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Intervista a Zadie Smith

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Zadie Smith è elegante e riservata: pesa le parole, le sceglie con cura e le lascia scivolare quasi sussurrandole, con lo sguardo basso finché ascolta, ficcato negli occhi del suo interlocutore quando invece risponde. Sembra quasi che voglia conservare tutte le sue energie per la scrittura. Nonostante la tutto sommato giovane età, può vantare una serie di romanzi già particolarmente significativi, ma anche saggi di densissima attualità. Per questo non sembra semplice instaurare un dialogo, senza sembrare inopportuno o invadente. In realtà, ci si rende conto che Zadie ha una capacità innata di raccontare e raccontarsi, quasi in punta di piedi, tale da rendere semplice il compito di chi ha di fronte. La incontriamo in occasione di BookCity Milano 2023.



Hai ricevuto il Sigillo d’oro della città di Milano. Quali sono le tue sensazioni riguardo a questa onorificenza?
Non conosco benissimo la città di Milano, conosco meglio Roma, dove ho anche vissuto. Ho sempre associato Milano ad un luogo in cui si lavora tanto. Poi c’è naturalmente anche la moda, ma soprattutto mi sembra che tutto sia legato al lavoro. Sono molto contenta di ricevere questo premio, anche se, devo dire, se fossimo in Inghilterra questa onorificenza si tradurrebbe con la possibilità di prenotare un ristorante, un tavolo in qualsiasi ristorante... Qui invece è così difficile! Amo l’Italia e da anni ci passo per imparare la lingua; quindi questo premio mi rende molto contenta e felice. Forse un po’ prematuro, ma ne sono molto contenta.

Nel tuo libro L’impostore intendi riscrivere il passato: non è una forma di frode, di impostura, questa che fai?
Sicuramente scrivere è una frode e la mia è una riconfigurazione del passato, ma era la cosa che mi interessava e che volevo fare, cioè volevo contrapporre una nuova versione a quella alla quale siamo solitamente abituati, riscrivendo dal mio punto di vista tutto il periodo vittoriano, che è in realtà più interessante di come viene comunemente rappresentato e al tempo stesso anche più radicale. A partire da un luogo comune, la storia della schiavitù e della sua abolizione in Inghilterra. Infatti, è meno noto che ci sono stati cent’anni di opposizione e di azione. Dall’altra parte, quindi sono due silenzi contrapposti che entrambi più interessavano. Naturalmente c’è stata una parte importante di studio, ma non è stato mai noioso né difficile. L’idea di scrivere un romanzo storico è legata al fatto che spesso il romanzo storico ha uno scopo nostalgico e un ambito comodo, in cui viene fornita una versione del passato che è l’unica e sola. In realtà la storia non è assolutamente comoda e si presenta molto più eterogenea, varia e attuale. Quindi via via che mi dedicavo alla stesura del romanzo, ero sempre più interessata dalle analogie che si sono aperte rileggendo il passato. Ad esempio, a un certo punto, il giudice del processo Tichborne descrive la folla chiamandoli “folli fanatici”: il giorno dopo si presentano con un cartello con esattamente questa scritta e questa scena è una forma di populismo attuale, ma anche più.

Ti chiedo se dietro la scelta di incentrare il racconto attorno ad uno scrittore come Aisworth rappresenta per te una scelta letteraria, di canone. Quando hai pubblicato i tuoi primi libri sei stata subito associata ad una Charles Dickens dei nostri giorni, parlare di Ainsworth ti è servito anche per smarcarti da quella etichetta?
La storia di cui parla il mio romanzo sarebbe sicuramente interessata anche a Charles Dickens: l’unico motivo per cui non era presente al processo è che all’epoca dei fatti era già morto, altrimenti ci sarebbe stato. All’inizio delle mie ricerche non sapevo neppure che Dickens e Ainsworth si conoscessero, se ci fosse un rapporto tra di loro per poi scoprire che non solo si conoscevano ed erano amici, ma erano proprio inseparabili e anzi trascorrevano tantissimo tempo insieme; per questo non è stato possibile evitare di includerlo nel libro. Poi, una volta presa la decisione di scrivere anche di lui, ho iniziato a riflettere su un aspetto legato al suo stile. Dickens scrive solo di ciò che ha veramente visto: non è mai stato in Giamaica, per cui non si riteneva coinvolto nelle ribellioni che comunque erano a lui contemporanee, mentre scrive degli Stati Uniti perché è stato lì, in particolare nel sud degli Stati Uniti. Insomma, aveva una reazione molto personale alla realtà che lo circondava e questo è un tratto molto tipico di un romanziere. Mi interessava esplorare sia la potenza che i limiti di questo tipo di reazione.

Il tuo romanzo L’impostore strappa il velo di alcune verità. Come si concilia la narrazione storica con quella dei personaggi e con la percezione che ne abbiamo oggi?
Tutto quello che accade nel romanzo - diciamo quasi tutto - è sostanzialmente vero: sono reali i personaggi e sono reali i fatti che vengono raccontati. Naturalmente quello che succedeva poi nelle conversazioni e nelle stanze private io non lo posso sapere, ma la cosa che mi interessa in questa forma di verità narrativa è il fatto di riuscire a strappare il velo delle interpretazioni errate. Faccio l’esempio della questione dedicata alle piantagioni: io sono piuttosto certa che nell’immaginazione della maggior parte dei lettori queste immagini sono legate alla letteratura americana, anzi soprattutto al cinema americano. Ma questo immaginario non ha nulla a che vedere con quello che succedeva nelle piantagioni della Giamaica, quindi cerco di togliere proprio le concezioni errate dell’immaginario concreto, anche del mio stesso immaginario. Io stessa sono stata stupita nel vedere come funzionavano le piantagioni in Giamaica, come erano anche organizzate, quasi come una fabbrica con vari livelli di professioni che interagivano con le altre: c’era chi si dedicava alla salute, chi si dedicava alla preparazione del cibo. E questo livello di coabitazione, diciamo, fra la schiavitù e una parte di attività umana diciamo normale, sembrerebbe impossibile. Esattamente come funzionavano anche i campi di concentramento. Quindi io sono totalmente consapevole degli orrori della schiavitù e delle condizioni delle piantagioni, ma anche consapevole anche del fatto che chi viveva in quelle condizioni facesse di tutto per sopravvivere. Aggiungo: si parla tanto di decolonizzazione, ma io penso che i più grandi colonizzatori di idee sono gli Stati Uniti, che esportano la loro visione di mondo in tutti i paesi. Al contrario sono interessata a rappresentare realtà più locali, molto diverse da quelle che ci vengono fornite dagli stessi Stati Uniti.

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