che da giornalista potevo osservare ma non sempre scrivere in un articolo.
Emerge una riflessione molto lucida sul rapporto tra informazione e potere. Quanto è cambiato, secondo te, il mestiere del giornalista con l’avvento del web?
Quando i partiti politici perdono credibilità e riferimenti ideologici, anche i media finiscono per seguirne la deriva. È ciò che è accaduto, in larga misura, in Marocco. La nascita dei media online indipendenti aveva inizialmente suscitato grandi speranze, ma ben presto molti siti hanno trasformato il pettegolezzo e lo scandalo costruito artificialmente nella propria linea editoriale. In molti casi il giornalista ha smesso di controllare il potere ed è diventato uno strumento del potere stesso, pur continuando a rivendicare pluralismo e libertà di espressione. È questa trasformazione, più ancora delle innovazioni tecnologiche, a preoccuparmi.
Qual è la responsabilità della letteratura in un’epoca in cui la velocità dell’informazione sembra lasciare sempre meno spazio alla riflessione?
Quella di rallentare il tempo, deliberatamente. Il ciclo delle notizie consuma uno scandalo, una voce o un’ondata di indignazione nell’arco di poche ore. Un romanzo, invece, può restare a lungo sugli stessi fatti, osservarli da prospettive diverse e chiedersi da dove nascano davvero la crudeltà e la manipolazione, invece di limitarsi a registrarle. È proprio per questo che ho scelto la narrativa e il personaggio di Rahhal per affrontare il tema della disinformazione e della violenza online: volevo comprenderne i meccanismi psicologici, non semplicemente descriverli. Credo che oggi la letteratura abbia il compito di opporsi all’appiattimento prodotto dalla velocità dell’informazione, continuando a offrire complessità, ambiguità e tempo per pensare.